
Gino Strada in
questi giorni ha un altro prigioniero da liberare:
Rahmatullah Hanefi,
manager
dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. E stato portato via da uomini
dei
servizi segreti afgani martedì 20, all'alba, da allora non se ne hanno
notizie: nessuna informazione sulle sue condizioni, sulla sua
"detenzione" o sui motivi che l'hanno determinata è stata comunicata
alla sua famiglia o a Emergency. Non sono state formulate accuse contro
di lui né è stato prodotto alcun documento ufficiale che spieghi
perché, da martedì mattina, Rahmatullah Hanefi si trovi nella sede dei
servizi segreti a Lashkargah senza possibilità di comunicare con
l'esterno. Grazie a Rahmatullah, Daniele Mastrogiacomo è oggi a casa
tranquillo. Eppure,
non si percepisce grande attenzione sulla sua sorte e impegno
istituzionale per
liberarlo. Come fosse, e sono in molti a sostenerlo, che Emergency e
Gino
Strada avessero strappato e gestito autonomamente la trattativa con i
talebani.
"Non siamo noi ad essere intervenuti", dice
seccamente Gino Strada. "Ci è stato chiesto, mi è stato chiesto di
intervenire, di provare a fare qualche cosa. E tutto quel che ho fatto o detto
è stato concordato".
Quando ti è stato chiesto di
intervenire? E chi te lo ha chiesto?
Ero in Sudan, a Kartoum, dove stiamo per aprire un centro di
cardiochirurgia di altissimo livello che cercherà di soddisfare – gratuitamente
per tutti – il fabbisogno di una regione vasta più dell'Europa intera.
Decisamente in tutt'atre faccende affaccendato, quando ho ricevuto la prima
telefonata.
Chi ti ha chiamato?
Prima mi ha chiamato la Repubblica, il direttore Ezio Mauro.
Poi sono stato contattato dal Governo italiano. Entrambi, il giornale e il
Governo, mi hanno chiesto di attivarmi per portare a casa Daniele. Sapevano del
ruolo di Emergency, del rapporto che Emergency ha con la popolazione afgana,
della stima e dell'affetto che ci circondano in questo paese. E io mi sono subito
attivato, ovviamente. Salvare vite umane è importante sempre e comunque.
Come?
Ho avvisato la sede di Milano, e ho attivato immediatamente
Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di Lashkargah. Lavorando laggiù,
ero certo che avrebbe trovato la strada per raggiungere il mullah Dadullah. E
infatti l'ha trovata. E da subito ci è stato chiarito che l'unico canale
praticabile per portare i messaggi di Dadullah e le risposte del Governo
italiano sarebbe stato il nostro. Proprio per il credito che Emergency ha
acquisito con il suo lavoro e la sua professionalità.
Chi ve lo ha “chiarito”?
I talebani.
Ma che ruolo avete avuto? Diciamolo una
volta per tutte.
Il nostro ruolo è stato quello, semplice per modo di dire, di postini, di
portaparola. Ovvio che una parola portata da un'organizzazione come Emergency,
proprio per quello che fa in Afghanistan dal 1999, vale più della parola
portata da altri. Che nel migliore delle ipotesi sono dei perfetti sconosciuti.
Nella peggiore e più realistica sono visti come dei nemici. Come coloro che stanno,
ancora una volta, portando guerra in questo martoriato paese.
Ma avete trattato voi?
Non ci saremmo mai permessi di trattare. Non è il nostro compito, non è il
nostro ruolo, non è nel nostro potere farlo. Eravamo pronti a chiedere un gesto
umanitario, nel caso la situazione fosse precipitata. Ma più che quello non
avremmo potuto fare. Ci siamo limitati a trasmettere i messaggi da un
protagonista all'altro, tra il Governo e i rapitori.
Quindi non avete posto condizioni, come
l'uscita di scena dei servizi italiani?
Assolutamente no. Abbiamo prima consigliato che il loro ruolo fosse il più
discreto possibile. Solo perché sapevamo che la pretesa della parte talebana
era di trattare attraverso Emergency. E perché sappiamo quanto controllino
effettivamente il territorio.
In seguito è stato proprio Dadullah, in una telefonata che ci è arrivata
domenica 18, a dirci che sapeva dell'arrivo di alcuni italiani a Kandahar. “Se
non spariscono – ci ha detto – Daniele e il suo interprete sono morti”. Ci
siamo limitati a riferirlo immediatamente.
Ma tu non hai mai avuto a che fare con i
servizi o sì?
Io no di certo. Ma so che in Italia c'era chi, per Emergency, stava in
contatto con dei funzionari costantemente. E so che anche il loro ruolo è stato
importante. Da quanto mi hanno detto dall'Italia, sono stati loro a gestire i
rapporti con i servizi “alleati” ottenendo che non si commettessero imprudenze.
Tipo dei blitz armati?
Non lo so. Ma immagino che ci fossero alcuni che spingevano per questa
soluzione.
Ma tu sai quanti canali sono stati
aperti da altri, o hanno tentato di aprire altri?
No, ma so che c'è stato un momento - un altro momento in cui
Daniele e il suo interprete hanno rischiato la vita - in cui persino gli afgani
hanno provato ad aprire dei canali. Che ovviamente sono stati rifiutati, e
hanno causato problemi.
Una delle critiche
che sono state fatte è stata l'eccessiva publicità data alla vicenda e alle
varie fasi della trattativa.
Noi avevamo chiesto l'assoluto riserbo. Sono stati altri a
parlare di “canali umanitari”. Ed era ovvio a quali canali si riferissero.
Tant'è che i centralini della sede di Milano sono diventati roventi, dopo
quella frase sui canali umanitari.
Abbiamo chiesto da subito un comportamento responsabile della stampa. Ma non
sempre il mondo dell'informazione ha capito quanto fosse rischioso accreditare
le notizie più strampalate. Si è addirittura detto che Daniele era libero, ad
un certo punto. E anche questo ha messo a rischio la sorte dei prigionieri dei
talebani.
Ti riferisci a quando
i Talebani hanno poi rilanciato chiedendo cinque persone invece che tre?
Uno dei tre che avrebbero dovuto uscire ha preferito
rimanere in carcere. Temeva che una volta fuori, volessero ucciderlo. Per
questo Dadullah ha cambiato le sue richieste.
Cosa ti ha lasciato
questa storia?
Cosa mi ha tolto, semmai. Un fondamentale collaboratore. Un
grande amico, di cui non ho notizie da tre giorni. Per adesso quel che rimane,
oltre alla gioia per la liberazione di Daniele, è l'amarezza per la morte del
suo autista, la grande preoccupazione per
Rahmat e Adjmal Nashkbandi, entrambi
scomparsi. E l'amarezza nel constatare che non per noi, ma per altri in Italia,
la sorte di due afgani, uno dei quali indispensabile alla liberazione di
Daniele, non è poi così importante.
Maso Notarianni