14/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il paese alla urne. Almeno cento morti in quattro mesi di campagna elettorale
Si sono chiuse le urne nelle Filippine. Anche la giornata del voto è stata caratterizzata dalle violenze che avevano segnato la campagna elettorale: lunedì sono state uccise due persone nella provincia settentrionale di Abra, mentre altre due sono morte nell'isola meridionale di Basilan. Il bilancio di quattro mesi di violenze ha così superato le 110 vittime. 
 
manifestazione contro le violenze elettorali
Più di cento morti e quasi trecento feriti in quattro mesi: è il tragico bilancio della campagna elettorale nelle Filippine. Il paese oggi va alle urne per rinnovare la Camera dei Rappresentanti e metà dei seggi del Senato, nonché per eleggere più di 17 mila funzionari amministrativi a livello nazionale e locale. Dall'inizio dell'anno, secondo le cifre diffuse dalla polizia, sono stati uccisi 52 fra candidati e politici, 36 loro sostenitori, e undici civili che si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che le campagne elettorali finiscano nel sangue non è cosa nuova nell'arcipelago delle Filippine: nell'ondata di violenza e omicidi politici che aveva preceduto le presidenziali del 2004 erano morte almeno 189 persone. I candidati assoldano milizie private per proteggersi e per intimidire gli avversari, la tensione viene esasperata dalle reciproche accuse di brogli. E l'infinita disponibilità di armi – perlopiù provenienti dal mercato nero, quindi vendute e comprate senza nessun controllo - non fa che aumentare le violenze.

la presidente Gloria ArroyoGli oppositori del governo della presidente Arroyo hanno già iniziato a denunciare i tentativi di manipolazione del voto. Ma accuse del genere piovono anche dagli ambienti che al governo dovrebbero essere più favorevoli: un gruppo di generali dell'esercito in pensione, ad esempio, si è riunito sotto il nome di Bantay Boto, letteralmente 'le guardie del voto', per denunciare che alcuni ufficiali dell'esercito – proprio quelli che sono stati incaricati da Gloria Arroyo di vigilare sulla sicurezza e la trasparenza della campagna - starebbero lavorando sottobanco insieme ai funzionari elettorali per falsarne l'esito. Il broglio, accusano i Bantay Boto, potrebbe investire sedici province, con quattordici milioni di voti che potrebbero essere dirottati a favore dei candidati alleati della presidente Arroyo.

guerriglieri comunisti dell'NpaIntanto non si fermano gli scontri e le violenze sui tre fronti interni che il governo di Manila, ormai da decenni, combatte con scarsi risultati. Martedì scorso a Mindanao, nel sud musulmano, un'esplosione in un mercato – per cui il governo ha subito accusato i fondamentalisti islamici – ha ucciso otto civili. Mentre a Jolo i gruppi musulmani festeggiano la decisione di un tribunale di Manila, che ha concesso a Nur Misuari, leader del Fronte Moro di Liberazione Nazionale (Mnlf), di candidarsi alla carica di governatore, nonostante sia da anni agli arresti domiciliari. Dal 1971 a oggi, il conflitto indipendentista islamico nel sud del paese ha causato la morte di almeno 150 mila persone. Nell'isola di Mindoro, invece, giovedì mattina i combattenti comunisti del Nuovo Esercito Popolare (Npa) hanno ucciso cinque poliziotti filippini facendo detonare una mina al passaggio del loro convoglio. Contro l'Npa, attivo nell'arcipelago da trentotto anni, la presidente Arroyo e il suo esercito usano il pugno di ferro: bombardamenti, sparatorie sui civili, assedii di stampo medievale per stanare i guerriglieri, per cui non sono mancate le critiche delle organizzazioni per il rispetto dei diritti umani.

L'ultimo episodio che ha sconvolto la popolazione ha avuto come protagonista una bambina: Grecil Buya, nove anni, uccisa il 31 marzo scorso dall'esercito filippino durante uno scontro a fuoco con gli uomini dell'Npa. La rabbia della popolazione era esplosa quando i comandanti dell'esercito di Manila avevano liquidato la morte di Grecil in modo molto semplice: era un bambino soldato, sparare era legittimo. Alla fine di aprile, l'ammissione: non era un soldato, era solo una bambina, ed è stato un “tragico incidente”. Come aveva notato un giornalista filippino, non poteva essere un soldato: era alta quanto il fucile.

Cecilia Strada

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