Islamuddin Mayel vive a Kod-o-Barq, una ventina di chilometri a ovest di Mazar-i-Sharif.
Di mestiere fa il cameraman. Da alcuni mesi lavora per l’emittente televisiva
in lingua uzbeca della provincia di Balkh.
Al seguito di Dostum. Prima di trovare questo impiego, Islamuddin lavorava per il generale Abdul Rashid
Dostum, il famigerato e sanguinario signore della guerra uzbeco che da anni, e
ancora oggi, detiene il controllo delle province settentrionali dell’Afghanistan.
Islamuddin era uno dei cameramen ufficiali della ‘corte’ di questo spietato principe
moderno. Filmava le sue apparizioni pubbliche e le sue gesta militari, o meglio,
le stragi e gli orrendi crimini di guerra commessi negli ultimi anni dall’ ‘Orso
di Mazar’.
La sua videoteca personale, da cui Islamuddin ha avuto la cattiva idea di non
separarsi dopo aver cambiato occupazione, era una miniera di prove filmate delle
atrocità commesse dal suo potente ex datore di lavoro.
Lui stesso, ovviamente, è un testimone oculare che ne ha viste davvero tante.
E che adesso che non è più alle dipendenze di Dostum potrebbe anche andare a raccontare
tutto in giro.
E forse l’ha già fatto.
Insomma, per il baffuto generale uzbeco (e per i suoi alleati presenti e passati)
Islamuddin rappresenta una pericolosa mina vagante. Una mina che nei giorni scorsi
hanno provato a disinnescare.
Testimone dei massacri. Tre anni fa, alla fine del novembre 2001, Islamuddin era al seguito delle truppe
di Dostum sul fronte di Kunduz, dove infuriava una decisiva battaglia tra le le
forze talebane e le milizie uzbeche dell’Alleanza del Nord, appoggiate dall’aviazione
Usa e dalle forze speciali americane e britanniche.
Il 24 novembre, dopo una settimana di combattimenti, ottomila miliziani talebani
(afgani, pachistani e arabi) si arresero e vennero fatti prigionieri da uzbechi
e anglo-americani. Fu l’inizio della peggiore strage della guerra afgana.
Dostum rinchiuse cinquecento di loro nella sua fortezza di Qala-i-Jangi, che
si trovava da quelle parti.
Il giorno dopo (secondo la versione ufficiale), i prigionieri, interrogati e
torturati dai miliziani uzbechi assieme a soldati Usa e agenti della Cia, scatenarono
una rivolta che fu repressa senza pietà. Le forze di Dostum, appoggiate dall’esercito
e dall’aviazione Usa (che bombardò a tappeto la prigione) fecero una carneficina.
Pochissimi furono i sopravvissuti. Alcuni di loro hanno poi raccontato che non
ci fu nessuna rivolta, e che l’attacco contro la prigione fu immotivato e premeditato.
Gli altri circa 7.500 prigionieri vennero invece, sempre sotto la supervisione
delle forze anglo-americane, ammassati dentro container sigillati (due trecento
per uno) per poi essere trasportati alla prigione di Shebergan, sempre gestita
di Dostum. Vi arrivarono solo in tremila. Gli altri 4.500 soffocarono durante
il trasporto o vennero trucidati nel deserto di Dasht-i-Erganak, dove i container
vennero lasciati sotto il sole e poi crivellati di colpi dai miliziani uzbechi.
“Per far entrare un po’ d’aria”, dicevano.
La telecamera di Islamuddin riprese tutto quello che accadde a Qala-i-Jangi e
nel Dasht-i-Erganak. Tutto quello che i miliziani di Dostum e le forze speciali
anglo-britanniche fecero in quei tragici giorni di guerra fu registrato in una
videocassetta.
Rapito e torturato. Lo scorso 21 ottobre otto miliziani di Dostum hanno fatto irruzione in casa
di Islamuddin e hanno portato via lui e tutta la sua videoteca. Lo hanno condotto
in una delle tante prigioni private del loro capo, nella provincia di Jowzjan.
Qui Islamuddin è stato interrogato, picchiato e torturato per giorni.
Lo hanno accusato di aver sottratto la scottante cassetta del novembre 2001 dagli
archivi di Dostum e di averla venduta per 130 mila dollari a Najibullah Quraishi,
giornalista della televisione di Balkh fuggito in Gran Bretagna dopo averla consegnata
al giornalista irlandese indipendente (ex Bbc) Jamie Doran, che vi realizzò un
documentario trasmesso (solo in versione ridotta) da alcune emittenti europee
nel 2002.
Il 31 ottobre il figlio di Islamuddin si è fatto intervistare dalla radio della
Bbc per chieder il rilascio del padre. Il giorno dopo il cameraman è stato consegnato
dai miliziani di Dostum alla polizia governativa di Mazar-i-Sharif, e rilasciato
dopo poche ore.
“Se non fosse stato per il rumore suscitato dall’intervista di mio figlio – ha
raccontato Islamuddin a un giornalista dell’agenzia Iwpr – a quest’ora sarei morto.
Mi volevano uccidere quella notte stessa. Volevano impedire che io, non essendo
più alle dipendenze di Dostum, raccontassi al mondo quello che so. Adesso, evidentemente
non posso parlare. Ma appena riuscirò a fuggire da questo paese avrò molto da
raccontare”.