29/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli emissari di Gbagbo trattano l'uscita di scena del leader che ha chiesto ufficialmente un cessate il fuoco

Negoziano in maniera febbrile, un incontro via l'altro. Sono militari, diplomatici e religiosi. Stanno lavorando alla soluzione della crisi ivoriana, facilitando l'uscita di scena di Laurent Gbagbo, il presidente golpista che si starebbe preparando ad una resa quasi incondizionata. Questo dicono le ultime in arrivo da Abidjan, peccando forse di partigianeria e ottimismo ma, è notizia di oggi, Gbagbo ha chiesto ufficialmente il cessate il fuoco. A quattro mesi dall'inizio della crisi politica, con il suo rifiuto di cedere il potere ad Alassane Ouattara, considerato dalla comunità internazionale il legittimo vincitore, la posizione del leader golpista non era mai sembrata così debole. Il bollettino di martedì mattina conferma che per l'ex presidente le cose si stiano mettendo male ovunque: i soldati regolari delle Forces de Defense et de Sécurité (Fds, pro-Gbagbo) hanno abbandonato Agnibilekrou e Abengourou (est) ma soprattutto hanno perso  Daloa e Duékoué, nel sudovest, due città dal grande valore strategico, perché al centro della "regione del cacao". Dékoué, in particolare, è un crocevia, per il quale passano le strade che portano alla capitale Yamoussokro, a est, e a San Pedro, a sud, il porto dal quale partono i carichi di cacao. Se si viaggia verso ovest, invece, si arriva al confine con la Liberia: controllare questa strada significa controllare una delle direttrici lungo le quali si muove il flusso di mercenari assoldati da Gbagbo, provenienti dal Paese confinante.

Per questo le forze pro-Ouattara in queste ore stanno cercando di sigillare l'intera frontiera e di strangolare il regime prendendo il porto di San Pedro. Ma chi sono queste forze pro-Ouattara? Fino a qualche giorno fa, la risposta sarebbe stata semplice: le Forces Armées des Forces Nouvelles (Fafn), ovvero la guerriglia che dal 2002 controlla il nord del Paese, fedele al premier e ministro della Difesa nominato da Ouattara, Guillaume Soro. Oggi la risposta è più complessa, perché il presidente il 17 marzo ha creato un nuovo esercito sotto il suo diretto comando, le Forces Républicaines de Cote d'Ivoire (Frci), una mossa che risponde a più obiettivi. Innanzitutto, quello di dare una veste più ufficiale (e più presentabile) alla guerriglia; in secondo luogo, cosa più importante, permettere ai tanti soldati che continuano a lasciare l'esercito regolare pro-Gbagbo di entrare in un gruppo armato senza dover passare nelle fila delle Forces Nouvelles, facilitando la fusione tra i due gruppi. Ma c'è un terzo motivo: probabilmente Ouattara sta cercando di emanciparsi dal suo premier che, attraverso l'Fafn, lo teneva quasi in ostaggio e con il quale i rapporti si ssarebbero fatti tesi. E, infatti, al giuramento all'Hotel du Golf mancavano sia Soro che alcuni uomini del vertice dell'Fafn, come Soumaila Bakayokò, il comandante, e Michel Gueu. Il nuovo esercito ha collezionato molte vittorie, conquistando diverse città dell'ovest e del sud, territori in cui fino a pochi giorni fa comandava Gbagbo. Ma non sono queste sconfitte che stanno portando il leader golpista alla resa quanto l'arretramento ad Abidjan, la capitale economica, ridotta a città fantasma.

Guardando a cosa accade nella metropoli, ci si fa l'idea che il quadro politico vada complicandosi quanto più Gbagbo perde posizioni. Ad Abobo e Anyama comandano i "Commando invisibili", soldati apparsi dal nulla, spesso descritti come pro-Ouattara ma in realtà guidati da un ex generale dell'Fafn, Ibrahim Coulibaly, tagliato fuori dalla spartizione di poltrone e potere seguita alla guerra civile di otto anni fa. Fama di sadico e di golpista, Coulibaly l'ha giurata a Soro e che i suoi uomini siano disposti ad obbedire a Ouattara, è tutto da vedere. Si stanno spingendo a sud, verso Yopougon, Plateau, Adjamé, Marcory, per prendere il controllo dei distretti principali di Abidjan. Il regime è nervoso: si sente assediato in casa e così ricorre all'epurazioni. L'ultimo a saltare è stato il colonnello Aka Benjamin, comandante dei mezzi corazzati della Gendarmeria. E nella città, è tutto un proliferare di gruppuscoli armati: mercenari liberiani e della Sierra Leone pro-Gbagbo, burkinabe, senegalesi e nigeriani pro-Ouattara, commando invisibili, brigate della federazione studentesca. Abidjan è un cratere in ebollizione. Gbagbo è il passato. Condannato dal presidente americano Barack Obama ("Gbagbo usa i suoi teppisti per restare al potere", ha detto), mollato anche dall'Angola, che fin qui era stato un suo buono sponsor diplomatico e militare. Ma qual è il futuro? A questa domanda, nessuno ha ancora risposto, nemmeno l'Unione Africana che ha collezionato solo flop e passi falsi. Sabato 26, per esempio, ha proposto l'ex ministro degli Esteri di Capo Verde, Jose Brito, come mediatore ufficiale nella crisi. Brito è un amico di lunga data di Gbagbo, che fu suo insegnante al liceo classico di Abidjan. Ovviamente Ouattara ha respinto l'offerta. Ma prima è necessaria un'ammissione: in Costa d'Avorio la guerra è già arrivata, come testimoniano gli oltre 800 mila sfollati e un numero di morti che le Nazioni Unite hanno smesso di contare. Continuanuo a riportare circa 500 vittime ma nessuno, nemmeno l'Unoci, ha idea di cosa stia accadendo fuori da Abidjan.

 

Alberto Tundo

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