Oggi,
le forze di ‘Enduring Freedom’ non sono oggettivamente sufficienti a
controllare militarmente il territorio minacciato, ed è per questo che
gli Stati Uniti hanno chiesto alla Nato un maggior coinvolgimento. Ma
per giustificarlo, non si è chiesto di partecipare alla guerra e
ampliare ‘Enduring Freedom’. Si è preferito rimanere ancorati al
criterio iniziale di Isaf, ovvero al quadro di una missione che – come
dice il suo stesso nome – è di assistenza al mantenimento della
sicurezza in appoggio al governo di Kabul. Il progetto di Isaf,
inizialmente concentrato solo nella capitale afgana, prevedeva che,
mano a mano che l’autorità del nuovo governo veniva riconosciuta e che
veniva negoziato lo scioglimento delle milizie personali dei signori
della guerra locali, le forze di sicurezza afgane avrebbero
progressivamente esteso il proprio controllo ad altri territori, con il
sostegno di Isaf laddove necessario.
Quindi
lo scopo originario della missione Isaf era solo quello di sostenere la
graduale espansione dell’autorità del nuovo governo di Kabul nelle zone
già “pacificate” dalla missione ‘Enduring Freedom’. Ma nella realtà non
è questo che sta accadendo: Isaf si sta sostituendo a ‘Enduring
Freedom’ nella fase di “pacificazione” di un territorio. Non è
così?
Le zone prescelte per l’ampliamento di Isaf, ovvero il sud
dell’Afghanistan, non sono quelle pacificate da ‘Enduring Freedom’, ma anzi
proprio quelle in cui la guerra contro i talebani continua con vere e proprie
offensive militari, seppur di carattere asimmetrico. Chi assume la
responsabilità della sicurezza in queste aree si deve predisporre per fare due
cose: la guerra contro i talebani, al posto o al fianco degli Usa, o la
repressione di una rivolta armata interna, al fianco o al posto del governo
afgano – un governo che molti degli stessi signori della guerra che ne fanno
parte considerano ininfluente, che molti ribelli considerano illegittimo e che
i talebani considerano d’usurpazione.
Ma se Isaf è diventata una missione di guerra “ereditando”
di fatto le funzioni di ‘Enduring Freedom’ – il che spiega la necessità di
mandare caccia bombardieri e forze speciali – non lo si dovrebbe dire
chiaramente? Non ci dovrebbe essere una seria e franca discussione sul
mutamento del mandato Isaf?
Il fatto che i contingenti Isaf dovranno farsi carico della
guerra ai talebani, per conto di Washington o di Kabul, impone senza dubbio la
necessità di un esame serio della situazione e lo scioglimento dei nodi
giuridici. Non ci sono dubbi che in ambito Nato e in Italia si possa fare
serenamente. Se si decide per l’opzione militare, il vero impegno istituzionale
diventa quello di calibrare lo strumento militare da costituire e le regole
d’ingaggio in relazione alla reale situazione e a un nuovo mandato. La cosa
peggiore che possa succedere è che si assumano nuovi impegni e nuovi rischi
mantenendo i vecchi criteri d’impiego e
le ipocrisie di sempre: fingendo che la situazione sia “normale”, ignorando o
negando l’evidenza della sovrapposizione di Isaf a ‘Enduring Freedom’,
spacciando per ricognitori di campi d’oppio dei caccia bombardieri e per
missionari di pace degli incursori e sabotatori superaddestrati
all’infiltrazione in territorio ostile e alla guerra asimmetrica.