05/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un anno fa veniva ucciso il presidente ceceno Kadyrov. Suo figlio Ramzan cerca vendetta
L'attentato del 9 maggio 2004Lunedì prossimo, 9 maggio, come ogni anno tutta la Russia si ferma per celebrare il ‘Giorno della Vittoria’, ovvero l’anniversario della sconfitta del Nazismo ad opera delle forze Alleate nella seconda guerra mondiale.
Ma nella repubblica russa di Cecenia quest’anno il 9 maggio coincide con un’altra ricorrenza: il primo anniversario della morte del presidente ceceno filo-russo Akhmad Kadirov, ucciso il 9 maggio 2004 nell’attentato allo stadio Dynamo di Grozny. Attentato attribuito alla frangia più radicale e integralista della resistenza indipendentista cecena, e in cui morirono, assieme al capo del ‘governo fantoccio’ ceceno (come lo chiamano i ribelli), anche il generale Valery Baranov, capo delle forze russe in Cecenia e altre sei persone.
 
Il defunto Kadyrov con il figlio RamzanA caccia di Basayev. Un anniversario che Ramzan Kadyrov, figlio del defunto presidente, vice primo ministro ceceno e capo delle famigerate milizie paramilitari filo-russe note come ‘kadyrovsky’, vuole celebrare vendicando il padre e uccidendo Shamil Basayev, ritenuto il mandante dell’attentato di un anno fa. Nei giorni scorsi il giovane Ramzan ha dichiarato alla stampa russa: “Ho promesso che entro il 9 maggio distruggerò Basayev. Eliminare quel diavolo è ora il mio unico scopo. Lo voglio uccidere personalmente, come vuole la nostra tradizione”.
Secondo il vice primo ministro ceceno, il super-ricercato leader integralista ribelle si nasconderebbe attualmente fuori dai confini della Cecenia, in Daghestan. Questo spiega le recenti ‘spedizioni militari’ in territorio daghestano organizzate e personalmente guidate dal giovane Kadyrov. Spedizioni che hanno incontrato una decisa resistenza da parte della popolazione daghestana, solidale alla causa indipendentista cecena, e che rischiano di far esplodere una rivolta armata antirussa anche nella già instabile repubblica caucasica che si affaccia sul Mar Caspio.
 
Guerriglieri ceceni nelle foreste del sudKadyrov lo cerca in Deghetsan. La spedizione più massiccia è stata condotta la notte del 20 aprile. Trecento ‘kadyrovsky’, guidati da Kadyrov junior e da un ufficiale dei servizi segreti russi (Fsb), Adam Uchmigov, hanno passato il montagnoso confine ceceno orientale e sono penetrati nel distretto daghestano di Khasavyurt. L’obiettivo era il villaggio di Toturby-Kala, dove era segnalata la presenza di un leader ribelle vicino a Basayev. Ma la spedizione è fallita perché la popolazione del villaggio, armata di fucili, forconi e picconi, si è rivoltata contro i miliziani di Kadyrov, uccidendone alcuni e costringendoli alla ritirata. I giorni successivi la gente di Toturby-Kala e dei villaggi vicini ha inscenato dure proteste antirusse e antigovernative minacciando di scatenare anche in Daghestan una rivolta armata indipendentista contro il locale governo filo-russo di Makhachkala accusato di essere “servile e codardo” nei confronti delle autorità russe e di “tradire” il popolo daghestano. Una minaccia non campata in aria, se è vero, come si dice, che sempre più giovani daghestani (poveri e disoccupati) si stanno arruolando nelle fila delle locali formazioni islamiche di mujaheddin che proprio Basayev sta creando in Daghestan allo scopo di trasformare la guerra d’indipendenza cecena in una ‘guerra santa’ per “liberare le popolazioni islamiche del Caucaso dal pluricentenario giogo imposto degli infedeli invasori russi” e creare un “Emirato Islamico del Caucaso”.
 
La marcia della pace cecena. L'arrivo a StrasburgoI russi lo cercano nel sud della Cecenia. Mentre Kadyrov si spinge fino in Daghestan a caccia di vendetta personale, le forze armate russe continuano a setacciare le foreste del sud montagnoso della Cecenia, altro possibile nascondiglio di Basayev. Quasi ogni giorno gli sptsnaz russi che perlustrano i distretti meridionali di Itum-Kalé, Vedenò e Nojay-Yurt cadono in imboscate dei guerriglieri ceceni. E quasi ogni notte i russi rispondono bombardando a casaccio con l’aviazione e l’artiglieria le zone in cui si sono verificati gli agguati. E rastrellando i villaggi limitrofi a caccia di ribelli. Com’è accaduto ancora lunedì, il 2 maggio, quando undici soldati e due ribelli sono morti in combattimento in una foresta del distretto di Nojay-Yurt, a ridosso del Daghestan. La notte successiva la zona è stata martellata dai caccia e dai mortai russi e i centri abitati della zona sono stati rastrellati dall’esercito con diversi ‘zaciski’, le famigerate spedizioni russe contro i civili ceceni, che sono sempre quelli che pagano il prezzo più alto di questa assurda guerra senza fine. Una guerra di cui la comunità internazionale continua sostanzialmente a non occuparsi, lasciando mano libera a Putin e ai suoi generali. Nonostante il moltiplicarsi delle denunce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dei ceceni rifugiatisi in Occidente. Denunce che cadono regolarmente nel vuoto. Com’è avvenuto ancora nei giorni scorsi a Strasburgo, quando i maggiori rappresentanti della diaspora cecena in Europa si sono trovati davanti alla sede del Parlamento Europeo assieme a duemila rifugiati ceceni, a conclusione di una marcia per la pace partita da Parigi un mese prima. Una delegazione è stata ricevuta lunedì da Terry Davis, segretario generale del Consiglio d’Europa, il quale li ha liquidati dicendo loro: “La questione cecena è nella nostra agenda”.
 

Enrico Piovesana

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