Indonesia
 
 
Ordinamento politico: Repubblica di Indonesia
Capitale: Giacarta
Superficie: 1.904.400 Kmq (6 volte l’Italia)
Popolazione: 230 milioni
Lingua: indonesiano bahasa (derivante dal Malay), inglese, olandese, 300 dialetti locali
Religione: musulmani 88%, protestanti 5%, cattolici 3%, hindu 2%, buddisti 1%, altro 1%
Alfabetizzazione: 88%
Mortalità infantile: 37 per mille (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: 67 M, 72 F (Italia: 76 M, 82 F)
Popolazione sotto la soglia di povertà: 27%
Prodotti esportati: petrolio e gas, prodotti tessili, calzature
Debito estero: 72.9% del Pil
Spese militari: 1 miliardo di dollari
 
GEOGRAFIA

L’Indonesia è il più grande Stato-Arcipelago del pianeta, contando oltre 17.500 isole, di cui 6mila ancora inabitate. La sua collocazione tra l’Oceano Indiano e quello Pacifico è strategica per i traffici marittimi. Si estende inoltre in una zona fortemente sismica e soggetta ad alluvioni: il 26 dicembre 2004 è stata il Paese più colpito dal devastante tsunami che qui ha causato la morte di  166mila persone. La tragedia ha riguardato il nord dell’isola di Sumatra e soprattutto la provincia poverissima dell’Aceh, vicina all’epicentro del terremoto. Gli sfollati sono almeno 800mila. Dall’indipendenza di Timor Est nel 2002, resta irrisolta la contesa con quest’ultima dell’isola di Palau Batek/Fatu Sinai e di alcuni fondali ricchi di petrolio e gas naturale.



STORIA
L'Indonesia ottiene l’indipendenza dall'Olanda nel 1949, dopo una guerra di liberazione durata tre anni sotto la guida di Ahmed Sukarno, in seguito proclamato presidente. Nel 1965 Sukarno nazionalizza le risorse petrolifere controllate dalla compagnia anglo-olandese Royal Dutch-Shell, e attira l'ostilità di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda che sostengono un colpo di stato guidato dal generale Mohamed Suharto. Nello stesso anno migliaia di presunti comunisti vengono fatti uccidere dai militari che hanno tentato di prendere il potere.
 
Nel 1966 Sukarno è costretto a lasciare l’incarico e inizia la lunga dittatura di Suharto che durerà 33 anni. Il nuovo capo di stato ordina una cruenta repressione dei dissidenti che causa settecentomila vittime e duecentomila prigionieri politici, ma permette alle potenze occidentali di rientrare in possesso delle licenze per lo sfruttamento petrolifero. Suharto per soddisfare l'ambiente dei militari e tacitare il dissenso popolare, intraprende un'aggressiva politica nazionalista che è la causa di conflitti armati indipendentisti in diverse zone del Paese.
 
Nel 1969, l'annessione dell'Irian Jaya (la parte occidentale della Papua Nuova Guinea) provoca la ribellione armata dei separatisti del Movimento Papuasia libera (Opm) che viene repressa dell'esercito con il sostegno dalla compagnia mineraria americana Freeport McMoRan, impegnata nelle estrazioni di oro, argento e rame.
 
A fine anni ’70 nasce il Movimento per l’Aceh libero (Gam), nell’omonima provincia settentrionale. I combattimenti tra l’esercito governativo e i guerriglieri separatisti si intensificheranno a partire dagli anni ’90. 
 
Nel 1976 si apre un terzo fronte di guerra: i militari indonesiani occupano l'ex colonia portoghese di Timor Est, divenuta indipendente un anno prima. Contro gli invasori insorge il Fronte di liberazione nazionale (Fretelin).
 
Il regime di Suharto termina solo nel 1998, dopo una rivolta popolare costata la vita a centinaia di persone. L'uscita di scena del dittatore comporta la risoluzione di uno dei conflitti: nel 1999, in seguito all'intervento dell'Onu, Timor Est guadagna l'indipendenza da Giacarta. La vittoria del Fretelin ridà fiducia ai movimenti separatisti in Aceh e Irian Jaya, che scatenano nuove offensive.
 
Un altro conflitto esplode nel 1999 nell'isola di Sulawesi (arcipelago delle Molucche) tra la comunità cristiana e quella islamica. Gli scontri tra le milizie islamiche del gruppo Laskar Jihad (Lj) - sostenuti dal governo centrale- e i miliziani cristiani del Fronte per la Sovranità delle Molucche (Msf) e - nel Sulawesi - quelli delle Forze Rosse Cristiane (Crf), dette anche Pipistrello Nero, causa 5 mila morti e 500mila sfollati in tre anni.
 
Nel 2000 il presidente Wahid viene costretto a dimettersi in seguito a uno scandalo di corruzione. Nuove speranze per la pacificazione del Paese vengono suscitate dall'elezione nel 2001 di Megawati Sukarnoputri - figlia del leader indipendentista Sukarno - che promette di risolvere con le trattative e non più con la repressione militare i disordini che insanguinano l'Indonesia. Nel gennaio 2002 viene inaugurata una commissione per i diritti umani che deve indagare sugli abusi commessi dalle forze indonesiane a Timor Est. A ottobre il Paese è sconvolto dagli attentati contro le discoteche di Bali. Duecentodue persone perdono la vita, in gran parte turisti australiani. Il governo accusa dell’attentato la Jemaah Islamiah, rete del terrore del Sud Est Asiatico, e ne arresta il presunto leader spirituale Abu Bakar Ba’asyir.
 
