05/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un villaggio nel Golan siriano, dove memoria e propaganda si intrecciano
''Ho preso la decisione d'implementare la presenza israeliana nella zona delle alture del Golan dopo essermi recato la di persona, è ho visto che la Siria hanno accellerato la costruzione di case nella cittadina di Quneitra''. Così parlò Roni Bar-On, ministro degli Interni israeliano, durante un'intervista rilasciata il 19 dicembre 2006. La decisione del governo israeliano è stata confermata anche da Sami Bar -Lev, il leader del consiglio locale del Golan, le alture siriane occupate dall'esercito israeliano nel 1967 e dove si è insediata una colonia illegale di ebrei ortodossi, circa 7500 persone, nell'insediamento di Katzrin, dove è cominciata la costruzione di 400 nuove unità abitative, in violazione di qualunque accordo internazionale. Quneitra, dopo anni nei quali è stata una specie di città fantasma, torna a far parlare di sè.PeaceReporter ripubblica il reportage del nosto inviato Naoki Tomasini del 2005.
 
 
dal nostro inviato
Naoki Tomasini 
 
Il Golan (foto N. Tomasini)Lasciare Damasco significa immergersi nella sabbia, per le strade, nell’opacità dell’aria, nei colori delle abitazioni e delle persone. Viaggiando verso il confine israeliano si costeggiano villaggi rurali, abitazioni di cemento squadrate che lentamente declinano nei campi profughi palestinesi, sbiaditi anch’essi da decenni di attesa. Le sole costanti sono i volti del presidente Bashar Assad e di suo padre Hafez che, in atteggiamento di laconica contemplazione, appaiono sui muri dei palazzi governativi. All’ingresso dei campi, sulle vetrine dei negozi e dai lunotti delle auto, proteggono e controllano, avvolti nelle bandiere palestinesi e siriane giustapposte. Poi si raggiunge il confine, l’ultimo posto di controllo siriano prima di entrare nella fascia di sicurezza istituita e controllata dalle Nazioni Unite. Sullo sfondo le morbide sagome delle colline del Golan.
 
Hadbat al Jawlan. Le alture del Golan sono una piccola striscia di terra (meno di duemila Kmq), tra il lago Tiberiade e il monte Hermon, tra la Siria e lo stato di Israele. Per decenni sono state un territorio conteso dai due paesi per via delle fonti idriche che vi si trovano e per la posizione, strategicamente importante sia per finiIl Golan (foto N. Tomasini)commerciali che militari. Sono infatti un luogo ideale per osservare, o attaccare, tanto le città israeliane, quanto Damasco, che dista poco più di sessanta chilometri. Fino al 1975 erano anche il punto di passaggio della Trans Arabian Pipeline, l’oleodotto di collegamento tra i pozzi sauditi e il mediterraneo, ma, con lo scoppio della guerra civile in Libano, la rotta dell’oro nero prese definitivamente altre direzioni. Durante la guerra dei Sei giorni (1967) l’intera area venne occupata dall’esercito israeliano, che costrinse oltre centomila civili a lasciare le proprie abitazioni e, quando nel ’73 la Siria di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente, tentò di riprendere il controllo delle alture, il risultato del conflitto fu l’annessione da parte di Israele dell’intera regione (1982), abitata ancora da alcune decine di migliaia di arabi -in prevalenza drusi- che ricevettero così la cittadinanza israeliana. La retorica del regime siriano non l’ha mai riconosciuto, ma l’annessione del Golan oggi è un dato di fatto, l’intera zona è intensamente colonizzata e sfruttata a scopo agricolo e Israele ricava dalle sorgenti locali circa un terzo del suo fabbisogno idrico.
 
Quneitra. Prima dell’occupazione israeliana, la capitale amministrativa della regione era la cittadina di Quneitra, abitata da circa cinquantamila arabi, che nel ’74, nell’ambito di un accordo tra i due paesi, venne simbolicamente restituita al controllo siriano. Oggi Quneitra si trova entro la fascia di sicurezza controllata dall’UNDORF (United Nations Disengagement Observe Force), ed è completamente distrutta. È una Targa Golan Hospital (foto N. Tomasini) città fantasma, che può dirsi viva -nella mente dei siriani- solo in quanto simbolo degli oltre 130 villaggi arabi cancellati dalla guerra. I governi succedutisi a Tel Aviv hanno sempre negato la responsabilità della distruzione in cui versa, ma è un fatto certo che prima del ritiro israeliano gli oltre trentamila residenti arabi vennero fatti evacuare, le abitazioni e tutti gli edifici pubblici furono razziati a fondo e le loro carcasse consegnate alla cura delle ruspe dei “nemici sionisti”.
 
Tra memoria e propaganda. Per raggiungere Quneitra è necessaria l’autorizzazione delle autorità siriane, che però viene facilmente concessa dato che contribuisce ad alimentare la propaganda anti-israeliana del regime. Occorre anche la presenza di un ufficiale della guardia di confine, il cui compito è quello di seguire i rari visitatori per impedire che si avventurino nei numerosi luoghi ancora minati. Ci si trova così, passaporto e permesso del ministero dell’interno in mano, ad attendere che qualche militare acconsenta di lasciare la branda per affrontare assieme, sotto un sole impietoso, i chilometri brulli che mancano all’ingresso della città fantasma, mentre la presenza delle installazioni e dei veicoli segnati UN si fa sempre più frequente. All’ingresso della cittadina un militare siriano manovra stancamente la sbarra, mentre pochi metri più avanti un casco blu polacco osserva in direzione della stele commemorativa, arma in pugno, con fare enigmatico. Il monumento, posto all’ingresso di Quneitra, funge da chiave di lettura per la distruzione che si para davanti agli occhi: questa, si vuol dire, è I danni della guerra (foto N.Tomasini)Quneitra liberata, anche se in realtà è stata resa da Israele nell’ambito di un accordo di disimpegno unilaterale. Ancora oggi qui, diverse volte all’anno, si tengono cerimonie alla memoria della gloriosa guerra di liberazione del ’73. Ma più che la gloria colpisce la mano pesante delle ruspe e dei soldati israeliani che, dopo aver raso al suolo la totalità delle abitazioni, hanno infierito sulla moschea, sulla chiesa ortodossa e sull’ospedale locali, trasformandoli in copie della Moqata di Ramallah o dei palazzi di Rafah, a Gaza. E ci vuole poco a realizzare, dal campanilismo delle targhe commemorative, come più che la memoria storica, quello che qui si vuole tramandare sia una forma di identità nazionale modellata attorno al nemico sionista che, a distanza di trent’anni, incute ancora timore. In fondo basta alzare lo sguardo verso l’orizzonte per scorgere, sulla sommità delle prime colline, le postazioni di osservazione israeliane. E basta che il vento tiri da occidente per sentire da oltre le alture, il ritmico chop chop degli elicotteri apache che viene a rompere il silenzio.
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Siria