29/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Per le vie di Akko, nel nord d'Israele, tra monumenti e crisi economica.
Dal nostro inviato
Christian Elia
 
 
il mare dalla cinta muraria di akko - foto di gianfranco marinoGuida per caso. “Io odio il mio nome. Non avrei voluto chiamarmi Sabri. Significa passione, sofferenza e mi ha portato sfortuna. La mia vita è stata piena di momenti brutti e adesso sono veramente stanco”. Sabri è un uomo che supera il metro e novanta, di carnagione molto scura per essere un palestinese. Nonostante la sua enorme stazza che gli conferisce un’andatura incerta, Sabri non fa paura, ha lo sguardo dolce. Passeggiando per le strade di Akko potete incontrare tanti arabi come Sabri, che con un pretesto cominceranno a camminare al vostro fianco e si offriranno di farvi da guida. E che ci riusciranno, perché hanno lo sguardo dolce. “Venite, venite con me. Akko è meravigliosa. Adesso la vedete deserta, ma prima della Seconda Intifada le strade erano piene di gente, da tutti i paesi del mondo”, racconta Sabri mentre si muove a suo agio tra le viuzze del mercato della cittadina che è la maggiore città araba di Israele non considerando i Territori Occupati, “qui un tempo lavoravano tutti. Io stesso, dopo molti anni in giro per il mondo dopo la fine degli studi, ho aperto un piccolo negozio di alimentari. Era il più bello di Akko. Gli affari andavano bene, ma poi è tornata questa maledetta guerra e le cose sono precipitate. Prima il calo dei turisti, poi l’apertura dei supermercati mi hanno completamente tagliato fuori dal commercio. Ho dovuto chiudere…perché mai una famiglia doveva comprare le patate da me a 10 quando le trovava a 2 in un market”? Allora Sabri si è inventato un mestiere, quello della guida turistica, ma i guadagni non hanno subito alcun miglioramento. Non perché ad Akko manchi la materia prima.
 
la piazza fatta costruire da el-jazzar ad akko - foto di gianfranco marinoLa storia di El-Jazzar. “State attenti perché state entrando nella moschea più importante dopo quella di Gerusalemme: la moschea di El-Jazzar conosciuta anche come Moschea Bianca”, racconta Sabri. La struttura si affaccia su una piccola piazzetta e, per dare un’idea dell’aria che tira da queste parti, bisogna sapere che è stata prima una basilica bizantina, poi una moschea, successivamente una chiesa cristiana dedicata a San Giovanni e infine una moschea, costruita dal sovrano El Jazzar, detto il sanguinario per la sua passione per le teste mozzate. Ma El-Jazzar non è famoso solo per la moschea nella quale è sepolto, lui è il condottiero che ha sconfitto Napoleone Bonaparte. “Quando Napoleone arrivò qui nel 1799”, racconta orgoglioso Sabri, “assediò inutilmente la città. Sconfitto lasciò qui i soldati francesi feriti, ma El-Jazzar non faceva sconti e tutti, compresi i monaci che li accudivano, vennero massacrati.” In realtà sembra che l’esercito inglese ebbe un ruolo decisivo nel respingere i francesi, ma ad Akko tutto celebra la grande vittoria di El-Jazzar, simbolo di una vittoria rispeto a tante sconfitte di una cultura e di un popolo contro un Occidente che troppo spesso ha l’aspetto della conquista e del colonialismo.
 
veduta del bagno turco di akko - foto di gianfranco marinoTutela opinabile. Una delle meraviglie di Akko è il tunnel dei Templari, sezione di una città fortificata e sotterranea scoperta nel 1994 per le lamentele di una donna alla quale si era intasata la fognatura. Gli operai si trovarono di fronte a un reperto meraviglioso. “Anche il porto non ha più molta importanza, schiacciato da quello della vicina Haifa”, spiega Sabri mentre passeggia nella piazza del Khan el-Umdahn, “questo era un mercato che fu realizzato su due livelli: sotto si svolgevano i traffici e i commerci quotidiani con mercanti provenienti da tutto il mondo, sopra c’erano gli alloggi dive i commercianti dormivano per riposare, fumavano il narghilè ed erano intrattenuti con spettacoli di danza. Immaginate come doveva essere vivo e affascinante questo posto, con un mercato pieno di merci di ogni tipo. Ora il porto è solo il riparo di qualche pescatore”. Una città quindi alla quale resta solo il turismo, ma che al momento langue. Anche perché la gestione dei siti da parte del governo israeliano lascia perplessi: all’interno della Cittadella costruita su resti dell’epoca crociata s’incontrano delle ruspe che a velocità sostenuta completano i lavori di restauro di una parte delle rovine. Restauro rischia di essere un eufemismo però, visto che gli interventi sono molto invasivi.
In questo senso è assolutamente eloquente una visita all’Hamman della città, il bagno turco. Il visitatore viene introdotto nella prima sala che serviva per far acclimatare i clienti. La struttura è magnifica, ma resta incomprensibile la tortura alla quale viene sottoposto il turista che deve guardare una improbabile fiction dove viene ricostruita la storia del bagno turco che, come spesso accade, si lega a doppio filo a quella della città. Il problema non è la possibilità di conoscere gli avvenimenti storici, ma il fatto che a narrarli sia un attore, con tanto di effetti speciali. Nonostante la situazione grottesca, l’edificio è di assoluto interesse, ma aiuta a capire il criterio che Israele sta adottando con Akko.
 
il mercato di akko - foto di gianfranco marinoAkko modello futuro? Secondo le indicazioni bibliche, la cittadina non farebbe neanche parte dell’Israele storico. Tutta la città vecchia è abitata da arabi, musulmani e cristiani. Tutta la parte nuova è abitata da israeliani. Sono in tanti a pensare che questo sia il modello che il governo vuole applicare a Gerusalemme: una cittadella pittoresca araba per turisti e il resto moderno e totalmente israeliano, senza troppi contatti tra le due comunità. Manca qualunque conferma di questo e Sabri spiega che “qui non abbiamo problemi di convivenza. Akko è una cittadina tranquilla e viviamo pacificamente l’uno accanto all’altro”. La sensazione sgradevole di una ripartizione a compartimenti stagni resta però.
Il giro è finito e Sabri si congeda. Per tutto il tempo non ha mai espressamente chiesto dei soldi, ma di fronte all’offerta di denaro per la visita guidata accetta volentieri. “Mi vergogno molto”, dice Sabri mostrando una delle sue scarpe bucate, “ma ho bisogno di lavorare. La più piccola dei miei tre figli, che ho chiamato Sophia in ricordo dei miei studi filosofici, non la vedo da due anni. Sto perdendo tanti momenti belli, quelli in cui cresce e diventa una donna. Vive con sua madre in Germania e io, anche se il mio matrimonio è finito, vorrei tanto andarla a trovare. Ma non ho soldi. Spero che la gente torni a visitare la splendida Akko quando sarà finita questa guerra. Così potrei tornare ad avere una vita normale”.

Christian Elia

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