Un anno fa, le truppe etiopi entravano a Mogadiscio quasi senza colpo ferire,
conquistando, in nome del governo di transizione somalo, una città abbandonata
dalle milizie delle Corti islamiche fuggite nel sud. Quella che, nelle intenzioni
ufficiali delle autorità etiopi, doveva essere una breve campagna, si è trasformata
in un pantano dal quale i soldati di Addis Abeba non riescono ad uscire. Una trappola
dalla quale, secondo le previsioni, gli etiopi non si libereranno tanto in fretta.
Pantano.

Dopo mesi di dichiarazioni ottimistiche, poche settimane fa il premier etiope
Meles Zenawi ha ammesso quanto gli analisti andavano sostenendo da tempo: al momento,
le truppe etiopi non possono lasciare il Paese per non farlo precipitare nel caos.
Non che ora il quadro sia molto più roseo: 600.000 somali costretti a fuggire
da Mogadiscio dall'inizio dell'anno, in coincidenza con uno dei peggiori raccolti
della storia del Paese che fa balenare il serio rischio di una carestia; e le
agenzie umanitarie che si riaffacciano timidamente in Somalia dopo anni di assenza,
senza riuscire a raggiungere buona parte degli sfollati, abbandonati a se stessi.
A Mogadiscio, termometro della vita politica e militare somala, gli scontri tra
gli eserciti somalo ed etiope da una parte e gli insorti vicini alle Corti islamiche
dall'altra proseguono, a riprova che le varie operazioni di sicurezza lanciate
dalle forze dell'ordine negli ultimi mesi non sono servite a nulla.
Alleati. Gli insorti, nonostante le loro differenze interne, si sentono più forti che
mai, soprattutto ora che l'Etiopia ha le mani legate, minacciata com'è da una
ancora improbabile (ma possibile) ripresa della guerra con l'Eritrea e dal conflitto
(quest'ultimo concreto) con i ribelli della regione dell'Ogaden. In questa situazione,
il sostegno degli alleati internazionali vale ben poco: stretta tra un governo,
quello somalo, che non ha la forza per controllare il proprio territorio e un
alleato, quello americano, che non si vuole impegnare più di tanto nel Corno d'Africa,
preso com'è dalle crisi in Iraq e in Afghanistan e Pakistan, l'Etiopia si trova
da sola a fronteggiare una ribellione strisciante e difficile da combattere, tra
una popolazione ostile che non ha mai visto di buon occhio l'entrata dell'Etiopia
nella crisi somala.
A poco vale l'invio, tardivo e insufficiente, di 200 soldati provenienti dal
Burundi, andati a rimpinguare la scarna missione di pace dell'Unione Africana,
orfana dei tre quarti delle truppe inizialmente promesse. Oltre ai 1.600 soldati
ugandesi e ad altri 600 burundesi, il cui arrivo è previsto per gennaio, non si
hanno notizie degli altri contingenti.
Passato. Chissà se, a un anno di distanza, Zenawi si sia pentito dell'invasione, decisa
senza l'avallo degli Usa, come hanno recentemente confermato fonti militari di
Washington e Addis Abeba. Certo, la retorica bellicosa delle Corti islamiche,
che avevano lanciato una jihad contro l'Etiopia, ha fatto la sua parte nel gettare benzina sul fuoco. Ma se
i vecchi nemici si sono dissolti, lasciando il controllo di Mogadiscio al governo
somalo alleato, non per questo la situazione è migliorata. I soldati etiopi sono
costretti a una lunga guerra di logoramento, fatta di attentati mirati alle forze
di sicurezza e brevi scontri con un nemico che si nasconde tra la gente. Una guerra
difficile da perdere, ma impossibile da vincere.