Un anno fa veniva ucciso il presidente ceceno Kadyrov. Suo figlio Ramzan cerca vendetta

Lunedì prossimo, 9 maggio, come ogni anno tutta la Russia si
ferma per celebrare il ‘Giorno della Vittoria’, ovvero l’anniversario della
sconfitta del Nazismo ad opera delle forze Alleate nella seconda guerra
mondiale.
Ma nella repubblica russa di Cecenia quest’anno il 9 maggio
coincide con un’altra ricorrenza: il primo anniversario della morte del
presidente ceceno filo-russo Akhmad Kadirov, ucciso il 9 maggio 2004
nell’attentato allo stadio Dynamo di Grozny. Attentato attribuito alla frangia
più radicale e integralista della resistenza indipendentista cecena, e in cui
morirono, assieme al capo del ‘governo fantoccio’ ceceno (come lo chiamano i
ribelli), anche il generale Valery
Baranov, capo delle forze russe in Cecenia e altre sei persone.
A caccia di Basayev. Un
anniversario che Ramzan Kadyrov, figlio del defunto presidente, vice primo
ministro ceceno e capo delle famigerate milizie paramilitari filo-russe note
come ‘kadyrovsky’, vuole celebrare vendicando il padre e uccidendo Shamil
Basayev, ritenuto il mandante dell’attentato di un anno fa. Nei giorni scorsi
il giovane Ramzan ha dichiarato alla stampa russa: “Ho promesso che entro il 9
maggio distruggerò Basayev. Eliminare quel diavolo è ora il mio unico scopo. Lo
voglio uccidere personalmente, come vuole la nostra tradizione”.
Secondo il vice primo ministro ceceno, il super-ricercato
leader integralista ribelle si nasconderebbe attualmente fuori dai confini
della Cecenia, in Daghestan. Questo spiega le recenti ‘spedizioni militari’ in
territorio daghestano organizzate e personalmente guidate dal giovane Kadyrov.
Spedizioni che hanno incontrato una decisa resistenza da parte della
popolazione daghestana, solidale alla causa indipendentista cecena, e che
rischiano di far esplodere una rivolta armata antirussa anche nella già
instabile repubblica caucasica che si affaccia sul Mar Caspio.
Kadyrov lo cerca in
Deghetsan. La spedizione più massiccia è stata condotta la notte del 20 aprile.
Trecento ‘kadyrovsky’, guidati da Kadyrov junior e da un ufficiale dei servizi
segreti russi (Fsb), Adam Uchmigov, hanno passato il montagnoso confine ceceno
orientale e sono penetrati nel distretto daghestano di Khasavyurt. L’obiettivo
era il villaggio di Toturby-Kala, dove era segnalata la presenza di un leader
ribelle vicino a Basayev. Ma la spedizione è fallita perché la popolazione del
villaggio, armata di fucili, forconi e picconi, si è rivoltata contro i
miliziani di Kadyrov, uccidendone alcuni e costringendoli alla ritirata. I
giorni successivi la gente di Toturby-Kala e dei villaggi vicini ha inscenato
dure proteste antirusse e antigovernative minacciando di scatenare anche in
Daghestan una rivolta armata indipendentista contro il locale governo
filo-russo di Makhachkala accusato di essere “servile e codardo” nei confronti
delle autorità russe e di “tradire” il popolo daghestano. Una minaccia non
campata in aria, se è vero, come si dice, che sempre più giovani daghestani
(poveri e disoccupati) si stanno arruolando nelle fila delle locali formazioni
islamiche di mujaheddin che proprio Basayev sta creando in Daghestan allo scopo
di trasformare la guerra d’indipendenza cecena in una ‘guerra santa’ per
“liberare le popolazioni islamiche del Caucaso dal pluricentenario giogo
imposto degli infedeli invasori russi” e creare un “Emirato Islamico del
Caucaso”.
I russi lo cercano
nel sud della Cecenia. Mentre Kadyrov si spinge fino in Daghestan a caccia
di vendetta personale, le forze armate russe continuano a setacciare le foreste
del sud montagnoso della Cecenia, altro possibile nascondiglio di Basayev.
Quasi ogni giorno gli
sptsnaz russi che perlustrano i distretti meridionali di
Itum-Kalé, Vedenò e Nojay-Yurt cadono in imboscate dei guerriglieri ceceni. E
quasi ogni notte i russi rispondono bombardando a casaccio con l’aviazione e
l’artiglieria le zone in cui si sono verificati gli agguati. E rastrellando i
villaggi limitrofi a caccia di ribelli. Com’è accaduto ancora lunedì, il 2
maggio, quando undici soldati e due ribelli sono morti in combattimento in
una foresta del distretto di Nojay-Yurt, a ridosso del Daghestan. La notte
successiva la zona è stata martellata dai caccia e dai mortai russi e i centri
abitati della zona sono stati rastrellati dall’esercito con diversi
‘zaciski’,
le famigerate spedizioni russe contro i civili ceceni, che sono sempre quelli
che pagano il prezzo più alto di questa assurda guerra senza fine. Una guerra
di cui la comunità internazionale continua sostanzialmente a non occuparsi,
lasciando mano libera a Putin e ai suoi generali. Nonostante il moltiplicarsi
delle denunce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dei
ceceni rifugiatisi in Occidente. Denunce che cadono regolarmente nel vuoto. Com’è
avvenuto ancora nei giorni scorsi a Strasburgo, quando i maggiori
rappresentanti della diaspora cecena in Europa si sono trovati davanti alla
sede del Parlamento Europeo assieme a duemila rifugiati ceceni, a conclusione
di una marcia per la pace partita da Parigi un mese prima. Una delegazione è
stata ricevuta lunedì da Terry Davis, segretario generale del Consiglio
d’Europa, il quale li ha liquidati dicendo loro: “La questione cecena è nella
nostra agenda”.