Tra il 6 e il 10 giugno 2005 si è svolto a Damasco il decimo
congresso del partito Baath siriano. Ci si aspettava che il presidente
Bashar al Assad proseguisse sulla linea delle aperture politiche,
inaugurata il 4 marzo in occasione del
ritiro dal Libano, invece le riforme tanto attese, come la fine delle leggi di emergenza - in
vigore
da quando,
nel’63, il Baath prese militarmente il potere - sono state dribblate.
Al Assad ha parlato di riforme, ma solo riferendosi a quelle economiche. Michel
Kilo,
esponente dell’opposizione e attivista per i diritti umani, ha commentato: ”Assad
continua a ragionare in termini cinesi, pensando che si possa sviluppare l’economia
e continuare a mantenere il potere politico saldamente nelle mani dal Baath. Il
problema non è innalzare il tenore di vita dei siriani, ma è la crisi generale
del regime, cui occorre trovare al più presto una soluzione, perché ormai esistono
due società sempre più distanti, quella politica e quella civile”. A sostegno
della tesi presidenziale, l’agenzia stampa ufficiale siriana Sana ha diffuso,
come raramente accade, un dato economico spiacevole: ”Il 10,4% della popolazione
siriana vive con meno di 2 dollari al giorno”.
Riformare la politica. Era atteso l'annuncio
che avrebbe dato il via libera alla creazione di nuovi partiti
politici, in vista delle prossime elezioni. Si aspettava l’approvazione
di un emendamento migliorativo della legge sulla stampa, come la
soluzione al problema dei 160 mila
curdi in attesa di riconoscimento e la modifica dell’articolo 8 della costituzione che ascrive al Baath il ruolo
di guida della società.
Queste premesse sono state accolte solo in parte. Assad ha
annunciato una parziale introduzione del multipartitismo, ma ha poi
specificato che i nuovi partiti non potranno essere di carattere etnico
o religioso. Esclusi dunque i grandi oppositori dalla scena politica
siriana: i Fratelli Musulmani e i partiti curdi.
Anche la promessa liberalizzazione della stampa appare poco convincente di fronte
all’esclusione dal congresso delle televisoni come Radio Sawa, al
Arabiya e al Hurra, accusate di essere troppo amiche degli Stati Uniti. Assad,
che è anche presidente della Computer Society
siriana, nei suoi primi anni di potere aveva impresso al Paese una svolta
tecnologica impressionante. Ma anche qui
il presidente ha spiazzato: “le tecnologie e il computer - ha
detto - hanno soffocato gli arabi e minacciano la loro identità culturale".
Dovranno continuare ad attendere anche gli oltre 160 mila curdi
privi dei diritti di cittadinanza: il provvedimento già diverse volte annunciato
in passato è stato rimandato.
Anche la legge marziale, che d’ora innanzi verrebbe applicata solo
nei “casi di minaccia alla sicurezza dello stato”, non cambia un
granché: come sostiene Ammar Qurabi dell’Human Rights Organization in
Syria “sin dal 1963, tutti quelli che sono stati incarcerati e
condannati a morte erano accusati di minacciare la sicurezza dello
stato”.
I nemici della Siria. Sui temi caldi della politica estera, Assad ha mostrato i pugni pur sapendo di
essere in una posizione sfavorevole. Ha glissato
sul ritiro delle truppe dal Libano e sulle accuse da parte delle Nazioni Unite
di aver lasciato agenti dell’intelligence nel Paese per proseguire con gli omicidi
mirati, come nei casi di
Rafiq Hariri e
Samir Kassir. Ha confermato il sostegno ai gruppi antisionisti e non ha affrontato nemmeno
la questione del passaggio di militanti islamici al confine con l’Iraq.
L'appello. Nal frattempo, ai margini del
congresso, 250 intellettuali lanciavano un appello al partito guida del
regime siriano affinchè si pronunciasse in favore del rilascio dei
prigionieri politici e del ritorno in patria degli esiliati. ”Il quarto
anniversario dell’incarcerazione dei ‘fiori della primavera di Damasco’
si avvicina – si legge nell’appello - ed essi stanno resistendo e
languendo in prigione. Dategli l’acqua della libertà e restituite la
gloria ad essi e a Damasco”.