I numeri parlano da soli: la guerra in Afghanistan è sempre più violenta ed estesa
Il governo rassicura: “La guerra in Afghanistan è finita”.
Peccato che, dopo la fine dei bombardamenti dell’inverno
2001-2002 (costati la vita a 14.000 afgani), il conflitto abbia provocato la
morte di altri 11.000 afgani.
Dopo tre anni di relativa calma (2002, 2003 e 2004), i
talebani fuggiti in Pakistan si sono riorganizzati e nella primavera 2005 hanno
lanciato la loro controffensiva nel sud dell’Afghanistan. Offensiva che si è drammaticamente
intensificata dall’estate 2006 e che (contrariamente alla norma) sta
proseguendo nei mesi invernali. Le forze della Coalizione hanno risposto
riprendendo i bombardamenti aerei e le offensive terrestri: in maniera
sporadica nel 2005, sistematica nel 2006 (decine di raid al giorno sui villaggi
del sud, impiego di carri armati e artiglieria pesante). Ne sono derivate
centinaia di vittime civili.
Nel grafico non abbiamo distinto tra vittime afgane civili e
combattenti perché in molti casi una distinzione non è possibile, e in
particolare nel caso dei bombardamenti Nato e delle operazioni Nato di “supporto
aereo ravvicinato”: malgrado i comunicati ufficiali della Coalizione
etichettino sempre le vittime come “combattenti”, il bombardamento è per sua
natura indiscriminato e la Nato – per sua stessa ammissione e per motivi di
sicurezza – quasi mai conduce investigazioni sul terreno a seguito dei
bombardamenti per verificare lo status di civile o combattente delle vittime. Per contro, fonti
militari Nato hanno rivelato a
PeaceReporter
che in alcuni casi, quando sono state compiute investigazioni sul terreno, i
morti civili sono stati “camuffati” da talebani, posando accanto a loro armi da
guerra (Leggi l'articolo
“La
fabbrica dei talebani”).
Il governo rassicura: “I soldati italiani non verranno inviati
nel sud, dove si combatte”.
Peccato che sono i combattimenti ad essersi spostati a nord,
anche dove opera il contingente italiano.
Nel corso del 2006, infatti, la guerra in Afghanistan si è
estesa dalle zone di confine con il Pakistan (cui era rimasta limitata negli
anni precedenti) a tutto il sud del paese (in rosso nella cartina).
Gli attacchi talebani e gli scontri armati tra guerriglia e
forze Nato interessano ormai tutte le province meridionali abitate dalla
popolazione pashtun, compresa la porzione sud della provincia di Herat (di competenza
del contingente italiano), la sottostante provincia di Farah (dove le forze
speciali italiane si spingono per “pattugliamenti a lungo raggio” – vedi agguato dell’8 settembre 2006 contro pattuglia
di incursori della Marina) e l’immediata periferia della capitale Kabul (anch’essa
presidiata dalle forze italiane – vedi agguati
mortali contro pattuglie di alpini del 5 maggio e 26 settembre 2006). Nemmeno
le stesse città di Herat e Kabul (dove sono basati i soldati italiani) sono più
sicure: entrambe sono diventate teatro di attentati e attacchi suicidi da parte
dei talebani (vedi attentato suicida dell’8
aprile 2006 fuori dalla base italiana di Herat).