Quaranta studentesse si sono radunate lunedì scorso per partecipare a un tour in pullman, con la loro classe, nelle aziende tecniche e siti storici attorno alla città in cui frequentano l'Università, Trebisonda, nella Turchia settentrionale. Ma la partenza è stata ritardata dall'aut aut imposto loro da una delle accompagnatrici: "Per poter partecipare al tour, dovete per forza scoprirvi il capo". L'alternativa, per quante di loro portavano il velo, era quella di rinunciare al viaggio e tornare a casa.
L'episodio di lunedì scorso, riportato soltanto questa mattina dai siti web del Paese, è soltanto l'ultimo di una questione molto controversa, che vede la Turchia oscillare tra la necessità di mantenere in vita un modello di stato laico e secolarizzato e la realtà di una popolazione a stragrande maggioranza musulmana, alcuni dei quali spingono per un ritorno alla legge coranica come loro diritto.
Negli anni trenta, la politica di Kemal Atatürk in materia religiosa aveva inteso creare uno stato laico: la legge turca prevede infatti il principio costituzionale di laicità, che vieta di indossare il velo nei luoghi pubblici: scuole, università, uffici amministrativi statali e locali. Ma nel 2008 il Parlamento turco, sotto il governo di Recep Tayyip Erdogan, approvò due emendamenti che stabilivano la libertà di portare il velo islamico per le studentesse universitarie, fino a quel momento vietato. La liberalizzazione riguardava soltanto le ragazze all'interno degli atenei, ma provocò comunque numerose proteste nel Paese, da parte di donne di tutte le età che intendevano difendere la laicità della Turchia. La legge fu annullata per incostituzionalità poco dopo essere stata approvata.