Fuga per la vita. I conflitti armati sono da sempre
caratterizzati dal fenomeno dei profughi. Immagini alle quali siamo da tempo
abituati: colonne di persone innocenti che fuggono da rastrellamenti,
bombardamenti e scontri a fuoco, magari a piedi, portandosi dietro le poche
cose che sono riusciti a salvare da quella che era la loro casa. Vite distrutte
dalla guerra, esistenze stravolte che, quando le armi tacciono, non sempre
riescono a rientrare nei luoghi abbandonati. In questo senso il dramma dei
profughi palestinesi è diventato un simbolo. Dalla prima guerra arabo-israeliana
del 1948 alla guerra del 1967, si calcola che siano quasi un milione i
Palestinesi che sono scappati o sono stati cacciati dalla loro abitazione.
Vivono in campi profughi in Libano, in Siria e in Giordania, ma anche nella stessa
terra d'Israele o nei Territori Occupati. Le persone che vi abitano condividono
lo stesso dramma, ma i campi non sono tutti uguali tra di loro.
Il campo di
Shu'fat. Per visitare il campo profughi di Shu'fat, nessuno è più indicato
del dottor Abdul Kareem Shalloudi. Dal 1975 dirige il servizio sanitario del
campo per incarico dell'
UNRWA (l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei
profughi palestinesi). “Un tempo conoscevo tutti al campo, sapevo i
loro nomi e individuavo con facilità la famiglia di origine o il luogo di
provenienza”.
“Adesso è tutto diverso”, racconta il dottore muovendosi
tra i calcinacci del campo, “la gente è cambiata. Solo l'anno scorso ci sono
stati quattro omicidi per litigi interni al campo. Immaginate che qui ci sono
20mila persone. Questo campo è stato creato nel 1948 per accogliere i profughi
di Hebron. Erano tutte persone nate nella stessa città, si conoscevano tutti e
avevano
condiviso le stesse esperienze. Dopo la guerra del 1967 sono arrivati gli
sfollati del quartiere ebraico di Gerusalemme, scacciati dall'esercito
israeliano. A tutti era stata promessa una casa, ma quando sono arrivati qui
hanno trovato poco più di una stanza ad aspettarli. A quel punto ognuno si è
organizzato a modo suo e hanno cominciato a costruire una casa sull'altra,
senza rispettare alcun criterio di sicurezza”. Il dottor Abdul è amareggiato,
racconta la vicenda come una sconfitta personale. Camminare per le strade del
campo di Shu'fat comunica una sensazione di claustrofobia. Viuzze tortuose dove
giocano i bambini, quasi sempre con le fogne a cielo aperto, s'inoltrano
tra caseggiati talmente alti da nascondere il cielo. I collegamenti elettrici
sembrano fatti da un bambino che gioca con i fili e ogni casa è alimentata da
una matassa di cavi che comunica instabilità solo a guardarla. “Qui i servizi
non bastano”, racconta il responsabile medico, “l'UNRWA tiene conto solo dei
profughi ufficiali, quindi ne calcola circa 10mila. Sono esattamente il doppio.
Molta gente non si vuole spostare da qui, perchè questo è l'unico campo che è
sistemato sul vero e proprio suolo israeliano. Chi abita qui ha la ID Card
(documento che permette di entrare a Gerusalemme ndr) e non vuole
perderla, anche se magari ha la casa fuori. Inoltre chi vive qui può lavorare
sia in Israele che nei Territori Occupati, anche se il tracciato del muro
rischia di tagliarli fuori. Nel campo, il 70 per cento degli uomini è
disoccupato. Nessuno vuole andar via”.
