Nei blog degli appassionati di armi e strategia, gira un prototipo di portaerei volante che sarebbe allo studio in Cina: una specie di ufo che ci proietta nel mondo di guerre (o balle) spaziali.
E l'Economist annuncia che il Dragone ha ormai più navi da guerra degli Stati Uniti, così la mente corre ad altri sorpassi inanellati ultimamente dal Celeste Impero: quello degli utenti internet, sempre ai danni degli Usa; quello dell'economia, sul Giappone.
Ma qui si parla di armi e non si scherza, soprattutto perché da tempo Washington lancia l'allarme: la Cina rappresenta una crescente minaccia militare.
Osservando il grafico proposto dall'Economist si nota subito che i dati si riferiscono solo a "major combatants", cioè per definizione incrociatori e cacciatorpediniere. Tutto il resto non conta. E' strano per almeno tre motivi. Primo, l'assenza delle portaerei, vero asso nella manica di ogni conflitto. Secondo, mancano le fregate, leggermente più piccole degli incrociatori, verso cui stanno virando quasi tutte le maggiori flotte. Terzo, la sempre maggiore importanza della logistica, cioè delle navi appoggio, nelle operazioni di guerra.
Va ricordato per altro che il magazine Uk riprende dati dell'International Institute for Strategic Studies (Iiss), un think tank londinese che ha tra i suoi associati ex membri dei corpi diplomatici e dei governi britannico e americano e che probabilmente ha qualche interesse nel gridare "al lupo".
Un articolo del network indiano Merinews, ad aprile, forniva cifre più attendibili: la marina Usa ha attualmente 286 navi da guerra, quella cinese, 260, di cui solo 75 sono da considerarsi "moderne". Il ritardo tecnologico veniva quantificato in vent'anni e si avanzava l'ipotesi che la marina dell'Esercito Popolare di Liberazione fosse "il tallone d'Achille" delle forze armate cinesi.
Soprattutto, i cinesi non hanno portaerei, mentre gli Usa ne hanno 13. E' in allestimento un gruppo navale (la portaerei più le navi appoggio), ma il gap resta al momento incolmabile: gli Usa dispongono attualmente di 3.700 aerei pronti a decollare dal ponte di una nave in ogni angolo del mondo, la Cina non ne ha mezzo.
La ricerca rivela comunque una tendenza in atto: sebbene il budget militare Usa resti il primo in assoluto, alla crescita economica della Cina corrisponde anche un maggiore investimento bellico.
Ma la strategia di Pechino è diversa e punta sulla dissuasione di avversari che vogliano avvicinarsi troppo alla Cina continentale. Per fare questo, i missili sono più utili delle portaerei, anzi, sono proprio l'arma letale per affondarle.
Ad agosto, nel pieno della "provocazione George Washington", fonti Usa diffondevano lo spauracchio del Dong Feng 21D, un missile cinese che anche da 1500 chilometri di distanza sarebbe capace di penetrare le difese della più avanzata portaerei. La Cina si è sempre rifiutata di commentare le indiscrezioni.
L'altra vera strategia cinese è il cosiddetto "filo di perle", cioè la costruzione di basi terrestri che possano funzionare sia da poli economici sia da installazioni militari, in Paesi ospitali. Pechino lega a sé politicamente ed economicamente gli Stati che le concedono una base e nel frattempo disloca il suo potenziale militare, che così si installa già sul posto per proteggere gli interessi della madrepatria (leggi, rifornimenti energetici in direzione della Cina e basi commerciali per la diffusione delle merci Cinesi all'estero).
Ma anche in questo caso, non si vede la necessità di portaerei.
Il futuro si apre su scenari inediti. La missione navale al largo delle coste somale per proteggere i rifornimenti di petrolio che arriva dal Golfo di Aden, ha già inaugurato una nuova stagione, nella quale le forze armate della Cina necessitano di operare a distanza.
Si parla di un progetto di portaerei a propulsione nucleare per il 2015, ma attualmente, l'unico scafo del genere in possesso della marina cinese è l'ucraina Vayrag, acquistata da un'agenzia viaggi di Macao nel 1998 per essere riconvertita in casinò. Poi il progetto tramontò e fu rimessa in vendita. Alcune fonti sostengono che sia stata riarmata nell'arsenale di Dalian, ma si tratta comunque di tecnologia dell'epoca sovietica: vecchia.
Gabriele Battaglia