Intervista a Padre Javier Giraldo, gesuita colombiano che da anni sfugge alle minacce di morte dei paramilitari
Il massacro della comunità di pace di San Josè de Apartadó del 21 febbraio scorso
(dove furono trucidate otto persone, tra cui il leader della comunità Luis Guerra,
che aveva partecipato anche alla Marcia Perugia-Assisi) è arrivato sui banchi
della Corte Penale Internazionale, come crimine di lesa umanità e atto di genocidio,
su iniziativa di un gruppo di parlamentari colombiani. PeaceReporter è stato tra i primi mass-media in Italia a denunciare l'efferato
crimine che ha avuto una forte risonanza internazionale. Cristiano Morsolin, redattore dell’Osservatorio Indipendente sulla Regione Andina e nostro collaboratore, ha ricevuto a Bogotà pesanti minacce per aver osato
infastidire "i poteri
forti", i "signori della guerra" con i suoiarticoli sulla mobilitazione e sull'indignazione europea e italiana in seguito al massacro.
La mobilitazione internazionale attivata dall'Osservatorio Mondiale per la protezione
dei difensori dei diritti umani comprende anche Gloria Cuartas, sindaco di San
Josè de Apartadó e segretaria generale del “Frente Social y Politico” e Padre Giraldo Javier, coordinatore della commissione ecclesiale "Giustizia e Pace" e direttore della
banca dati sulla violenza politica in Colombia “Noche y Niebla”. In esclusiva per l'Italia, Morsolin ha intervistato per PeaceReporter padre Javier
Giraldo, a Madrid per il seminario "Territorio, vita e sicurezza umana di fronte
ai piani economici e militari", svoltosi dall'8 al 12 giugno per incrementare
lo scambio tra la società civile europea e quella colombiana.
scritto per noi da
Cristiano Morsolin
Padre Javier Giraldo, 60 anni, è nell’occhio del ciclone da tutta una vita, costretto
a
dormire ogni notte in posti diversi a causa delle pesanti minacce che costantemente
riceve. Non ha peli sulla lingua mentre sottolinea "la politica repressiva di
stampo fascista del governo
Uribe, il controllo totale sulla popolazione e soprattutto la prepotenza paramilitare.
Atteggiamenti che causano la totale chiusura di tutti gli spazi neutrali e indipendenti
come le Comunità
di Pace, dato che anche la resistenza popolare deve essere distrutta…".
Purtroppo crimini di questo genere si susseguono paurosamente da anni in Colombia,
e sono quasi sempre passati sotto silenzio, nell'indifferenza più totale. Dunque
a cosa si deve questa forte presa di posizione dell'opinione pubblica internazionale
di fronte a questa strage? E il governo come ha reagito?
In Colombia l'impunità è ormai la risposta a tutti i crimini.
Penso che quello che ha preoccupato il governo Uribe nel massacro di
San Josè de Apartadó sia stata la reazione internazionale forte quanto
inaspettata. E i perché sono tanti. Primo fra tutto i tre bambini
trucidati assieme agli altri senza particolare pietà: uno di 18 mesi,
una bimba di 5 anni e un bambino di 10. Si è trattato di un
crimine di eccezionale crudeltà. Tutte le vittime sono state squartate
e
fatte a pezzi con il machete. E il fatto che tra loro ci fosse un uomo
tanto rispettato, promotore delle Comunità di pace, leader conosciuto
in vari paesi come Italia, USA, Ecuador e interlocutore del governo
nazionale in vari comitati
inter-istituzionali, ha suscitato sdegno e tanta rabbia. Per questo si
sono sprigionate forti reazioni
contro il governo… Loro credevano che avrebbero potuto occultare le
responsabilità dell’esercito, della Brigata 17, perché si trattava di
una zona particolarmente sperduta e lontana, a ben otto ore di cammino
dal centro della comunità di pace, in un’area dove non ci sono strade
asfaltate e i sentieri sono primitivi. Sfortunatamente per loro non è
stato così. Il fatto che l’esercito sia rimasto in zona per
l'intera settimana precedente la strage ha suscitato molti sospetti.
Durante i due giorni prima del massacro, varie famiglie sono state
obbligate a scappare, sono state colpite, alcune sono state inseguite.
In una comunità vicina, a solo un’ora di distanza dalla zona del
massacro, alle cinque del mattino una bambina è stata ferita mentre
stava dormendo ed è stato necessario portarla all’ospedale di San Josè.
