28/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Forse una svolta nel governo di Uribe. Vuole aprire il dialogo con l’Eln e le Farc
Un paramilitareIl presidente della Colombia Uribe si è detto disposto a dialogare sia conl’Esercito di liberazione nazionale, l’Eln, sia con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, le Farc, “'in qualsiasi posto e nel giorno e nell'ora in cui lo decidano” ha dichiarato. Ma per farlo mette un paletto fondamentale: la liberazione di tutti i prigionieri di guerra. Questo avviene negli stessi giorni in cui gli scontri fra l’esercito regolare colombiano e le Farc hanno causato più di 10 vittime e mentre le forze paramilitari scorazzano impunite compiendo massacri tra i campesinos e gli indigeni.
 
I 60 prigionieri. Sono ben 60 le persone ancora in mano alle Farc, fra loro Ingrid Betancourt, ex candidata alla presidenza, tre uomini della Cia e diversi alti graduati dell’esercito regolare colombiano.
“Quando Uribe è stato eletto ed ha assunto i pieni poteri ha subito fatto dichiarazioni generali sulla voglia di perseguire la pace in tutto e per tutto” racconta un corrispondente di PeaceReporter che chiameremo Paolo per motivi di sicurezza. “Lo stesso che avevano fatto tutti i governi appena eletti. A quasi tre anni dal suo insediamento il bilancio è evidente a tutti, anche alle organizzazioni e governi internazionali. E’ un bilancio assolutamente negativo, è quello di un presidente che ha rilanciato una guerra totale”.
“Il presidente Uribe - continua Paolo - ha scommesso sull’accelerazione del Plan Colombia per distruggere la guerriglia e in particolar modo le Farc. Il governo di Uribe ha fatto molto parlare di sè. Ha spiazzato persino l’Onu, i paesi europei  e anche l’ufficio speciale di Kofi Annan in Un paramilitare della AucColombia sostenendo l'inesistenza di un conflitto in Colombia.
Il fatto che Uribe si ostini a negare l’esistenza di un conflitto sociale armato in Colombia è un assioma, ma anche una tattica, della visione completamente Bushiana del conflitto. Se solo si permettesse di dire che esiste un conflitto, si troverebbe poi a dover fare i conti con gli organismi internazionali come ad esempio le Nazioni Unite. Negare l’esistenza di una controparte, e non individuare un nemico legittimo dal punto di vista del diritto internazionale di guerra e di pace, è una strategia che viene adottata nell’ambito della cosiddetta lotta al terrorismo, dove si rischia di fare di tutta un’erba un fascio.
 
Accade però un fatto nuovo. Nel tentativo di liberare i tre agenti della Cia ancora nelle mani delle Farc, gli Usa hanno deciso di avviare dei contatti sottobanco con i rappresentanti delle Farc, nella fattispecie con un dirigente delle Farc, Rodrigo Granda,  meglio conosciuto come Ricardo Gonzales. Attualmente è detenuto in un carcere di massima sicurezza dove vive in una stanzetta con una luce artificiale e che ha una sola ora di aria al giorno, gli viene impedito di leggere e anche di utilizzare un paio di occhiali. 
L’Fbi ha mandato diversi suoi agenti a parlare con Granda per proporgli di fare da intermediario fra gli Usa e le Farc per veder di arrivare alla liberazione dei 3 agenti della Cia. Secondo quanto pubblicato alcuni giorni fa dai media colombiani, in una dichiarazione Raúl Reyes, membro del segretariato delle Farc e capo della commissione internazionale delle Farc, ha fatto sapere che “siamo disposti a parlare di qualunque tema con gli Usa”.
 
Bogotà: filo Uribe? Nella vicenda colombiana non può non entrare di diritto il sindaco Il sindaco di Bogotà, Lucho Garzon di Bogotà, Luis Eduardo “Lucho” Garzon, uomo del centro-sinistra con un passato da sindacalista e da tesserato del Partito Comunista, che propone di smilitarizzare i quartieri della capitale in mano alle Auc,  Autodifese unite della Colombia. Il paradosso colombiano prevede infatti che ci siano interi quartieri in mano ai corpi paramilitari, che ufficialmente sono illegali, ma che nella capitale sono liberi e tranquilli. “A livello internazionale queste cose non si raccontano, sono nascoste” ci racconta una persona molto vicina a Cristiano Morsolin, il giornalista italiano che a Bogotà è stato oggetto di diverse minacce proprio da parte dei gruppi paramilitari. “questo è un grave problema. A livello internazionale quando si parla di Colombia si parla di diritti umani negati o non rispettati. Ma non c’è solo quello. In Colombia si combatte una guerra e a farne le spese è soprattutto la popolazione civile che si trova nel mezzo degli scontri fra le due realtà che da decenni si combattono”.

Alessandro Grandi

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