27/06/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Emergency: "Non occorrono blindati e armi se la gente sa che si è qui per aiutarla"
Mentre in Italia imperversa il dibattito sull’opportunità o meno di proseguire o addirittura di potenziare la partecipazione militare italiana alla missione Nato in Afghanistan – una missione sempre meno ‘di pace’, e sempre più ‘di guerra’ – Arturo Parisi, in visita a Kabul, si è recato al locale ospedale di Emergency.
 
Scritto per noi
da Marco Garatti*
 
Si stava parlando con Gino dell’opportunità o meno di avere un’altra sala operatoria nel nostro ospedale – le nostre due ormai sono sempre piene da mattino a sera – quando abbiamo ricevuto, del tutto inattesa, la notizia della visita del ministro della Difesa italiano, Arturo Parisi .
 
L'arrivo di Parisi all'ospedale di Emergency L’ospedale era come al solito in piena attività. E’ venerdì, teoricamente quindi giorno di festa. Ma ormai abbiamo capito, da tempo, che anzi di venerdì si lavora anche di più perché gli altri ospedali, che lo si creda o no, “chiudono”.
Ha sorpreso tutti noi, piacevolmente sorpreso questo rinnovato interesse delle autorità italiane verso la nostra attività. Erano anni ormai che, come si suole dire, dalle nostre parti non passava più nessuno. Come se non avessimo continuato, in tutti questi anni, a curare con dignità e professionalità tutti i feriti di questo enorme e perenne campo di battaglia che si chiama Afghanistan. Come se la nostra attività avesse improvvisamente cessato di essere quella che è perché si può essere “di destra” o “di sinistra” nel curare i malati. Come se in questi anni si fosse voluto ignorare che l’Afghanistan rimane un paese dove si muore come prima, più di prima, colpiti da un proiettile o saltando su una mina. 
 
Parisi nel reparto pediatrico dell'ospedaleCi ha fatto quindi grande piacere questa visita, non tanto per il rinnovato riconoscimento, di cui poco ci importa. Quanto per l’opportunità che ci è stata data.
L’opportunità di far vedere che ancora qui in Afghanistan non si è usciti dall’emergenza, nonostante l’impegno ed i denari spesi dalla comunità internazionale.
L’opportunità di far capire che è possibile essere presenti nel paese, anche nelle aeree considerate le più pericolose, essendo disarmati mentre tutti gli altri, quando ci sono, hanno blindati e sono armati fino ai denti. Perché non serve avere armi se la gente sa che si è lì per cercare di aiutarla.
L’opportunità di far capire che questo paese ha bisogno, un disperato bisogno di servizi che funzionino, e che a farli funzionare sono l’impegno e la trasparenza, non i cannoni che ci stanno dietro.
 
Gino Strada con Parisi e l'ambasciatore Ettore SequiQuesto è stato il messaggio che abbiamo cercato di trasmettere al ministro della Difesa.
Dopo la sua visita abbiamo ripreso la nostra routine che è quella di curare i feriti che continuano ad arrivare al nostro pronto soccorso. Feriti che noi continuiamo a curare tutti, e tutti allo stesso modo: talebani e non, amici e nemici, pashtun o tagichi. E questo, permettetemi di dirlo, è una cosa che ci rende tremendamente orgogliosi.
Categoria: Guerra, Politica, Salute
Luogo: Afghanistan
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