Forse una svolta nel governo di Uribe. Vuole aprire il dialogo con l’Eln e le Farc
Il presidente della
Colombia Uribe si è detto disposto a dialogare sia conl’Esercito di liberazione
nazionale, l’Eln, sia con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, le Farc, “'in qualsiasi posto e nel giorno e nell'ora in cui lo decidano” ha dichiarato.
Ma
per farlo mette un paletto fondamentale: la liberazione di tutti i prigionieri
di guerra. Questo avviene negli stessi giorni in cui gli scontri fra l’esercito
regolare colombiano e le Farc hanno causato più di 10 vittime e mentre le forze
paramilitari scorazzano impunite compiendo massacri tra i campesinos e gli indigeni.
I 60 prigionieri. Sono ben 60 le persone ancora in mano alle Farc, fra loro Ingrid Betancourt, ex candidata alla presidenza, tre uomini della Cia e diversi alti graduati
dell’esercito
regolare colombiano.
“Quando Uribe è stato eletto ed ha assunto i pieni poteri ha subito fatto dichiarazioni generali
sulla voglia di perseguire la pace in tutto e per tutto” racconta un corrispondente
di PeaceReporter che chiameremo Paolo per motivi di sicurezza. “Lo stesso che avevano fatto tutti i governi appena
eletti.
A quasi tre anni dal suo insediamento il bilancio è evidente a tutti, anche alle
organizzazioni e governi internazionali. E’ un bilancio assolutamente negativo,
è quello di un presidente che ha rilanciato una guerra totale”.
“Il presidente Uribe - continua Paolo - ha scommesso sull’accelerazione del Plan Colombia per distruggere la guerriglia e in particolar modo le Farc. Il governo di Uribe
ha fatto molto parlare di sè. Ha spiazzato persino l’Onu, i paesi europei e anche l’ufficio speciale
di Kofi Annan in
Colombia sostenendo l'inesistenza di un conflitto in Colombia.
Il fatto
che Uribe si ostini a negare l’esistenza di un conflitto sociale armato in Colombia
è un assioma, ma anche una tattica, della visione completamente Bushiana del conflitto. Se solo si permettesse di dire che esiste un conflitto, si troverebbe poi a dover fare i conti con gli
organismi internazionali come ad esempio le Nazioni Unite. Negare l’esistenza
di una controparte, e non individuare un nemico legittimo dal punto di vista
del diritto internazionale di guerra e di pace,
è una strategia che viene adottata nell’ambito della cosiddetta lotta al terrorismo,
dove si rischia di fare di tutta un’erba un fascio.
Accade però un fatto nuovo. Nel tentativo di liberare i tre agenti della Cia ancora nelle mani delle Farc, gli Usa hanno deciso di avviare dei contatti sottobanco
con i rappresentanti delle Farc, nella fattispecie con un dirigente delle Farc,
Rodrigo Granda, meglio
conosciuto come Ricardo Gonzales. Attualmente è detenuto in un carcere di massima
sicurezza dove vive in una stanzetta con una luce artificiale e che ha una sola
ora di aria al giorno, gli viene impedito di leggere e anche di utilizzare
un paio di occhiali.
L’Fbi ha mandato diversi suoi agenti a parlare con Granda
per proporgli di fare da intermediario fra gli Usa e le Farc per veder di arrivare
alla liberazione dei 3 agenti della Cia. Secondo quanto pubblicato alcuni giorni
fa dai media colombiani, in una dichiarazione Raúl Reyes, membro del segretariato
delle Farc e capo della commissione internazionale delle Farc, ha fatto sapere
che “siamo disposti a parlare di qualunque tema con gli Usa”.
Bogotà: filo Uribe? Nella vicenda colombiana non può non entrare di diritto il sindaco
di Bogotà, Luis Eduardo “Lucho” Garzon, uomo del centro-sinistra con un
passato da sindacalista e da tesserato del Partito Comunista, che
propone di smilitarizzare i quartieri della capitale in mano alle
Auc, Autodifese unite della Colombia. Il paradosso colombiano
prevede infatti che ci siano interi quartieri in mano ai corpi
paramilitari, che ufficialmente sono illegali, ma che nella capitale
sono liberi e tranquilli. “A livello internazionale queste cose non si
raccontano, sono nascoste” ci racconta una persona molto vicina a
Cristiano Morsolin, il giornalista italiano che a Bogotà è stato
oggetto di diverse minacce proprio da parte dei gruppi paramilitari.
“questo è un grave problema. A livello internazionale quando si parla
di Colombia si parla di diritti umani negati o non rispettati. Ma non
c’è solo quello. In Colombia si combatte una guerra e a farne le spese
è soprattutto la popolazione civile che si trova nel mezzo degli
scontri fra le due realtà che da decenni si combattono”.