Nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha nuovamente criticato
le stragi di civili provocate dai bombardamenti aerei condotti nell’ambito di
Enduring Freedom, riproponendo la falsa idea che quella Usa sia la missione “cattiva”
contrapposta alla missione “buona” della Nato, International Security Assistance
Force (Isaf) – quella a cui l’Italia partecipa –, spacciata come esclusivamente
dedita a compiti di polizia e assistenza umanitaria.
La realtà sul campo è ben diversa. Lo testimoniano, drammaticamente, le decine
di civili afgani uccisi ogni giorno dai bombardamenti condotti dall’aviazione
Nato nell’ambito dell’operazione Isaf. L’ultima strage la scorsa notte: almeno
quaranta civili, tra cui molti donne e bambini, sono morti nel bombardamento Nato
del villaggio di Kumbarak, nella provincia di Helmand. Lo hanno confermato le
autorità governative locali e anche un parlamentare afgano originario della zona.
La notte precedente, altre decine di civili erano rimasti uccisi in un altro
bombardamento Nato nella zona di Musa Qala, sempre in Helmand.
Aziz Ahmad Tassal, giornalista afgano collaboratore dell’Institute for War and Peace Reporting, ha visitato il villaggio di Hyderabad, teatro della più sanguinosa strage di
civili compiuta dalla Nato: 135 civili uccisi la sera del 29 giugno, quando i
caccia hanno bombardato prima il villaggio e poi la gente che fuggiva. Ecco un
estratto del suo reportage.
E.P.
Un burqa insanguinato tra le macerie. Lungo la strada a nord di Grishk, il deserto è punteggiato di rottami di mezzi
militari della Nato: carri armati, blindati, jeep. A un tratto scorgo i resti
carbonizzati di un trattore con rimorchio. Più avanti, le rovine di case rase
al suolo dalle bombe: l’autista mi dice che questo era il villaggio di Hassan
Khan Kalay. Tra le macerie incontriamo Gulzaman, che qui aveva una bottega. “La
mia famiglia è di Sangin: siamo scappati qui mesi fa per fuggire ai bombardamenti.
Ma alla fine hanno bombardato anche qui. Ho perso mia sorella e tre figli”.
Arriviamo ad Hyderabad: un’altra distesa di macerie. Giriamo tra quelle che erano
le case del villaggio: muri crollati, cenere, una sciarpa verde, un sandalo da
donna, una teiera sfondata e un’immagine che non dimenticherò mai, un burqa insanguinato.
Il vecchio Sher Gul racconta quella notte. Si avvicina un vecchio, trasandato e con lo sguardo spento. Si chiama Sher
Gul. Pare ancora sotto shock. Ci racconta lui, quel maledetto 29 giugno, ha perso
le sue due mogli, due figlie, di 12 e 18 anni, e due figli, di 11 mesi e 7 anni.
Ci conduce alle rovine della sua casa, che non esiste più. “Erano le 8:30 di sera,
stavamo mangiano tutti qui nel cortile, quando abbiamo sentito il rombo dei jet.
Le donne e i bambini sono corsi dentro casa. Io e mio fratello siamo rimasti fuori.
Le bombe sono iniziate a cadere. Una ha colpito la casa. Ho sentito le urla di
mia moglie che chiedeva aiuto, ma non riuscivo ad alzarmi: dal cielo pioveva fuoco.
Poi le urla sono cessate. E anche il bombardamento. Mi sono alzato: mia moglie
era morta, sepolta sotto un muro. Poi ho trovato gli altri corpi”.
Bombe sul trattore carico di civili in fuga. Arrivano altri anziani del villaggio.
Uno di loro, Mohammad Faroq, racconta: “Una quarantina di persone, in maggioranza
donne, bambini e anziani, stipati sul rimorchio di un trattore, hanno cercato
di fuggire dal villaggio mentre cadevano ancora le bombe. Ma un aereo li ha seguiti
e ha bombardato anche loro, uccidendoli tutti”.
Era il rottame che avevo visto lungo la strada.
“Altre persone hanno tentato la fuga correndo via, a piedi”, continua Faroq.
“Sono stati tutti uccisi dalle mitragliatrici degli aerei. La mattina dopo, c’erano
cadaveri dappertutto. Il villaggio era pieno di morti, era diventato un cimitero”.