Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
La strada sterrata che attraversa le case di fango di Lashkargah, due ore di
jeep a ovest di Kandahar, diventa la pista nel deserto che corre tra le tende
dei nomadi Kuci. Le pecore e i cammelli di questo popolo di allevatori erranti,
l’unico in Afghanistan a non velare le donne, stanno rientrando dal pascolo. Sullo
sfondo dell’accampamento si staglia una collina speciale. Se l’Afghanistan non
fosse un paese in guerra da un quarto di secolo, qui, ai margini settentrionali
del grande deserto del Regitan, si vedrebbero ogni giorno decine di autobus pieni
di turisti giapponesi.

Quella collina che si affaccia sul fiume Helmand nasconde infatti i resti di
Bost, l’antico nome di Lashkargah, che un tempo era la capitale invernale dell’impero
dei Ghaznavidi, la dinastia turca che conquistò mille anni fa l’Afghanistan portandovi
stabilmente la religione islamica. Prima qui erano buddisti. Il sultano Massud,
che normalmente risiedeva più ad est, a Ghazni appunto, sull’altopiano, invece
di espandere l’impero più a oriente, come aveva fatto suo padre Mahmud in India,
si preoccupava di godersi la rendita dello splendore imperiale che aveva ereditato.
Non trovando di suo gradimento i rigidi inverni di Ghazni, Massud decise che nei
mesi più freddi la corte si sarebbe spostata più a sud, nella città di Bost.

Sorpassata un’ampia cinta di mura di fango, ci si trova ai piedi della Qala-i-Bost
(fortezza di Bost): una collina all’apparenza normale, se non fosse per il grande
ed elegante arco a sesto acuto che si trova alla sua base. Era l’accesso al palazzo
dell’imperatore. Oggi campeggia sulle banconote da cento afgani (due dollari)
ed è chiusa da un’impalcatura di mattoni che ne sostengono l’esile volta. Anche
questo monumento è stato vittima di venticinque anni di guerra. Per trovare i
resti del palazzo è inutile girare intorno alla collina su cui era costruita l’antica
cittadella: bisogna scalarla, e, poco distante dalla cima, scendere sotto terra
in un profondissimo pozzo simile a quello di San Patrizio.
Lasciandosi alle spalle la luce accecante e il caldo, reso ancor più insopportabile
dalla salita, si scende lungo una scalinata a spirale illuminata dalle arcate
che si aprono sull’interno del pozzo. Si arriva al primo livello sotterraneo.
Nella refrigerante penombra si intravedono porte d’accesso a stanze laterali,
antichi depositi di derrate e sementi: qui al fresco si conservavano meglio. Entrandovi
oggi si viene investiti da una valanga di pipistrelli che volano fuori, disturbati
dalla visita inattesa, tuffandosi nel pozzo per trovare quiete ai piani inferiori.

Da ogni stanza si passa a un'altra attigua, facendo il giro del piano fino a
incontrare di nuovo la scala. Scendendo, la luce e la temperatura calano. Aumenta
invece il numero dei pipistrelli, che non sanno più dove trovare un posto tranquillo
dove appendersi. Sono decine e decine e volano in tutte le direzioni. Le stanze
si ripetono per altri due piani, poi la scalinata scende per altri tre piani fino
al livello dell’acqua. Anzi, scendeva. Perché oggi, gli ultimi piani, non si sa
quanti, sono invasi dal fango e dai detriti. Qui sotto, con un sistema di canali
sotterranei, era stata convogliata l’acqua del vicino fiume, per assicurare al
palazzo un approvvigionamento idrico comodo e protetto.

“In questo profondo pozzo, negli anni Ottanta - racconta l’improvvisata guida
locale, un ex talebano -, non c’erano pipistrelli, ma soldati che parlavano russo.
Nel pozzo, o meglio nelle stanze sotterranee di Qala-i-Bost si era acquartierata
l’Armata Rossa durante la guerra. All’epoca c’erano più stanze: le bombe le hanno
distrutte”. Risalendo all’aperto e salendo in cima alla collina si domina la grande
spianata sottostante racchiusa dalle mura. Ci si accorge che queste erano costellate
di tante torri circolari, una ogni quindici metri, e circondate da un fossato,
oggi secco, ma un tempo pieno d’acqua.

Un’ottima fortezza, anche per i russi, che su questo piazzale, tra i resti di
abitazioni, bazar, moschee e bagni, parcheggiavano i loro carri armati. E che
dalla cima di questa collina potevano tenere sotto controllo il territorio circostante
fino all’orizzonte. Sulla costa della collina, per terra, si trovano decine di
reperti. Per lo più frammenti di vasi di terracotta smaltati con vivaci colori
e decorati con motivi floreali o geometrici. Ma non solo: i locali hanno trovato
anche monete, ciondoli, statuette e timbri imperiali in terracotta. Li danno ai
rarissimi visitatori in cambio di pochi afgani, o addirittura li regalano, lasciando
intendere che tanto ne trovano quanti ne vogliono. Nessun dubbio sulla loro autenticità:
qui i ‘pataccari’ non esistono. Non ne avrebbero motivo.

Tornando a Lashkargah, sulla riva del fiume Helmand, nelle cui acque i bambini
fanno il bagno, le donne lavano i panni e gli uomini le automobili e i camion,
si scopre un’altra meraviglia, ancor più bella di Qala-i-Bost: Qala-i-Kona. A
detta dei locali, era il palazzo imperiale dell’antica Bost. Qui sono ancora in
piedi mura, archi, grandi cortili, bastioni, stanze con nicchie. Per girare tutte
le rovine si cammina per decine di minuti, entrando e uscendo da stanze e cortili
ancora non distrutti dalle rare piogge che sgretolano le strutture di argilla.
Dicono che basti scavare un po’ per trovare dei veri tesori di artigianato e gioielleria.
Ma la vista di Qala-i-Kona che toglie il fiato è quella che se ne ha dalla riva
opposta del fiume: un castello di sabbia come quelli che fanno i bambini sulla
spiaggia, pieno di torri e guglie ma in scala reale. Splendido.
E’ un peccato che la guerra abbia impedito al mondo di conoscere le vestigia
dell’antico Afganistan, oltre ad averle irreparabilmente danneggiate. Anche se
pure il turismo di massa costituirebbe uno scempio per questo posto ancora vergine.
Ma per adesso il problema non si pone: solo i locali e i kuci di passaggio mettono
piede a Qala-i-Bost. Non foss’altro che per le mine che infestano il deserto circostante
e per i talebani che, da queste parti, non si sono ancora dati per vinti.