26/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo l’Egitto e la Libia, il governo di Erdogan interviene nel conflitto tra Assad e gli antigovernativi. Colloqui segreti fra l’intelligence Usa e i funzionari di Ankara

La Turchia torna a proporsi come "grande mediatore" per le crisi istituzionali e i conflitti civili che si susseguono ormai da mesi in Medio Oriente. L'ultimo è il caso della Siria, dove il governo di Bashar al-Assad sta mettendo in atto una violenta repressione contro le manifestazioni di dissenso che arrivano dalla popolazione. Al momento si parla di circa 350 vittime. A questo proposito, è stato reso noto in giornata che Leon Panetta - il capo della Cia - si è recato il mese scorso ad Ankara, per incontrare alcuni funzionari turchi e avviare una serie di colloqui segreti sulla situazione siriana. È stato lo stesso Barack Obama a confermare il ruolo di mediatore che la Turchia riveste nella regione, durante una telefonata con il premier Recep Tayyp Erdogan.

Un altro scenario appetibile per Ankara è quello libico: già nelle scorse settimane la Turchia si è mossa per risolvere la crisi tra Muammar Gheddafi, i ribelli e la Coalizione internazionale, elaborando una road map che prevedeva un intervento Nato di breve durata, riforme e la nomina di un presidente gradito al popolo. Si trattava però di un piano che non escludeva a priori il raìs e i figli dal futuro politico della Libia, una scelta che ha compromesso le trattative con il Cnt libico e ha portato infine ad un nulla di fatto.

Prima di Siria e Libia, Erdogan era intervenuto nella crisi egiziana, e il suo governo era stato il primo a schierarsi apertamente in sostegno dei rivoltosi, chiedendo una transizione rapida e la definitiva uscita di scena di Hosni Mubarak. Il Paese su cui tuttavia si concentrano gli sforzi di Ankara è l'Iran, in particolare a proposito del suo programma nucleare. Nel maggio 2010 Erdogan ha firmato con L'Iran e il Brasile la Dichiarazione di Teheran, che avrebbe dovuto garantire le finalità pacifiche del programma nucleare iraniano, tutelandolo però da nuove sanzioni dell'Onu. Le trattative non hanno portato ai risultati sperati: le sanzioni sono state approvate comunque, e il Brasile si è sfilato dall'accordo in seguito all'elezione di Dilma Roussef, molto critica nei confronti di Teheran.

Sono numerosi dunque i versanti su cui si muove la Turchia, nel tentativo di imporsi come "grande mediatore", soprattutto nel Medio Oriente e in Nord Africa. Si tratta di un ruolo fortemente voluto dallo stratega Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri di Erdogan, che ha suscitato gli entusiasmi della comunità islamica ma anche i timori dell'Occidente, preoccupato che Ankara possa allontanarsi dagli alleati americani ed europei. La grande sfida irrisolta per il Paese resta ancora il fronte israelo-palestinese, determinante per le sorti di tutta la regione. In seguito all'operazione "Cast lead" contro Gaza nel 2008/2009 e all'attacco alla Freedom Flottilla di attivisti diretta verso la Striscia a maggio 2010, la Turchia ha congelato gran parte dei rapporti con Israele, compromettendo la possibilità di esercitare un ruolo di mediazione nell'area.

Parole chiave: siria, egitto, libia, stati uniti, panetta, cia
Categoria: Guerra, Lingue, Pace, Politica
Luogo: Turchia