Sospettato un militare, che si aggirava armato nei dintorni. Una serie
di fatti che hanno lasciato le impronte del passaggio dell'esercito in
molti posti. Dopo aver trucidato Guerra e gli otto contadini, hanno
raggiunto il villaggio dei familiari del leader, ai quali hanno
personalmente comunicato la notizia. In poche parole non hanno fatto
assolutamente nulla per nascondere quello che avevano fatto, né si sono
finti paramilitari, com’è successo molte altre volte. E' stato visibile
a tutti che truppe dell’esercito ufficiale hanno commesso varie
violazioni negli stessi giorni e un'orrenda carneficina.
Dopo il crimine, il governo ci ha chiesto di sottoporci ai
meccanismi della giustizia, che però si sono rivelati ancora una volta
assolutamente corrotti. Ci siamo trovati di fronte agli stessi
meccanismi che da sempre garantiscono nient'altro che impunità. E la
reazione della comunità è stata di totale non collaborazione. In
quest'occasione abbiamo cercato di dimostrare le ben 500 aggressioni
subite
negli ultimi tempi, tutte inutilmente poste a conoscenza delle
istituzioni giudiziarie senza ricevere né sanzioni, né confronti con il
governo. E a questo punto il governo ci ha sfidati a presentare delle
prove, cosa che abbiamo fatto già in passato, consegnando ogni cosa al
giudice. Per questo ci chiediamo come si possa collaborare con un
sistema così corrotto. Per questo non chiediamo che questo caso sia
assunto dalla giustizia colombiana. Per questo stiamo domandando a
organismi internazionali di assumerlo.
Ma perché si è scelta un’assise tanto importante come la Corte Penale Internazionale?
Perché crediamo nella giustizia e nella pace
nonostante tutto, e le pretendiamo. Ma da soli non ce la facciamo.
Spiego meglio cos'è successo, cosa ci ha spinto a dire definitivamente
basta e a rivolgerci alla Corte Penale Internazionale.
Una commissione del parlamento colombiano ha convocato un’udienza
con il ministro
della difesa, i generali dell’esercito, il procuratore e noi
accompagnatori delle
Comunità di pace. Il tempo per dibattere è stato poco, giusto quello
per denunciare
i fatti, senza approfondirli. Alcuni militari, appoggiati da alcuni
parlamentari, sono riusciti a montare una versione completamente
manipolata, basata su quattro
falsi testimoni presentati come guerriglieri “smobilizzati”, ora
re-inseriti
nella società che hanno fatto ricadere le colpe su di noi. Non hanno
capito che tutti noi li conosciamo molto bene e sappiamo
che non sono guerriglieri. Si tratta di gente presa tempo fa e
torturata da un
colonnello dell’esercito. Poi, grazie all’ennesimo montaggio
giudiziale, furono
minacciati e messi sotto una pressione tale da accettare ogni proposta
dei militari.
Da quel momento non hanno più uno straccio di libertà, sono ostaggi
dell’esercito.
Quindi ogni loro testimonianza e accusa contro di noi perde di valore.
Così
lo abbiamo denunciato nella stessa sessione, insieme a tutti gli altri
dettagli
dell’intervento dei militari che erano accuse fondate su informazioni
assolutamente
false.
Contro di voi? Ma come? Di cosa vi accusavano?
Di essere guerriglieri delle Farc, naturalmente. Hanno persino accusato me di
aiutare la guerriglia caricando sulla mia automobile le munizioni. E pensare che
non ho nemmeno mai avuto un’auto. Questa è la linea di difesa dell’esercito: infangare
la credibilità di chi denuncia. Su tutto questo cumulo di falsità si appoggiano
coloro che pretendono di delegittimare noi che osiamo denunciare i loro crimini.
Non hanno nessuna prova concreta per contestare che i militari sono i colpevoli
e quindi si inventano le peggio calunnie. L’intero dibattito è stato dunque manipolato
e noi abbiamo avuto a disposizione molto poco tempo per difenderci. Gli stessi
mezzi di comunicazione hanno partecipato a questo losco gioco. Invece di pubblicare
le nostre denunce mettendole almeno sullo stesso piano delle dichiarazioni dei
militari, hanno pubblicato le insinuazioni calunniose sulla presunta appartenenza
di Gloria Cuartas, ex sindaco di Apartado, alle Farc. Questo è il loro modo di
agire. Questo è il tradizionale atteggiamento del governo colombiano: non si fanno
indagini serie e quando qualcosa infastidisce si arma un processo penale falso
verso chi denuncia.
Per questo un piccolo gruppo di parlamentari colombiani ha presentato un documento
alla Corte Penale Internazionale, sollecitandola affinché assuma le indagini del
massacro di San Jose de Apartado. Non vedono nessuna condizione affinché in Colombia
si facciano indagini e investigazioni imparziali. E il fatto che a rivolgersi
alla Corte internazionale sia un gruppo dello stesso parlamento è molto significativo.