14/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La millenaria Lashkargah, fondata dai turchi, culla dell'Islam afgano
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
 

Accampamento kuciLa strada sterrata che attraversa le case di fango di Lashkargah, due ore di jeep a ovest di Kandahar, diventa la pista nel deserto che corre tra le tende dei nomadi Kuci. Le pecore e i cammelli di questo popolo di allevatori erranti, l’unico in Afghanistan a non velare le donne, stanno rientrando dal pascolo. Sullo sfondo dell’accampamento si staglia una collina speciale. Se l’Afghanistan non fosse un paese in guerra da un quarto di secolo, qui, ai margini settentrionali del grande deserto del Regitan, si vedrebbero ogni giorno decine di autobus pieni di turisti giapponesi.

 
L'arco di Qala-i-BostQuella collina che si affaccia sul fiume Helmand nasconde infatti i resti di Bost, l’antico nome di Lashkargah, che un tempo era la capitale invernale dell’impero dei Ghaznavidi, la dinastia turca che conquistò mille anni fa l’Afghanistan portandovi stabilmente la religione islamica. Prima qui erano buddisti. Il sultano Massud, che normalmente risiedeva più ad est, a Ghazni appunto, sull’altopiano, invece di espandere l’impero più a oriente, come aveva fatto suo padre Mahmud in India, si preoccupava di godersi la rendita dello splendore imperiale che aveva ereditato. Non trovando di suo gradimento i rigidi inverni di Ghazni, Massud decise che nei mesi più freddi la corte si sarebbe spostata più a sud, nella città di Bost.
 
Una rovina della fortezzaSorpassata un’ampia cinta di mura di fango, ci si trova ai piedi della Qala-i-Bost (fortezza di Bost): una collina all’apparenza normale, se non fosse per il grande ed elegante arco a sesto acuto che si trova alla sua base. Era l’accesso al palazzo dell’imperatore. Oggi campeggia sulle banconote da cento afgani (due dollari) ed è chiusa da un’impalcatura di mattoni che ne sostengono l’esile volta. Anche questo monumento è stato vittima di venticinque anni di guerra. Per trovare i resti del palazzo è inutile girare intorno alla collina su cui era costruita l’antica cittadella: bisogna scalarla, e, poco distante dalla cima, scendere sotto terra in un profondissimo pozzo simile a quello di San Patrizio.
 
Lasciandosi alle spalle la luce accecante e il caldo, reso ancor più insopportabile dalla salita, si scende lungo una scalinata a spirale illuminata dalle arcate che si aprono sull’interno del pozzo. Si arriva al primo livello sotterraneo. Nella refrigerante penombra si intravedono porte d’accesso a stanze laterali, antichi depositi di derrate e sementi: qui al fresco si conservavano meglio. Entrandovi oggi si viene investiti da una valanga di pipistrelli che volano fuori, disturbati dalla visita inattesa, tuffandosi nel pozzo per trovare quiete ai piani inferiori.
 
Reperti del sito di Qala-i-BostDa ogni stanza si passa a un'altra attigua, facendo il giro del piano fino a incontrare di nuovo la scala. Scendendo, la luce e la temperatura calano. Aumenta invece il numero dei pipistrelli, che non sanno più dove trovare un posto tranquillo dove appendersi. Sono decine e decine e volano in tutte le direzioni. Le stanze si ripetono per altri due piani, poi la scalinata scende per altri tre piani fino al livello dell’acqua. Anzi, scendeva. Perché oggi, gli ultimi piani, non si sa quanti, sono invasi dal fango e dai detriti. Qui sotto, con un sistema di canali sotterranei, era stata convogliata l’acqua del vicino fiume, per assicurare al palazzo un approvvigionamento idrico comodo e protetto.
 
Il pozzo di Qala-i-Bost“In questo profondo pozzo, negli anni Ottanta - racconta l’improvvisata guida locale, un ex talebano -, non c’erano pipistrelli, ma soldati che parlavano russo. Nel pozzo, o meglio nelle stanze sotterranee di Qala-i-Bost si era acquartierata l’Armata Rossa durante la guerra. All’epoca c’erano più stanze: le bombe le hanno distrutte”. Risalendo all’aperto e salendo in cima alla collina si domina la grande spianata sottostante racchiusa dalle mura. Ci si accorge che queste erano costellate di tante torri circolari, una ogni quindici metri, e circondate da un fossato, oggi secco, ma un tempo pieno d’acqua.
 
Qala-i-KonaUn’ottima fortezza, anche per i russi, che su questo piazzale, tra i resti di abitazioni, bazar, moschee e bagni, parcheggiavano i loro carri armati. E che dalla cima di questa collina potevano tenere sotto controllo il territorio circostante fino all’orizzonte. Sulla costa della collina, per terra, si trovano decine di reperti. Per lo più frammenti di vasi di terracotta smaltati con vivaci colori e decorati con motivi floreali o geometrici. Ma non solo: i locali hanno trovato anche monete, ciondoli, statuette e timbri imperiali in terracotta. Li danno ai rarissimi visitatori in cambio di pochi afgani, o addirittura li regalano, lasciando intendere che tanto ne trovano quanti ne vogliono. Nessun dubbio sulla loro autenticità: qui i ‘pataccari’ non esistono. Non ne avrebbero motivo.
 
Archi di Kala-i-KonaTornando a Lashkargah, sulla riva del fiume Helmand, nelle cui acque i bambini fanno il bagno, le donne lavano i panni e gli uomini le automobili e i camion, si scopre un’altra meraviglia, ancor più bella di Qala-i-Bost: Qala-i-Kona. A detta dei locali, era il palazzo imperiale dell’antica Bost. Qui sono ancora in piedi mura, archi, grandi cortili, bastioni, stanze con nicchie. Per girare tutte le rovine si cammina per decine di minuti, entrando e uscendo da stanze e cortili ancora non distrutti dalle rare piogge che sgretolano le strutture di argilla. Dicono che basti scavare un po’ per trovare dei veri tesori di artigianato e gioielleria. Ma la vista di Qala-i-Kona che toglie il fiato è quella che se ne ha dalla riva opposta del fiume: un castello di sabbia come quelli che fanno i bambini sulla spiaggia, pieno di torri e guglie ma in scala reale. Splendido.
 
E’ un peccato che la guerra abbia impedito al mondo di conoscere le vestigia dell’antico Afganistan, oltre ad averle irreparabilmente danneggiate. Anche se pure il turismo di massa costituirebbe uno scempio per questo posto ancora vergine. Ma per adesso il problema non si pone: solo i locali e i kuci di passaggio mettono piede a Qala-i-Bost. Non foss’altro che per le mine che infestano il deserto circostante e per i talebani che, da queste parti, non si sono ancora dati per vinti.

Enrico Piovesana

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