Il paese alla urne. Almeno cento morti in quattro mesi di campagna elettorale
Si sono chiuse le urne nelle Filippine. Anche la giornata del voto è
stata caratterizzata dalle violenze che avevano segnato la campagna
elettorale: lunedì sono state uccise due persone nella provincia
settentrionale di Abra, mentre altre due sono morte nell'isola
meridionale di Basilan. Il bilancio di quattro mesi di violenze ha così
superato le 110 vittime.

Più di cento morti e quasi
trecento feriti in quattro mesi: è il tragico bilancio della
campagna elettorale nelle Filippine. Il paese oggi va
alle urne per rinnovare la Camera dei
Rappresentanti e metà dei seggi del Senato, nonché per
eleggere più di 17 mila funzionari amministrativi a livello
nazionale e locale. Dall'inizio dell'anno, secondo le cifre diffuse
dalla polizia, sono stati uccisi 52 fra candidati e politici, 36 loro
sostenitori, e undici civili che si sono trovati nel posto sbagliato
al momento sbagliato. Che le campagne elettorali finiscano nel sangue
non è cosa nuova nell'arcipelago delle Filippine: nell'ondata
di violenza e omicidi politici che aveva preceduto le presidenziali
del 2004 erano morte almeno 189 persone. I candidati assoldano
milizie private per proteggersi e per intimidire gli avversari, la
tensione viene esasperata dalle reciproche accuse di brogli. E
l'infinita disponibilità di armi – perlopiù
provenienti dal mercato nero, quindi vendute e comprate senza nessun
controllo - non fa che aumentare le violenze.
Gli oppositori del governo della
presidente Arroyo hanno già iniziato a denunciare i tentativi
di manipolazione del voto. Ma accuse del genere piovono anche dagli
ambienti che al governo dovrebbero essere più favorevoli: un
gruppo di generali dell'esercito in pensione, ad esempio, si è
riunito sotto il nome di
Bantay Boto, letteralmente 'le
guardie del voto', per denunciare che alcuni ufficiali dell'esercito
– proprio quelli che sono stati incaricati da Gloria Arroyo di
vigilare sulla sicurezza e la trasparenza della campagna - starebbero
lavorando sottobanco insieme ai funzionari elettorali per falsarne
l'esito. Il broglio, accusano i
Bantay Boto, potrebbe
investire sedici province, con quattordici milioni di voti che
potrebbero essere dirottati a favore dei candidati alleati della
presidente Arroyo.
Intanto non si fermano gli scontri e le
violenze sui tre fronti interni che il governo di Manila, ormai da
decenni, combatte con scarsi risultati. Martedì scorso a
Mindanao, nel sud musulmano, un'esplosione in un mercato – per cui
il governo ha subito accusato i fondamentalisti islamici – ha
ucciso otto civili. Mentre a Jolo i gruppi musulmani festeggiano la
decisione di un tribunale di Manila, che ha concesso a Nur Misuari,
leader del Fronte Moro di Liberazione Nazionale (Mnlf), di candidarsi
alla carica di governatore, nonostante sia da anni agli arresti
domiciliari. Dal 1971 a oggi, il conflitto indipendentista islamico
nel sud del paese ha causato la morte di almeno 150 mila persone.
Nell'isola di Mindoro, invece, giovedì mattina i combattenti
comunisti del Nuovo Esercito Popolare (Npa) hanno ucciso cinque
poliziotti filippini facendo detonare una mina al passaggio del loro
convoglio. Contro l'Npa, attivo nell'arcipelago da trentotto anni, la
presidente Arroyo e il suo esercito usano il pugno di ferro:
bombardamenti, sparatorie sui civili, assedii di stampo medievale per
stanare i guerriglieri, per cui non sono mancate le critiche delle
organizzazioni per il rispetto dei diritti umani.
L'ultimo episodio che ha sconvolto la
popolazione ha avuto come protagonista una bambina: Grecil Buya, nove
anni, uccisa il 31 marzo scorso dall'esercito filippino durante uno
scontro a fuoco con gli uomini dell'Npa. La rabbia della popolazione
era esplosa quando i comandanti dell'esercito di Manila avevano
liquidato la morte di Grecil in modo molto semplice: era un bambino
soldato, sparare era legittimo. Alla fine di aprile, l'ammissione:
non era un soldato, era solo una bambina, ed è stato un
“tragico incidente”. Come aveva notato un giornalista filippino,
non poteva essere un soldato: era alta quanto il fucile.