La nordirlandese Annetta Flanigan, il filippino Angelito Nayan e la kosovara
Shqipe Habibi, i tre operatori delle Nazioni Unite rapiti in Afghanistan lo scorso
28 ottobre, sono in mano a una formazione talebana che si chiama Jaish-ul-Muslimeen (Esercito dei musulmani).
Il Jaish-ul-Muslimeen. I quotidiani e le agenzie di stampa internazionali hanno descritto questo gruppo
come una fazione talebana radicale nata lo scorso anno da una scissione avvenuta
all’interno del movimento del mullah Omar. Una spaccatura provocata da forti dissensi
tra i comandanti talebani riguardo alla necessità o meno di intensificare la resistenza
contro le truppe d’occupazione straniere.
I leader del Jaish-ul-Muslimeen, che sosteneva questa necessità, sono indicati nelle persone del mullah Syed
Mohammad Akbar Agha, quarantacinquenne comandante talebano originario di Kandahar,
e il mullah Sabir Momin, vicecomandante della resistenza talebana per l’Afghanistan
meridionale.
Nelle loro ultime dichiarazioni, fatte via telefono alle maggiori agenzie stampa
mondiali, Agha e Momin hanno affermato che lo scopo del loro gruppo, pur non riconoscendo
la leadership del mullah Omar, “non è quello di indebolire la jihad, ma di rafforzarla”.
L’inchiesta di Shahzad. Su questo gruppo, però, ci sono molte altre cose da dire, che invece nessuno
in questi giorni ha evidenziato.
Una delle persone più informate a riguardo è senza dubbio Syed Saleem Shahzad,
giornalista pachistano di Karachi che scrive per
Asia Times Online, un prestigioso sito d’approfondimento informativo con base a Hong Kong che
ha oltre 70 mila lettori al giorno e corrispondenti in tredici paesi asiatici,
oltre che in Europa e negli Stati Uniti.
Syed Saleem Shahzad, esperto di questioni afgane, pachistane e talebane che il
giorno dopo le stragi dell’11 settembre già tracciava con precisione responsabilità
e retroscena, ha svolto un’approfondita inchiesta sul movimento di resistenza
talebano frequentando le roccaforti pachistane del movimento, soprattutto le madrasa
della zona di Chaman e Quetta, e gli informatissimi ambienti dei servizi segreti
pachistani dell’Isi, che lo hanno spesso minacciato per le sue imbarazzanti rivelazioni.
Divide et impera. Secondo le sue le sue fonti e le testimonianze da lui raccolte, nella primavera
del 2003 l’intelligence americana decise di adottare una spregiudicata tattica
per neutralizzare la resistenza talebana e per preparare il terreno all’ingresso
dei talebani ‘moderati’ nel futuro governo di Hamid Karzai.
Si trattava in pratica dell’antica tattica del divide et impera. Il programma era quello di spaccare il fronte talebano, isolare le figure più
impresentabili (come il mullah Omar) e creare un movimento fantoccio guidato da
esponenti talebani di secondo piano, capaci però (con i dollari e le promesse
di un posto nel futuro governo) di guadagnare consenso tra i pashtun e pronti,
al momento opportuno, ad abbandonare la resistenza armata in cambio del loro ingresso
nell’esecutivo di Kabul che si sarebbe formato dopo l’elezione di Hamid Karzai.
L'incontro di Quetta. “Il Jaish-ul-Muslimeen – spiega Shahzad raggiunto telefonicamente a Karachi, in Pakistan – è stato
creato allo scopo di sottrarre ai talebani del mullah Omar il controllo di un
numero di comandanti, signori della guerra e capi tribù pashtun del sud e dell’est
del paese che fosse sufficiente per dichiarare successivamente una tregua con
Karzai e gli americani e l’ingresso dei ‘buoni’ talebani al governo. Questo progetto
– spiega il giornalista pachistano – è stato concordato dagli Stati Uniti e dal
Pakistan in occasione di un primo incontro avvenuto nel mio paese nel giugno 2003 nella
base aerea pachistana di Samungli, nei pressi di Quetta. