Lo slogan delle rappresaglie usato da un Israeliano dice più di ogni altra cosa della nostra barbarie
Avrei voluto che questo momento non
arrivasse mai.
“Gli aerei israeliani dovranno
bombardare dieci edifici a più piani nei sobborghi meridionali
di Beirut, roccaforte di Hizbollah, per ogni nuovo razzo a lunga
gittata che colpirà il porto settentrionale di Haifa, terza
città dello Stato ebraico per importanza. Lo ha reso noto la
radio dell'Esercito, secondo cui l'ordine all'Aviazione è
stato impartito personalmente dal capo dello stato maggiore
interforze, generale Dan Halutz; questi ha fatto in particolare
riferimento alla zona di Dahaya della capitale libanese, dove
maggiore è la concentrazione di militanti e sostenitori del
Partito di Dio”.
In una notizia in breve riportata dai
quotidiani online torna l'incubo peggiore della storia umana, quel
dieci a uno, la rappresaglia nazista, simbolo di un orrore che non ha insegnato proprio
nulla.
Questa notizia breve ci dice con una
inaudita violenza che siamo davvero ad un punto di non ritorno.
Dovrebbe essere l'apertura di tutti i
giornali di domani, e di una riflessione che non è più
solo urgente, ma indispensabile.
Non perché sia una orrenda presa
di posizione di uno dei Governi meglio armati nel mondo che da anni
conduce una guerra senza esclusione di colpi contro una popolazione
ridotta allo stremo. Ma perché è indice
dell'attuale stato della specie umana.
Non stiamo infatti dicendo che gli
altri, Hizbollah, i guerriglieri armati in generale, gli iraniani che
vogliono anche loro la bomba atomica (se poi la vogliono davvero: in
assenza di prove, stavolta, lasciamo che il dubbio non sia lieve)
siano meglio.
Il nostro lavoro di ogni giorno sta a
testimoniare quello che pensiamo: non c'è mai un meglio quando
si usano le armi, quando si mostrano i muscoli o quando si sceglie di
uccidere. Lo dicono le foto dei bambini ebrei d'Israele che scrivono
messaggi agghiaccianti su ordigni di morte. Lo dicono le foto dei
bambini arabi di Palestina che indossano cinture esplosive, vere o
finte che siano. Lo dicono le testimonianze dei lager che costruiamo
ai confini d'Europa e persino in Europa e che ci ostiniamo a far
finta di non vedere. Lo dicono le foto e le testimonianze dei campi
di tortura che gestiamo nel nome del diritto alla libertà e
alla democrazia.
Ma così forte non lo ha mai
detto niente.
E allora non possiamo che, ancora una
volta, disperatamente urlare che ci si deve fermare prima che sia
troppo tardi. Perché così in basso non ci aspettavamo
che si potesse cadere. Ed è giunto il momento di rialzarsi e
di camminare verso un futuro di pace. O meglio ancora – per essere
chiari – verso un futuro dove non ci sia proprio più la
guerra. E dove l'unica cosa ad essere distrutta una volta per tutte
siano le armi.
A partire dalle scelte concrete che
facciamo noi singolarmente o tutti insieme. Scelte difficili, forse.
Scelte certamente costose.
Ma scelte inevitabili, altrimenti non
rimane che questa barbarie: dieci a uno.