Il
Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, è oggi controllato
militarmente dal Marocco. La popolazione sahrawi ha resistito con
tenacia all’occupazione, ha liberato un terzo del territorio e vive
in parte nei campi profughi ospitati nel sud-ovest algerino.

L’altra
metà della comunità è privata di ogni diritto
nell’area occupata e, da alcuni anni, riesce a mostrare la
brutalità dell’amministrazione marocchina grazie alla
fotografia amatoriale. Le organizzazioni internazionali non
riconoscono l’annessione del territorio sahrawi e ne chiedono
tuttora la decolonizzazione attraverso la realizzazione di un
referendum di autodeterminazione. Ogni proposta di dialogo e di
ricorso al voto referendario è bloccato dalla ritrosia del
Marocco ad abbandonare le straordinarie risorse minerarie del
territorio. Le immagini amatoriali, fotografie e video, vengono
realizzate quotidianamente e distribuite con vari mezzi, in parte
clandestini, nonostante una severa censura e l’oscuramento
sistematico dei siti web solidali con i sahrawi.

“Dobbiamo
esporci, dobbiamo farlo perché alla nostra lotta occorrono
volti e nomi. Ora alcuni di noi sono conosciuti e possono
rappresentare anche gli altri, gli anonimi, gli imprigionati e gli
scomparsi. Chi è noto può prestare la voce a chi è
costretto al silenzio o a parlare sommessamente […] Abbiamo preso
l’abitudine di fare fotografie. Durante le mobilitazioni in strada
e nelle nostre case, ma anche in carcere, in segreto, durante le ore
notturne e quando è possibile eludere la sorveglianza. È
un impegno delicato ed efficace: comunichiamo con le parole e con le
immagini dal cuore stesso delle prigioni e dei tribunali; non vi sono
fotografi professionisti che lavorano con noi e abbiamo imparato da
soli come fare. Ognuno agisce come può e con mezzi propri,
ogni famiglia ormai ha un telefono cellulare o una macchina
fotografica. Se nessun giornalista o fotografo professionale può
documentare quello che accade nel Sahara Occidentale tocca a noi dire
cosa è l’occupazione. E le nostre povere fotografie rendono
ridicola la verità dei funzionari del re, raccontando quanto
sono puerili le loro informazioni studiate a tavolino già
dall’inizio dell’invasione nel 1975. Fotografare è
diventato parte della nostra resistenza: per sviluppare rapporti con
il mondo, conoscere noi stessi, favorire la memoria.”

Aminatou
Haidar, militante sahrawi imprigionata per oltre quattro anni con gli
occhi bendati, ci dice che la fotografia amatoriale può
liberare dal silenzio la sua terra occupata. All’assenza di
immagini istituzionali della rivolta, estesa all’ntero paese dal
maggio 2005, alla proibizione per gli inviati e i fotografi della
stampa internazionale di muoversi liberamente nelle zone amministrate
dal Marocco, all’espulsione sistematica di ogni testimone
straniero, giurista, parlamentare o semplice osservatore, i sahrawi
rimediano riprendendo in prima persona gli avvenimenti. Ogni
cittadino aggredito fotografa o fa fotografare il proprio corpo
ferito, mostra le abitazioni devastate dai militari delle forze
speciali di sicurezza (i famigerati Gus), l’assedio militarizzato
dei quartieri, le mobilitazioni crescenti e improvvise. Ogni sahrawi
guarda sé stesso e si fa guardare, dai propri vicini e da
sconosciuti di altri paesi, attraverso tecnologie fino a poco prima
estranee alla realtà dell’esilio o della vita controllata
dagli occupanti. Come già accaduto nei primi anni di guerra: i
sahrawi seguono a rappresentarsi direttamente e a dispetto delle
scarse risorse. Si avvalgono di sé stessi, dei propri corpi
violati e delle poche cose possedute e minacciate. E le immagini
prodotte nell’imperizia e in condizioni di pericolo, hanno una
libertà compositiva che sembra irridere l’occhio irrigidito
dei cronisti e dei fotografi di mestiere. Hanno inoltre una qualità
fotografica esemplare, per racconto e per forma: possiedono molte
parole in pochi tratti. Una virtù dimenticata nelle redazioni
giornalistiche internazionali, strutturate per produrre e distribuire
infinite immagini, una per una sgombre di vita.

Nel
Sahara Occidentale ad essere messa in crisi è la sofisticata
macchina censoria della monarchia marocchina, amata da Europa e Stati
Uniti, interessata alle immense risorse della terra sahrawi. Gli
autori dello scandalo sono donne e uomini che non avevano fotografato
in precedenza, che avevano forse ritratto i loro familiari solo in
occasione di una nascita, di un matrimonio, di un giorno felice. Un
popolo che doveva starsene taciturno e rassegnato, dice di sé
senza intermediari e senza soggezione. Appronta un archivio di
immagini utili nell’immediato e, forse, nel prossimo futuro per
quanti non hanno potuto o saputo guardare.
''La
monarchia non può permettersi visitatori scomodi e occhi
critici. Tutto deve avvenire nell’ombra. Conosciamo da poco la
fotografia digitale e internet, non abbiamo risorse economiche e
siamo controllati in ogni movimento, ma l’urgenza di testimoniare
ci obbliga a trovare nuove soluzioni, ad essere veloci e
imprevedibili. Continueremo a parlare, continueremo a mostrarci. A
vedere e far vedere l’occupazione''.