La vera storia di Jamila, ragazza afgana che ha pagato l'amore con la lapidazione
Scritto per noi da
Tommaso Merlo*
Nessuno in paese si aspettava l’ennesima tragedia. "Era una ragazza a posto,
di una famiglia per bene". Behista si è uccisa silenziosamente gettandosi nel
fiume che attraversa Faizabad. Chissà quante volte lo aveva attraversato, chissà
quante volte ci aveva pensato, prima di arrendersi. Vent'anni passati sotto un
burqa e un matrimonio combinato alle porte.
La storia di Behista è quella di tante ragazze cresciute tra le montagne afgane.
Finalmente l'amore. La storia di Jamila. Sono le dieci di sera quando Jamila bussa alla porta di casa Hamman. Il giovane
Mirwais apre la porta e corre a chiamare il padre: "Cosa succede! Tu, a quest'ora,
a casa mia!" Jamila non esita un istante e sputa il rospo: "Amo Asif, tuo figlio,
e voglio divorziare da mio marito". Il vecchio Hamman quasi tracolla, preso dal
panico ordina al figlio di portare Jamila a casa di suo zio Rauf e di non farla
uscire.
Bastano pochi minuti e la sciagurata notizia corre impazzita di casa in casa.
Jamila resta sola, rinchiusa in una stanza, pensando alla sua triste storia. Quel
matrimonio combinato contro la sua volontà, quel marito che non ha mai amato e
che per tre anni l'ha lasciata sola per cercare fortuna all'estero. E poi la solitudine,
l'indifferenza di una società sorda al suo dolore, i sacrifici fatti per tirare
avanti. E poi un giorno finalmente l'amore, finalmente l'uomo giusto. E la decisione
coraggiosa di andare fino in fondo.
La giustizia del mullah. Alle quattro di notte la comunità maschile è già radunata nella moschea. Non
si tratta della solita preghiera del mattino perché il mullah è arrivato in tutta
fretta dalla città. L'atmosfera si fa tesa quando i testimoni raccontano lo sciagurato
affronto di Jamila. Ma non ci sono dubbi, prima dell'alba il mullah emette la
sentenza: lapidazione per la donna adulterina e cinquanta frustate per Asif, l'amato.
I duecento partecipanti firmano l'atto di condanna che in seguito scomparirà e
non sarà reperibile per gli investigatori del caso.
Le mani omicide dei fratelli. Jamila è ancora a casa dello zio Rauf, ed è solo nel tardo pomeriggio che il
padre e i due fratelli la raggiungono per eseguire la sentenza. Jamila capisce
all'istante ma non reagisce, non cerca di difendersi e accetta silenziosamente
il suo tragico destino. L'autopsia parlerà di grossi ematomi sul volto, un occhio
tumefatto, e alcuni segni di percosse, anche se la morte è avvenuta per strangolamento.
I medici riportano anche che Jamila non aveva rapporti sessuali da anni. Gli investigatori
arrivano da Kabul solo cinque giorni dopo l'omicidio, e il clamore dell'evento
spezza facilmente il velo d'omertà del piccolo villaggio. Le condanne non tardano
ad arrivare. Vent'anni di carcere per il padre che in lacrime giura di non averla
colpita, e per i due figli che rivendicano con orgoglio il massacro della sorella.
Duecento dollari di ammenda per i firmatari della condanna scomparsa, libertà
per il mullah che torna in tutta calma giù in città.
Rischiare la morte o suicidarsi. Il fiume che ha portato via Behista, è lo stesso fiume della disperazione che
travolge le silenziose vittime del cuore in Afghanistan. Poche hanno la forza
di Jamila, poche hanno il coraggio di sfidare le antiche tradizioni e vedere se
davvero la propria famiglia sia capace di uccidere una figlia dopo aver calpestato
i suoi sentimenti. Ma cosi è stato. Silenziosamente, come se solo la morte potesse
fare abbastanza rumore, e almeno un pò di giustizia.