Ma il dottor
Shalloudi è preoccupato per un altro aspetto: la droga. “Adesso qui il problema
è il traffico di stupefacenti”, spiega il medico, “gli spacciatori avvicinano
i
ragazzi e li convincono a fare i corrieri per loro. Qui i giovani non hanno
nulla da fare e vivono a contatto con la società israeliana. Vedono una
ricchezza e un benessere che a loro è precluso ed è facile attirarli verso
facili guadagni. Questo crea molta tensione all'interno del campo e i servizi
segreti militari fanno un gioco sporco, usando i tossici e gli spacciatori come
informatori. La tensione è palpabile e mancano le strutture per recuperare i
ragazzi”.
Il campo di
Deishee. Ma ci sono campi profughi che
hanno mantenuto invece una struttura molto particolare, che li ha resi una
città nella città. E' il caso del campo di Deishee, a Betlemme. “Siamo liberi,
qui tutti abbiamo la nostra dimensione pur non dimenticando mai, neanche per un
solo istante, da dove veniamo”. Zyad è un uomo di trent’anni. E' nato nel campo
di Deishee e adesso ha un lavoro per il ministero del Turismo palestinese e si
occupa della sicurezza di siti d'interesse turistico. Il suo lavoro ha subito
una
battuta d'arresto con lo scoppio della Seconda Intifada nel 2000, ma adesso la
situazione sembra migliorare e Zyad conta di tornare presto al lavoro. Intanto
è nella sua casa nel campo. “La vita qui non è facile, sia chiaro”, racconta
Zyad, “poco spazio per troppe persone, poche strutture sanitarie, poche scuole.
Ma davanti a noi avevamo due alternative: vivere per sempre da profughi o
comunque cercare di dare alla nostra quotidianità un aspetto gradevole. Così
abbiamo fatto”. Il campo di Deishee è uno dei più conosciuti nel mondo. Il suo
corpo di ballo, che gira il mondo con spettacoli di danze tradizionali
palestinesi, è conosciuto e apprezzato in molti paesi. La vita culturale del
campo ruota attorno al IBDAA Center, un polo d'iniziative che tiene la gente
impegnata e l'aiuta a credere in sè stessa. “Per noi il lavoro del centro è fondamentale”,
spiega Zyad, “ci dà l'opportunità di vivere in un certo modo, di ritrovare la
dignità e la fiducia in noi stessi”. Le attività dell'IBDAA sono molteplici:
artigianato, corsi di formazione, un ostello per i giovani con tanto di bar,
ristorante e internet point. Soprattutto le donne sono molto coinvolte e attive
nelle iniziative del centro. “Certo non tutti la pensano allo stesso modo”,
afferma Zyad, “alcuni non vogliono arrendersi all'idea di restare qui, ma tanti
hanno deciso che, fino a quando siamo costretti a starci, tanto vale farlo come
si deve”. Questo significa offrire delle opportunità ai giovani, sport e
cultura in particolare, ma senza perdere l'identità. Le sale della sede
dell'IBDAA center sono decorate con dei murales molto affascinanti: ricordano
tutti la casa lontana e i nomi dei villaggi di provenienza delle famiglie che
hanno trovato riparo nel campo di Deishee. Appese al muro ci sono vecchie e
nuove foto. Accanto a quelle sbiadite, in bianco e nero, delle colonne di
prigionieri fermati dai militari britannici ai tempi del Mandato, fino a quelle
a colori della retata dell'esercito israeliano del 2002 che portò via in
manette tutti i maschi adulti del campo. Già perchè Deishee, forse proprio per
la sua ferma volontà di non dimenticare ma guardando avanti, è molto temuto dai
vertici militari di Tel Aviv.
Shu'fat e Deishee. Due modi opposti di vivere lo
stesso dramma, quello di perdere la propria casa e di essere costretti a
lasciare la propria terra. Adesso si torna a parlare di profughi nei colloqui
tra Israele e vertici dell'Anp. Spesso sul cosiddetto diritto al ritorno dei
profughi si sono arenati i negoziati. Questa volta potrebbe andare
diversamente, per non lasciare da soli né quelli che si sono arresi né quelli
che hanno ancora voglia di lottare.