PARTI IN CONFLITTO
1960-OGGI: nella provincia islamica di Aceh (estremità settentrionale di Sumatra)
combattono i guerriglieri separatisti del Movimento Aceh Libero (GAM) contro
l’esercito governativo indonesiano.
VITTIME
Le fonti governative riferiscono di oltre 15mila morti, ma diversi media indipendenti
parlano di 50 mila e addirittura 100 mila morti in quarant’anni di conflitto.
Nel 2003 le vittime, in gran parte civili, sono state oltre 2000.
RISORSE CONTESE
La regione dell’Aceh è caratterizzata da ampi giacimenti petroliferi, sfruttati
dalla compagnia americana Exxon-Mobil che è accusata di finanziare le azioni repressive
dell’esercito. Le risorse dell’Aceh, popolata da 4,2 milioni di abitanti, coprono
il 20 per cento della ricchezza indonesiana, ma solo l’uno per cento viene reinvestito
nella provincia che resta in una condizione di povertà e sottosviluppo.
FORNITURE ARMAMENTI
Il governo riceve armi soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche da Gran Bretagna,
Germania, Francia, Olanda, Singapore, Corea del Sud e Slovacchia. Nell’agosto
2002 gli Usa hanno offerto al governo alleato della presidente Megawati Sukarnoputri
50 milioni di dollari per la “guerra totale al terrorismo”. I ribelli dell’Aceh
sono riforniti da Malaysia e Thailandia e alcuni si sarebbero addestrati in Libia.
SITUAZIONE ATTUALE
Il 15 agosto 2005 i guerriglieri del
GAM e il governo hanno firmato l'accordo di pace. Le trattative erano
cominciate dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004 che ha devastato l'Aceh
e ucciso oltre 100mila persone. Il maremoto ha indebolito i ribelli del
Gam e riportato l'attenzione internazionale su questa guerra
dimenticata. L'Asean e l'Ue hanno fatto pressioni sulle due parti in
conflitto affinché giungessero a un cessate il fuoco definitivo. I
ribelli hanno così accettato di rinunciare all'autonomia dell'Aceh, in
cambio del riconoscimento del Gam come partito politico, mentre
l'esercito indonesiano ha cominciato a ritirare le sue truppe.
Un
precedente cessate il fuoco era stato firmato nel dicembre 2002, ma era
poi stato interrotto nel maggio 2003 quando l'esercito indonesiano
aveva imposto la legge marziale e intensificato la repressione contro
le popolazioni locali dispiegando un esercito di oltre 40.000 uomini.
Esecuzioni extragiudiziali, torture, stupri, sparizioni e deportazioni
sistematiche di intere comunità in campi di raccolta, hanno reso
insostenibile la situazione tra la popolazione civile. Inoltre, per
fare terra bruciata intorno ai guerriglieri, il governo ha imposto
grosse restrizioni per la circolazione degli abitanti e impedito
l'accesso di giornalisti e operatori umanitari stranieri. Tra maggio e
giugno 2003 sono stati incendiati oltre 500 edifici islamici.