19/08/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il premier Erdogan in visita in Somalia, tra fede e affari

''Il nostro popolo condivide il pane con i fratelli somali. Questi sono i nostri valori. Dobbiamo conservarli. La Turchia, con i propri aiuti rivolti all'Africa, dà una lezione a tutto il mondo''. Così parlò Recep Tayyib Erdogan, primo ministro turco, alla vigilia della sua visita ufficiale in Somalia. Il premier di Ankara arriva oggi a Mogadiscio, per portare sollievo alla popolazione somala afflitta dalla carestia, ma non solo.

Erdogan, con al seguito moglie e figlia, vuole attirare l'attenzione della comunità internazionale sul dramma della Somalia, colpita da siccità e carestia. Secondo stime Onu, sono circa 3,6 milioni i somali che rischiano di morire di fame, di cui 1,2 milioni sono bambini. Il momento del viaggio non è casuale, in quanto siamo in pieno Ramadan, il mese sacro per i musulmani. Uno dei precetti chiave dell'Islam è proprio il sostegno ai meno fortunati, mai importante come nel mese del digiuno.

La Turchia ha già inviato in Somalia tre aerei carichi di prodotti alimentari e medicine dall'inizio del Ramadan. Nel paese sono state lanciate anche diverse campagne di sensibilizzazione sul dramma somalo, che hanno garantito finora oltre 80 milioni di euro per gli aiuti. Con Erdogan, oltre alla famiglia del premier, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu. Solidarietà a parte, la Turchia da tempo si muove come una grande potenza.

Proprio Davutoglu, fin da quando era un docente universitario, viene ritenuto l'architetto della politica estera turca, improntata fin dalla prima vittoria - nel 2003 - di Erdogan e del suo partito Akp, al ricollocamento di Ankara al centro degli equilibri geopolitici mondiali. Neo Ottomanesimo, lo chiamano alcuni, con un gusto un po' orientalista, ma di sicuro questi otto anni rappresentano una rivoluzione. La Turchia è riuscita a riprendersi un posto alla tavola che conta, sostenuta da un boom economico che, Brasile a parte, non ha eguali nel mondo.

Come per la ricca borghesia islamica che sostiene il premier in patria in campo economico, l'elemento religioso è inscindibile da quello politico. Erdogan è l'uomo che è riuscito a sdoganare l'islamismo in Turchia, Paese fondato da Kemal Ataturk su una ferrea laicità. Ecco che Erdogan e i suoi, dopo la vittoria in patria, confermata dal voto dello scorso marzo, si sono lanciati nell'operazione più difficile: restituire alla Turchia una centralità politica nel mondo islamico. Da anni, infatti, la Turchia era percepita come un alleato di Stati Uniti e d'Israele, cosa che gli alienava il favore popolare nel mondo islamico e arabo.

Pur tenendo salde le alleanze internazionali, anche se con momenti di tensione come nel caso d'Israele, la Turchia ha iniziato a esportare il suo modello di governo islamista moderato. Dalla Bosnia alla Somalia, di pari passo, marciano i diplomatici e gli uomini d'affari turchi. Il Corano e il blocchetto degli assegni. Erdogan, dalla crisi siriana alla questione del Darfur, è sempre presente. E conta sempre di più. Anche perché l'opposizione fa fatica, in patria, a contrastarlo. L'unico potere, in Turchia, capace di contenere l'ascesa dell'Akp è quello delle gerarchie militari, capaci in passato di ricorrere anche al golpe per fermare gli islamisti. Ma le ultime operazioni di polizia e magistratura, contro vere o presunte trame eversive dei generali, ha bloccato anche loro.

La comunità internazionale percepisce questo potere, al punto che Onu e compagnia bella hanno smesso di chiedere conto ad Ankara delle operazioni militari contro i curdi. Erdogan in Somalia rappresenta l'ennesimo spot per la Turchia, che contrasta la Cina nell'espansione commerciale globale molto più che l'Ue o gli Usa. Pechino è un colosso, ma la Turchia punta sull'elemento identitario religioso che, strumentalizzato ad hoc, può fare miracoli.

Christian Elia

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