Il presidente delle Filippine chiede aiuto alla Ue per indagare su centinaia di omicidi politici
Il presidente delle Filippine, Gloria Macapagal Arroyo, ha rivolto un appello
all'Unione Europea e a sette Stati europei, tra cui l'Italia, per chiedere aiuto
nella conduzione delle indagini sulle centinaia di esecuzioni extragiudiziali
avvenute negli ultimi anni nel paese. L'intervento straniero dovrebbe servire
a garantire l'imparzialità dell'inchiesta, messa in dubbio da più fronti.
Militari sotto accusa. Nello scorso agosto il governo di Manila ha nominato una commissione d'inchiesta
per investigare sulle centinaia esecuzioni extragiudiziali di militanti politici
– perlopiù di sinistra - , giornalisti, avvocati, giudici e attivisti per i diritti
umani che hanno insanguinato l'arcipelago: secondo le denunce dell'organizzazione
filippina Karapatan, sarebbero 800 gli omicidi a sfondo politico dal 2001 a oggi.
La cosiddetta commissione Melo, guidata dall'ex giudice della Corte suprema José
Melo, ha consegnato alla presidente Arroyo un ampio rapporto che indicava come
la maggior parte degli asassinii fosse da attribuire all'esercito. José Melo ha
anche puntato il dito contro il generale Jovito Palparan, che in un'intervista
aveva ammesso di avere “suggerito” a qualcuno di “vendicare i crimini commessi
dal New People's Army”, il gruppo paramilitare comunista che dal 1969 combatte
per quella che definiscono una “rivoluzione di popolo”.
Il presidente minimizza. Gloria Arroyo, presentando alla stampa i primi risultati dell'inchiesta, ha però
minimizzato il ruolo dei militari (“Per il 99 percento, sono brave persone”),
dando ad intendere che le violenze potrebbero essere state compiute solo da poche
mele marce. E ha aggiunto che la responsabilità di questi crimini va ripartita
a destra e a sinistra, ma soprattutto tra i gruppi guerriglieri che combattono
il governo centrale. La Arroyo si è anche rifiutata di consegnare ala stampa il
rapporto completo, suscitando le critiche delle organizzazioni per la difesa dei
diritti umani, che hanno visto la decisione come una conferma della volontà politica
del governo di coprire le forze armate. Secondo i critici, inoltre, gli omicidi
e le sparizioni non sarebbero affatto opera di “mele marce”, ma farebbero parte
della sistematica repressione operata dal governo nell'ambito del cosiddeto
Oplan Bantay Laya (Piano Vigilanza della Libertà), la grande campagna lanciata nel 2002 per contrastare
la guerriglia comunista nell'arcipelago. Il problema è che, oggi, nelle Filippine,
il governo non gode più della fiducia della popolazione. E il clima di impunità
regna sovrano: per le centinaia di omicidi, sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali,
dall'insediamento del presidente Arroyo a oggi, nessuno è mai finito davanti a
un giudice.