Vauro sul rifinanziamento della missione. "Se restiamo, siamo complici di un crimine di guerra"
Lashkargah, Helmand,
12 luglio 2006. Ascoltate da qui, le notizie che arrivano dall’Italia sul
cosiddetto dibattito riguardo alla permanenza delle nostre truppe in
Afghanistan risultano da un lato surreali e dall’altro confermano la miopia e
la pochezza morale di quasi tutta la classe politica italiana. Surreali perché
qui all’ospedale di Emergency arrivano di continuo uomini, donne, bambini
dilaniati dai missili della Coalizione, travolti dai blindati Usa che hanno
l’ordine di non fermarsi per motivi di “sicurezza”.
Nel giorno in cui sto scrivendo queste righe è morto Sardar,
24 anni. Era stato portato in ospedale ieri praticamente spappolato. Il suo
bambino di quattro anni ha perso la gamba sinistra, sua moglie un seno e una
mano. Colpiti da un missile Usa a caccia di talebani. Ho fatto un nome, potrei
farne cento, mille.
Chi, nel nostro Paese, gioca con la parola pace e ricerca in
realtà aggettivi “accettabili” per la parola guerra non ha idea della nausea
che ti afferra quando ogni giorno sei costretto a vedere persone ridotte a
pezzi di carne ferita e bruciata.
Quale presenza di pace è quella che si mostra
solo chiusa in carri armati o elicotteri che bombardano villaggi di pastori?
Qui il volto dell’occidente è solo quello della costante minaccia armata, di soldati
assedianti e assediati che fanno paura e che hanno paura.
È così in Iraq trasformato in un mattatoio, in Palestina e
ora anche in Libano, domani in Iran, in Somalia, in Sudan…
Il panorama della
guerra si allarga a dismisura con il suo carico di orrori e di odi insanabili
per generazioni, se ancora ci saranno generazioni.
I nostri politici si apprestano a votare per il
rifinanziamento della missione in Afghanistan, con la benedizione del presidente
della Repubblica, compatti e trasversali come quando nel 2001 votarono per la
partecipazione italiana a questo macello.
Si adducono motivi di lealtà
all’alleanza con gli Usa. Se la guerra è un crimine lo è anche votarlo, e se si
è fedeli ad un alleato che compie e perpetra crimini di guerra non si è niente
di più e niente di meno che complici.
Di fronte all’enormità della responsabilità etica di questa
complicità, motivi come la “stabilità del governo”, “lealtà all’Unione”, il
“non riaprire la strada a Berlusconi” sono ridicoli e purtroppo anche
terribilmente tragici.
Diventa sempre più necessario che ognuno di noi, ogni
singolo cittadino, trovi i modi e le forme per dissociarsi radicalmente da ogni
complicità morale e politica con una classe dirigente nazionale che chiama la
guerra “realismo” e le possibilità concrete di pace “utopia” e che ci vuole incoscientemente
aprire un futuro di terrore, praticato e subito.
Una classe dirigente disposta a barattare vite umane nel piccolo bazar della
politica nostrana e delle sue miserabili beghe tra partiti, partitini, leader
e
aspiranti tali, nel timore che se il potente alleato si arrabbia non consentirà
più all’uno o all’altro schieramento di spartirsi la prossima volta il
centinaio di poltrone da sottosegretario. Forse si poteva “morire per Danzica”
ma non si può morire e uccidere per i vostri sederi.