05/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Fotografie e video amatoriali dal Sahara Occidentale in una mostra a Roma
Il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, è oggi controllato militarmente dal Marocco. La popolazione sahrawi ha resistito con tenacia all’occupazione, ha liberato un terzo del territorio e vive in parte nei campi profughi ospitati nel sud-ovest algerino.
 
L’altra metà della comunità è privata di ogni diritto nell’area occupata e, da alcuni anni, riesce a mostrare la brutalità dell’amministrazione marocchina grazie alla fotografia amatoriale. Le organizzazioni internazionali non riconoscono l’annessione del territorio sahrawi e ne chiedono tuttora la decolonizzazione attraverso la realizzazione di un referendum di autodeterminazione. Ogni proposta di dialogo e di ricorso al voto referendario è bloccato dalla ritrosia del Marocco ad abbandonare le straordinarie risorse minerarie del territorio. Le immagini amatoriali, fotografie e video, vengono realizzate quotidianamente e distribuite con vari mezzi, in parte clandestini, nonostante una severa censura e l’oscuramento sistematico dei siti web solidali con i sahrawi.

“Dobbiamo esporci, dobbiamo farlo perché alla nostra lotta occorrono volti e nomi. Ora alcuni di noi sono conosciuti e possono rappresentare anche gli altri, gli anonimi, gli imprigionati e gli scomparsi. Chi è noto può prestare la voce a chi è costretto al silenzio o a parlare sommessamente […] Abbiamo preso l’abitudine di fare fotografie. Durante le mobilitazioni in strada e nelle nostre case, ma anche in carcere, in segreto, durante le ore notturne e quando è possibile eludere la sorveglianza. È un impegno delicato ed efficace: comunichiamo con le parole e con le immagini dal cuore stesso delle prigioni e dei tribunali; non vi sono fotografi professionisti che lavorano con noi e abbiamo imparato da soli come fare. Ognuno agisce come può e con mezzi propri, ogni famiglia ormai ha un telefono cellulare o una macchina fotografica. Se nessun giornalista o fotografo professionale può documentare quello che accade nel Sahara Occidentale tocca a noi dire cosa è l’occupazione. E le nostre povere fotografie rendono ridicola la verità dei funzionari del re, raccontando quanto sono puerili le loro informazioni studiate a tavolino già dall’inizio dell’invasione nel 1975. Fotografare è diventato parte della nostra resistenza: per sviluppare rapporti con il mondo, conoscere noi stessi, favorire la memoria.”
 
Aminatou Haidar, militante sahrawi imprigionata per oltre quattro anni con gli occhi bendati, ci dice che la fotografia amatoriale può liberare dal silenzio la sua terra occupata. All’assenza di immagini istituzionali della rivolta, estesa all’ntero paese dal maggio 2005, alla proibizione per gli inviati e i fotografi della stampa internazionale di muoversi liberamente nelle zone amministrate dal Marocco, all’espulsione sistematica di ogni testimone straniero, giurista, parlamentare o semplice osservatore, i sahrawi rimediano riprendendo in prima persona gli avvenimenti. Ogni cittadino aggredito fotografa o fa fotografare il proprio corpo ferito, mostra le abitazioni devastate dai militari delle forze speciali di sicurezza (i famigerati Gus), l’assedio militarizzato dei quartieri, le mobilitazioni crescenti e improvvise. Ogni sahrawi guarda sé stesso e si fa guardare, dai propri vicini e da sconosciuti di altri paesi, attraverso tecnologie fino a poco prima estranee alla realtà dell’esilio o della vita controllata dagli occupanti. Come già accaduto nei primi anni di guerra: i sahrawi seguono a rappresentarsi direttamente e a dispetto delle scarse risorse. Si avvalgono di sé stessi, dei propri corpi violati e delle poche cose possedute e minacciate. E le immagini prodotte nell’imperizia e in condizioni di pericolo, hanno una libertà compositiva che sembra irridere l’occhio irrigidito dei cronisti e dei fotografi di mestiere. Hanno inoltre una qualità fotografica esemplare, per racconto e per forma: possiedono molte parole in pochi tratti. Una virtù dimenticata nelle redazioni giornalistiche internazionali, strutturate per produrre e distribuire infinite immagini, una per una sgombre di vita.

Nel Sahara Occidentale ad essere messa in crisi è la sofisticata macchina censoria della monarchia marocchina, amata da Europa e Stati Uniti, interessata alle immense risorse della terra sahrawi. Gli autori dello scandalo sono donne e uomini che non avevano fotografato in precedenza, che avevano forse ritratto i loro familiari solo in occasione di una nascita, di un matrimonio, di un giorno felice. Un popolo che doveva starsene taciturno e rassegnato, dice di sé senza intermediari e senza soggezione. Appronta un archivio di immagini utili nell’immediato e, forse, nel prossimo futuro per quanti non hanno potuto o saputo guardare.
''La monarchia non può permettersi visitatori scomodi e occhi critici. Tutto deve avvenire nell’ombra. Conosciamo da poco la fotografia digitale e internet, non abbiamo risorse economiche e siamo controllati in ogni movimento, ma l’urgenza di testimoniare ci obbliga a trovare nuove soluzioni, ad essere veloci e imprevedibili. Continueremo a parlare, continueremo a mostrarci. A vedere e far vedere l’occupazione''.
 
Patrizio Esposito
Categoria: Guerra, Tortura
Luogo: Sahara Occidentale
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