Un'anziana
donna, hijab nero sul capo, poggia i gomiti sulle transenne mentre
osserva il palco che balugina tra la folla, raccolta in piazza dei
Martiri, a Beirut. In mano una sigaretta, nell'altra la bandiera
libanese. É solo una delle migliaia di bandiere bianche e
rosse, col cedro al centro, che l'opposizione libanese ha scelto come
simbolo dell'unità tra le confessioni religiose contro il
governo di Fouad Seniora.
La
tendopoli. Piazza dei Martiri, nel centro di Beirut, dal primo
dicembre 2006 è diventata una tendopoli presidiata 24 ore al
giorno da libanesi di tutte le età, confessioni ed estrazioni,
che chiedono le dimissioni del premier e l'inizio di una nuova
stagione politica. Ogni sera slogan luminosi vengono proiettati sulle
pareti dei palazzi attorno al palco, da cui giungono musiche
tradizionali e le voci dei leader delle diverse fazioni. “Siamo
disposti a rimanere qui a oltranza”, ripetono tutti, “finché
non raggiungeremo i nostri obiettivi”. Il recente
viaggio del presidente iraniano Ahmandinejad in Arabia Saudita e i
colloqui tra il presidente del parlamento Nabih Berri e il leader
dalla coalizione '14 marzo' al governo, Saad
Hariri, hanno portato una ventata di ottimismo.
La soluzione della crisi è vicina secondo i politici delle due
parti. Intanto però, oggi, la tendopoli compie cento giorni.
Lo stallo. Il presidio nel pieno
centro di Beirut ha sconvolto l'economia della città che, dopo
la guerra con Israele, è presidiata dall'esercito libanese e
non riesce a tornare alla normalità. I negozi e i locali del
centro sono aperti, ma deserti. I turisti latitano e la gente di
Beirut gira di notte con cautela. Place d'Etoile, la piazza più
rappresentativa di Beirut, è vuota e per accedere bisogna
passare i controlli dell'esercito. Molta della gente che lavora in
centro ormai si è abituata alla tendopoli e ha trovato vie
alternative per raggiungere i posti di lavoro, evitando la
congestione del traffico attorno alla piazza occupata. La vita della
città sembra congelata, in attesa che la crisi passi, o nel
timore che degeneri. I partiti del blocco 14 marzo, la coalizione al
governo, hanno più volte minacciato di usare la forza per
sgomberare la piazza e hanno invitato i negozianti a scioperare
contro l'occupazione del centro, che li danneggia economicamente.
Braccio di ferro. La protesta
delle opposizioni guidate da Hezbollah, raccolte sotto la sigla
'coalizione 8 marzo' hanno avuto un sussulto il 23 gennaio scorso. I
loro sostenitori, sciiti e cristiani, assieme al sindacato libanese,
hanno invaso i punti nevralgici di Beirut, bruciando pneumatici e
bloccando le strade, mentre entravano in azione anche le milizie dei
partiti della colazione al governo: Mustaqbal, Forze Libanesi, Kataeb
e Jumblatt. Per alcune ore si è rischiata la guerra civile, ma
l'intervento dell'esercito per sedare gli scontri è stato
equilibrato e i leader delle opposizioni hanno deciso di non
insistere, riportando la protesta in piazza dei Martiri. Quello che è
in corso da cento giorni è un pericoloso braccio di ferro, ma
i leader delle opposizioni, Nasrallah in testa, hanno a più
riprese dichiarato di volere evitare lo scontro totale. “La nostra
linea rossa è la guerra civile”, ha dichiarato recentemente
la guida del 'partito di Dio', lasciando intendere che i manifestanti
non risponderanno alle provocazioni e nemmeno all'uccisione dei loro
sostenitori, come accaduto a dicembre al 21enne Ahmad Mahmoud.
Hariri. La soluzione della crisi
è legata all'istituzione del tribunale internazionale per
l'omicidio di Rafiq Hariri, che a novembre causò la
fuoriuscita dal governo dei ministri di Hezbollah. La coalizione di
Seniora sosteneva che Hezbollah avesse boicottato il tribunale per
proteggere i mandanti siriani dell'omicidio, mentre le opposizioni
replicavano di aver rifiutato la proposta perché non era stato
concesso loro il tempo minimo per valutarne i contenuti. La scorsa
settimana il capo del parlamento Nabih Berri si è incontrato
quattro volte con Saad Hariri. Al termine dei colloqui Berri ha
dichiarato che un accordo è stato raggiunto e che ora inizierà
la discussione per creare un governo di unità nazionale.
Nasrallah ha fatto sapere di essere favorevole a questi colloqui da
cui però si è chiamato fuori, sostenendo che il
movimento sciita è “pronto al peggio”, per ottenere una
maggioranza nel governo, sufficiente ad esercitare il potere di veto.
Hezbollah continua ad accumulare armi di provenienza iraniana, mentre
le forze del 14 marzo, sostenute da Israele e dagli Usa, non sembrano
disposte a modificare la formula da loro proposta: 19 deputati per la
maggioranza, 10 per l'opposizione e un neutrale. La composizione del
governo sarà il prossimo nodo da sciogliere, prima che le
tende lascino la piazza.