Le ore di Bashar al-Assad sembrano contate. Sempre più attorno al suo regime si fa terra bruciata. Un'immagine che resterà, del passato, è quella del vertice dell'Unione del Mediterraneo. Era il 13 luglio 2008, a Parigi. Il presidente francese Nicholas Sarkozy faceva gli onori di casa, Assad era il centro delle attenzioni. Sembrava sancita, quel giorno, la reintegrazione della Siria nel club dei paesi 'buoni'.
Lontani mille miglia gli anni dell'asse del male di George W. Bush, dell'omicidio dell'ex premier libanese Rafiq Hariri (febbraio 2005), del ritiro delle truppe siriane, che governavano nell'ombra il Libano fin dalla guerra civile finita nel 1990. Tutto condonato, come a Gheddafi nel 2003. L'importante era riconquistare alla causa dell'Occidente un Paese importante per gli equilibri del Medio Oriente, fin dai tempi dell'Impero Ottomano e della Prima Guerra mondiale, come la Siria. E alienarlo dall'orbita dell'Iran.
Oggi di quel disegno ambizioso di Sarkozy non resta più nulla. Un disegno sostenuto anche dai democratici Usa che, prima ancora di riprendersi la Casa Bianca con Obama, nel 2009, avevano già lavorato a una pacificazione con Damasco. Nancy Pelosi, spekear democratica del Congresso Usa, in visita in Siria nel 2007 (un viaggio che rese furioso Bush) e, nel 2010 - dopo cinque anni - l'amministrazione Obama aveva nominato un ambasciatore in Siria. Un clima idilliaco, finito in tragedia. Perché?
L'elenco delle motivazioni è lungo e tutto ancora da scrivere. Di sicuro oggi, come nel 2007, nel 2008 e nel 2010, Assad è la stessa persona e utilizza gli stessi metodi. Solo un cieco può limitare i suoi undici anni di potere agli ultimi nove mesi di repressione. La repressione è iscritta nel genoma della famiglia Assad, di padre in figlio. Se le vittime della repressione, come sostiene l'Onu, sono più di 3500 da marzo, sono centinaia di migliaia dal 1971, anno in cui Hafez al-Assad (il padre di Bashar), prese il potere con un golpe tra i golpisti del 1966. Ma nessuno ha mosso un dito, nessuno ha smesso di trattare quello siriano come un governo legittimo. Oggi sì, perché?
La risposta è da cercare in tutto quello che succede in Medio Oriente. Dove quello che non si è saputo rovesciare con le armi, viene rivoltato adesso con altri mezzi. Ecco che la Lega Araba, dopo un'offerta di pace ad Assad, fa marcia indietro e offre tre giorni al regime per pacificare la situazione. Un'offerta, come la prima, che non porta da nessuna parte. L'Arabia Saudita e tutte le monarchie sunnite lo sanno benissimo. E' stato sostenuto dall'esterno un meccanismo che ormai è irrefrenabile. Assad ha anche rilasciato alcuni prigionieri politici, ma non serve più a nulla, la rabbia furiosa è fuori controllo.
L'obiettivo di medio termine è questo: rompere la catena che lega Teheran agli Hezbollah, il cui anello di congiunzione era proprio la Siria. Turchia, monarchie del Golfo Persico, Usa, Israele, Ue: tutti d'accordo. Una Siria governata da 'amici', come la Libia e l'Egitto, fa molta gola. Damasco, dal punto di vista della realpolitik, ha avuto la sua occasione. E dallo stesso punto di vista, l'ha persa. Ecco l'accellerazione improvvisa, come per la Libia. Massacri su massacri, in attesa che Assad (e Gheddafi) decidessero cosa fare del futuro, da che parte stare, a livello energetico (Libia) o geostrategico (Siria). L'ultimo capitolo della vicenda umana e politica di Assad non è stato ancora scritto, ma la sceneggiatura sembra già vista.
Christian Elia