08/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo un'offensiva lampo dove tutto è stato fin troppo facile, le forze di Ouattara si sono impantanate nell'assedio alla presidenza-bunker.

Pare destinata a non finire mai la crisi ivoriana. L'epilogo sembrava dietro l'angolo solo pochi giorni fa, quando le Forces Republicaines de Cote d'Ivoire (Frci), schieratesi col presidente legittimo Alassane Ouattara, avevano lanciato l'offensiva finale su Abidjan e sul palazzo presidenziale dove, in un bunker, si è rifugiato l'ex presidente Laurent Gbagbo. Così sembrava destinato a chiudersi lo stallo elettorale e il ritorno alla guerra civile per un Paese che proprio alle ultime elezioni presidenziali aveva affidato il compito di riunire il nord e il sud. Venerdì primo aprile, le Frci tentano un primo assalto, dopo tre giorni lanciano un secondo affondo, con proclami di vittoria imminente. E poi? E poi nulla. Gbagbo è ancora lì, chiuso nel suo nascondiglio, circondato dai santoni che continuano a ripetergli che Dio lo salverà e dai pretoriani che gli fanno buona guardia. Nel frattempo, giovedì Ouattara ha parlato alla nazione per la prima volta dall'inizio della crisi, lo scorso novembre, chiedendo agli ivoriani di superare le divisioni e di rimettere il Paese in moto. All'Unione Europea, il presidente ha chiesto di revocare le sanzioni e il ban sul cacao ivoriano, vera miniera d'oro, la cui filiera era stata nazionalizzata da Gbagbo. Ora che le Fdci hanno conquistato il fondamentale porto di San Pedro e che la relativa rendita milionaria torna a fluire nelle casse dello stato, non ha più senso continuare a indebolire l'economia ivoriana. "Gbagbo ha assediato Ouattara per quattro mesi all'Hotel du Golf, adesso vediamo quanto resiste lui", dice una fonte molto vicina al neopresidente. La cortesia è quella di sempre ma il nervosismo al telefono traspare chiaramente. "Ouattara ha dato ordine di non toccarlo, di non ucciderlo. Quando avrà finito acqua e cibo uscirà da solo", spiega.

Se la scelta del fair play, quella di non voler infierire su un nemico che è alla corda, sembra comprensibile, anche per non regalargli l'aura del martire, c'é comunque qualcosa che non torna. L'ostinazione di Gbagbo si può spiegare con la follia o con una terribile lucidità. Infatti, finché l'ex presidente non si sarà consegnato o non avrà negoziato un'uscita di scena dietro precise garanzie, quella di Ouattara rischia di essere una vittoria a metà. L'assedio, tanto per cominciare, non è una passeggiata: se in quattro giorni non sono riusciti ad espugnare la presidenza è perché questa è difesa da soldati di reparti d'elite (Gspr, Fumaco, Cecos e Guardia Repubblicana) che contano ancora molti uomini, ottimamente equipaggiati e ben addestrati. L'Frci di Ouattara non è allo stesso livello, è disorganizzato e meno preparato. Ma soprattutto è composto in prevalenza da ex guerriglieri delle Forces Nouvelles e da raccoglitori, bozos, tutti provenienti dal nord. Abidjan è una città enorme, con una conformazione tutta particolare, una grande laguna, l'Ebrye, che circonda il quartiere del Plateau, dove si trova la presidenza. I soldati di Ouattara non conoscono il territorio e questo è un handicap non da poco. Il palazzo non è particolarmente imponente ma si sviluppa sottorraneamente, con una vasta rete di cunicoli e condotte, due delle quali si affacciano sulla residenza di un ambasciatore e sulla laguna: muoversi per chi lo deve trovare, è davvero difficile. Tanto che per evacuare l'ambasciatore giapponese e quello israeliano si sono dovuti muovere i parà francesi. Secondo fonti raccolte da Xhinua, l'agenzia di stampa cinese, oltre ad aver stoccato vivere in quantità che gli consentirebbero per resistere dai tre ai sei mesi, il leader golpista ha nascosto ingenti carichi di armi in un rifugio segreto del sud di Abidjan. Quelle armi serviranno quando partirà la controffensiva. Ma partirà? E chi sarà a lanciarla? Sono in arrivo altri mercenari e da quali Paesi? Queste le domande sulle quali si arrovella lo stato maggiore dell'Frci.

E più tempo passa, più cresce il nervosismo. Anche perché l'entrata in azione della Brigade Liocorne francese, che venerdì e lunedì ha sparato sulla presidenza, ha rievocato dolorose memorie di colonialismo. Non è un caso che l'Angola, l'alleato di Gbagbo che qualche giorno fa si era allineato con l'Unione Africana, è tornata a ripetere che il legittimo presidente è proprio lui. Un forte malumore serpeggia anche in Camerun e si diffonderà in altri Paesi se l'ex presidente riuscisse a spacciarsi per martire. Un assedio di settimane o mesi potrebbe rovesciare i ruoli. Ouattara e i suoi lo sanno. Per questo hanno chiesto alla comunità internazionale di voltare pagina e di aiutare la Costa d'Avorio a tornare alla normalità. La speranza è che Gbagbo si stanchi, resti senza acqua, cibo e risorse e si arrenda. Ma finora si è mosso come se avesse già programmato tutto. La resistenza posticcia offerta dai suoi uomini nell'ovest e nel centro del Paese, forse è stata la conseguenza di un ripiegamento tattico verso la capitale. Tutto sembra calcolato, come la riunione dell'agosto scorso in cui riunì i vertici dell'esercito ed effettuò un rimescolamento di cariche: in quel momento aveva sugellato un patto con i militari. Io vi faccio ricchi e potenti, voi mi difendete fino alla morte. La sconfitta alle elezioni era ancora di là da venire ma Gbagbo la dava per certa. E si è mosso di conseguenza. Quali carte ha ancora da giocarsi l'ex presidente?

 

Alberto Tundo

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