Nel dicembre 2002 il Gam e il governo iniziano i primi colloqui di pace, destinati però a fallire qualche mese più tardi, nel maggio 2003. Allora infatti Giacarta decide di condurre una nuova offensiva in Aceh e proclama la legge marziale nella provincia. Ad agosto un nuovo attentato colpisce un hotel di lusso della capitale, uccidendo 14 persone. Intanto tre uomini vengono condannati a morte per aver partecipato agli attacchi terroristici di Bali. Nell’aprile-maggio 2004 si verificano altri scontri religiosi nelle Molucche. Le vittime sono almeno 36. A settembre un’autobomba esplode davanti all’ambasciata australiana. I morti sono 9 e i feriti oltre 180. Nello stesso mese l’ex generale e ministro della sicurezza Susilo Bambang Yudhoyono sconfigge la Sukarnoputri alle presidenziali.
 


SOCIETA'
L’Indonesia è il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo. Lo tsunami del 26 dicembre ha messo a dura prova la provincia dell’Aceh dove si consuma il conflitto tra i guerriglieri radicali islamici del Gam e l’esercito governativo. Le due parti si sono scontrate sulla gestione degli aiuti e non è chiaro se riprenderanno i negoziati di pace. La legge marziale resta in vigore e solo in seguito alla tragedia, l’Aceh è stata riaperta a ong e giornalisti stranieri. Qui in 30 anni di guerra sono stati compiuti gravi abusi contro civili: esecuzioni, arresti sommari, stupri e sparizioni ad opera soprattutto delle forze governative. Ma anche i ribelli non sono estranei a violazioni dei diritti umani. La questione dell’Aceh riporta l’attenzione sulle condizioni carcerarie: in varie prigioni dell’Arcipelago vengono inflitte torture ai detenuti sospettati di far parte del Gam. L’Aceh è la provincia più islamizzata dove da alcuni anni è in vigore la Sharia (legge coranica).
 
Il Paese presenta diverse minoranze etniche che parlano oltre 300 dialetti. Nelle Molucche restano tesi i rapporti tra la comunità cristiane e quella musulmana. Gli ultimi scontri risalgono, infatti, al maggio 2004. In queste isole vige una sorta di apartheid, ovvero una netta separazione tra i membri dei due gruppi religiosi. Negli anni ’70 i cristiani cominciarono a sentirsi minacciati dal crescente influsso dei musulmani e oggi quest’ultimi accusano i primi di godere di alcuni privilegi. Per esempio quello di ottenere gli impieghi migliori. Nelle antiche ‘Isole delle Spezie’ i cristiani costituiscono almeno la metà degli abitanti, ma sono osteggiati dalle autorità centrali schierate in favore delle fazioni musulmane.
 
Altre minoranze a rischio si trovano nella Papua occidentale, metà ovest dell’isola di Nuova Guinea. Qui vivono oltre 300 tribù che sono però emarginate dal punto vista politico, economico, e culturale da parte del governo. Continua il conflitto tra esercito governativo e Movimento per la Papua Libera (Opm), con diverse vittime tra i civili. Sarebbe ancora in atto inoltre la politica di ‘trasmigrazione’ (nota ai tempi del dittatore Suharto) in base alla quale  Giakarta  muove masse di coloni indonesiani verso la regione per farli mischiare ai papuasi che sono invece cristiani o animisti.


ECONOMIA
La crisi asiatica del 1997 ha inflitto un duro colpo all’economia indonesiana. Scandali finanziari e corruzione diffusa hanno complicato la situazione economica del Paese che detiene oggi un enorme debito pubblico. Le più importanti risorse dell’Arcipelago – petrolio, gas naturale e pietre preziose – si trovano nelle province afflitte dalle guerre, come l’Aceh e la Papua Occidentale. In quest’ultima, tra l’altro, è devastante l’impatto ambientale della Grasberg, la miniera d’oro e di rame più grande al mondo controllata dall’americana Freeport McMoran e dall’inglese Rio Tinto. Essa sorge su montagne sacre alle tribù locali, che sono state costrette ad abbandonare le loro terre una volta iniziate le estrazioni.
 
Non sono ancora calcolabili con esattezza i danni economici provocati dallo tsunami, che all’inizio dell’anno ha fatto crollare la Borsa.


MASS MEDIA
L’imposizione dello stato di emergenza in Aceh nel maggio 2003, ha limita l’accesso dei giornalisti nella provincia fino al 26 dicembre 2004, giorno del devastante maremoto. Alcuni operatori dei media sono stati uccisi e rapiti nella regione martoriata dal conflitto. In altre zone, Papua occidentale e Molucche, i giornalisti sono stati vittima di intimidazioni. Il governo tenta di controllare i media in nome del “nazionalismo, per sostenere le forze di sicurezza”, ma non tutti gli organi di stampa si sono fatti piegare. Le organizzazioni indonesiane di giornalisti sono molte attive. Comunque la libertà dei media è cresciuta dopo la caduta del dittatore Suharto e il mercato televiso è in espansione, nonostante la crisi economica abbia portato alla chiusura di diverse testate.