24/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo slogan delle rappresaglie usato da un Israeliano dice più di ogni altra cosa della nostra barbarie
Avrei voluto che questo momento non arrivasse mai.
“Gli aerei israeliani dovranno bombardare dieci edifici a più piani nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hizbollah, per ogni nuovo razzo a lunga gittata che colpirà il porto settentrionale di Haifa, terza città dello Stato ebraico per importanza. Lo ha reso noto la radio dell'Esercito, secondo cui l'ordine all'Aviazione è stato impartito personalmente dal capo dello stato maggiore interforze, generale Dan Halutz; questi ha fatto in particolare riferimento alla zona di Dahaya della capitale libanese, dove maggiore è la concentrazione di militanti e sostenitori del Partito di Dio”.
 
In una notizia in breve riportata dai quotidiani online torna l'incubo peggiore della storia umana, quel dieci a uno, la rappresaglia nazista, simbolo di un orrore che non ha insegnato proprio nulla.
Questa notizia breve ci dice con una inaudita violenza che siamo davvero ad un punto di non ritorno.
Dovrebbe essere l'apertura di tutti i giornali di domani, e di una riflessione che non è più solo urgente, ma indispensabile.
Non perché sia una orrenda presa di posizione di uno dei Governi meglio armati nel mondo che da anni conduce una guerra senza esclusione di colpi contro una popolazione ridotta allo stremo.  Ma perché è indice dell'attuale stato della specie umana.
 
Non stiamo infatti dicendo che gli altri, Hizbollah, i guerriglieri armati in generale, gli iraniani che vogliono anche loro la bomba atomica (se poi la vogliono davvero: in assenza di prove, stavolta, lasciamo che il dubbio non sia lieve) siano meglio.
Il nostro lavoro di ogni giorno sta a testimoniare quello che pensiamo: non c'è mai un meglio quando si usano le armi, quando si mostrano i muscoli o quando si sceglie di uccidere. Lo dicono le foto dei bambini ebrei d'Israele che scrivono messaggi agghiaccianti su ordigni di morte. Lo dicono le foto dei bambini arabi di Palestina che indossano cinture esplosive, vere o finte che siano. Lo dicono le testimonianze dei lager che costruiamo ai confini d'Europa e persino in Europa e che ci ostiniamo a far finta di non vedere. Lo dicono le foto e le testimonianze dei campi di tortura che gestiamo nel nome del diritto alla libertà e alla democrazia.
 
Ma così forte non lo ha mai detto niente.
E allora non possiamo che, ancora una volta, disperatamente urlare che ci si deve fermare prima che sia troppo tardi. Perché così in basso non ci aspettavamo che si potesse cadere. Ed è giunto il momento di rialzarsi e di camminare verso un futuro di pace. O meglio ancora – per essere chiari – verso un futuro dove non ci sia proprio più la guerra. E dove l'unica cosa ad essere distrutta una volta per tutte siano le armi.
A partire dalle scelte concrete che facciamo noi singolarmente o tutti insieme. Scelte difficili, forse. Scelte certamente costose.
Ma scelte inevitabili, altrimenti non rimane che questa barbarie: dieci a uno.

Maso Notarianni

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