Ritmi di crescita alti, risorse enormi, ma poca energia. Questo il dilemma del Sudafrica. Il Paese con l'economia più sviluppata del continente ha bisogno di elettricità e per averla punta sul nucleare. L'otto ottobre il vicepresidente Kgalema Motlanthe ha siglato un accordo con il presidente sudcoreano Lee Myung-Bak. L'intesa prevede la cooperazione nel settore dell'energia atomica, dello sviluppo di tecnologie e dello scambio di personale. Un primo passo verso la costruzione di centrali in territorio sudafricano. Ma Seul non è l'unica ad essere interessata alle ghiotte commesse di Pretoria. Ad agosto la Standard Bank, uno dei più grossi istituti del Paese, ha concluso accordi con la China Guangdong Nuclear Power Company. Prima ancora si erano candidate la francese Areva e la statunitense Westinghouse. "Quello firmato venerdì con i sudcoreani è solo un accordo di cooperazione, non un contratto per la costruzione di centrali. Eppure mostra la volontà forte del Paese di percorrere la strada del nucleare", spiega al telefono con PeaceReporter Stephen Gelb (nella foto), professore di economia alla Johannesburg University.
Il trenta percento dell'economia del Sudafrica si basa sullo sfruttamento delle miniere e sull'industria pesante. Il settore estrattivo e di lavorazione dei minerali consuma la maggior parte dell'elettricità. Nel 2008 la domanda superò la capacità massima e il Paese subì blackout che costrinsero il governo a razionare la distribuzione. La stessa cosa si è vista con i mondiali di calcio. In concomitanza dei grandi eventi c'è stato un taglio dell'energia destinata alle industrie. "La situazione attuale pone seri rischi di blackout simili a quelli del 2008", si legge in una nota del Dipartimento per l'Energia. "Una minaccia seria alle sfide di crescita economica".
Carbone, carbone e ancora carbone. "Le centrali termiche producono oggi il 93 percento dell'energia elettrica", spiega Gelb, "ma così non si può più andare avanti. I costi, anche ambientali, sono troppo alti e gli impianti a carbone non possono soddisfare le necessità del Paese". L'economia, che viaggia al 4,6 percento annuo, risente della scarsità di potenza. Il governo Zuma ha reso pubblico un ambizioso piano per ridurre la dipendenza del Sudafrica dal carbone. Nell'arco di venti anni il Paese dovrebbe trarre il 14 percento del fabbisogno energetico dal nucleare. Oggi è solo il cinque percento, erogato dall'unica centrale in funzione, quella di Koeberg, trenta chilometri a nord di Cape Town. Un impianto antiquato eredità del periodo dell'apartheid.
"Abbiamo grossi depositi di uranio in Sudafica", spiega Gelb. "Questo elemento si trova spesso associato all'oro di cui il Paese è il secondo esportatore mondiale. Non avremmo quindi problemi di rifornimento, anche se la nostra capacità di arricchimento è limitata". Il problema vero è quello dei finanziamenti. Una centrale di terza generazione richiede un investimento di 50 miliardi di rand, circa cinque miliardi di euro. Una somma che Pretoria difficilmente può sborsare, specie se si parla di più impianti. "Questo è il vero problema", ha dichiarato Cornelis van der Waal, di Frost & Sullivan, società di consulenza energetica. "I soldi da qualche parte devono arrivare e sarà difficile trovarli". Di una cosa Gelb è certo: "Che siano i coreani, i cinesi o i francesi il Sud Africa stringerà accordi con i partner che proporranno pacchetti finanziari migliori".
Pretoria è sulla strada del nucleare e difficilmente si tirerà indietro. Non si tratta solo di energia ma anche di prestigio. Il Sudafrica aspira a mantenere il ruolo di leader continentale. Un ruolo che stati come il Ghana, la Nigeria e il Kenya stanno insidiando. L'atomo è la risposta, non solo per la crescita, ma anche per influenzare le politiche degli Stati vicini.
Tommaso Cinquemani