I racconti dei civili vittime della guerra, dall'ospedale di Emergency a Lashkargah
Dal nostro inviato
Enrico
Piovesana
Lashkargah, provincia di Helmand. Dopo i feroci
combattimenti e bombardamenti dei giorni scorsi, la situazione nei dintorni è
tornata relativamente calma. Ma qui in città
il clima è ancora molto teso. Per le strade, polverose e assolate, il traffico
è quasi nullo e si vede pochissima gente a piedi. Abbondano invece i pick-up
dell’esercito afgano, carichi di soldati in mimetica con i lanciarazzi in
spalla e i kalashnikov spianati. In città le forze militari della Nato non si
vedono, ma si sentono, nella forma dell’incessante rumore degli elicotteri da
combattimento ‘Apache’ che sorvolano ad alta quota il centro abitato.
Per vedere gli
effetti della guerra che in questi giorni ha infuriato nella provincia
basta fare un salto all’ospedale di Emergency – dove tutti sono in ansia
per
la sorte di Rahmatullah Hanefi, il manager della struttura arrestato una settimana
fa dai servizi segreti afgani.
Le corsie sono strapiene di feriti: civili
vittime dei bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria della Nato e dei
mitra dei soldati afgani.
Le testimonianze dei sopravvissuti e dei loro parenti
sono concordi: dopo aver messo in fuga i talebani dai villaggi, i
soldati del governo Karzai appoggiati dalle forze Isaf hanno fatto il tiro a
segno sulla popolazione civile, sparando contro tutti: anziani, donne e
bambini. Chiunque si trovasse a tiro.
Zarghona ha 25 anni,
ma ne dimostra almeno il doppio. Viene dal piccolo villaggio di Malgir,
a nord
di Lashkargah. Ha il viso completamente fasciato, la mascella
fracassata da una
pallottola. La stessa pallottola che, prima di entrare nella sua
guancia, ha sfondato la testa del suo bambino di un anno e mezzo,
uccidendolo.
Parla con un filo di voce, fissando le lenzuola: “Prima hanno iniziato
a
sparare, poi sono iniziate a cadere le bombe. Tutte le donne del
villaggio,
come me, sono uscite di casa, fuggendo con i bambini in braccio. Io
correvo
tenevo mio figlio stretto a me, poi i soldati afgani ci hanno sparato.
La
stessa pallottola…”. Il pianto interrompe il bisbiglio della donna, che
si
copre il volto per non farsi vedere.
Zadran ha 16
anni. Viene dal villaggio di Loi Manda, nei pressi di Grishk. Gli hanno
tolto dalla gamba cinque proiettili. “E’ iniziata una sparatoria, poi gli
inglesi, dal deserto, hanno iniziato a prendere a cannonate il villaggio. Sono
corso fuori di casa, volevo scappare. I soldati afgani mi hanno sparato con i
mitra, colpendomi alla gamba. In questo modo sono morte, nel mio villaggio,
almeno quattro persone, tra cui due bambini e due uomini: questi due sono stati
giustiziati dai militari governativi dopo essere stati arrestati senza alcun
motivo. Li conoscevo, non erano talebani. Quelli se ne erano già andati”.
Rokhana, 32 anni,
sempre di Loi Manda, conferma il racconto del ragazzino. Anche lei è ferita a
una gamba, che nasconde sotto le coperte per pudore. Per lo stesso motivo si
copre anche il volto con le lenzuola mente parla. “Fuori di casa la guerra si
è
scatenata d’improvviso. Mi sono precipitata in cortile per portare dentro i
miei figli. Appena ho varcato la soglia mi hanno sparato. Hanno sparato anche
a
mio figlio Askar, ferendolo a un braccio. Due degli altri bambini con cui stava
giocando sono morti. Erano i soldati del governo a sparare contro la gente
normale, quando i talebani erano già scappati dal villaggio”.
Mirwais ha 12 anni,
viene dal villaggio di Choar Kuza, sempre vicino a Grishk. Giace sdraiato su un
fianco, immobile, e resterà così per tutta la vita. La scheggia di un
proiettile di mortaio che ha centrato la sua casa gli è entrata nel collo,
ledendogli la colonna vertebrale e condannandolo così alla tetraplegia. A
parlare è suo padre Zalmay, occhi tristi, pelle scura e rugosa, barba
sale e pepe e turbante nero. “Gli inglesi sparavano sul nostro villaggio con i
cannoni, da lontano, i soldati afgani sparavano con i fucili, da vicino. Un
colpo, forse di mortaio, è caduto fuori dalla nostra casa, uccidendo tutte le
nostre bestie e ferendo mio figlio al collo e mia moglie alla gamba. Siamo
stati fortunati: un altro colpo è caduto sulla casa dei nostri vicini,
radendola al suolo e uccidendo due persone”.
Khan Gul di anni ne ha
13. Viene da Dehe Adam Khan, appena fuori Grishk. Una scheggia di bomba
aerea gli ha fracassato la gamba, ma con le stampelle è riuscito a trascinarsi
fino alla corsia delle donne, dov’è ricoverata sua madre, Zibagul Jan, di 35 anni,
che non parla più. Vuole tenerle compagnia. Nessun familiare è venuto a far
loro visita, perché sono tutti morti sotto le macerie della loro casa,
bombardata dall’aviazione Nato. “Eravamo in casa, era sera tardi. Fuori
sparavano, c’erano i talebani nel nostro villaggio. A un certo punto è
scoppiato tutto. Mio papà e i miei due fratelli sono morti. Io, la mamma, le
mie sorelle e i nonni siamo rimasti feriti”.
Sarwar ha 30
anni. E’ di Lashkargah e fa il tassista. Possiede, anzi possedeva, un
pulmino con cui trasportava la gente dal capoluogo a Grishk, ogni giorno,
avanti e indietro. “Stavo guidando verso Grishk con quattro passeggeri. Ho
incrociato un blindato Isaf, inglese o americano, non so. Ho avuto paura e non
mi sono fermato. Ci hanno sparato addosso con i mitragliatori. Io sono stato
colpito allo stomaco. Due dei passeggeri, due uomini, sono morti. Il mio
pulmino, la mia unica ricchezza, è andato distrutto, ridotto a un colabrodo”.
Sadikha ha 22 anni.
Viene dal villaggio di Zumbelay, a est di Grishk. Una
scheggia di bomba aerea le è entrata in pancia, uccidendo il bambino di cinque
mesi di cui era
incinta. La incontriamo nel reparto di terapia intensiva, nascosta dietro una
tenda. Sta seduta sul bordo del letto, nonostante sia fasciata dalla testa ai
piedi. Fissa il vuoto e farfuglia parole incomprensibili attraverso la maschera
a ossigeno. Forse sta raccontando la storia
di questa guerra sensa senso.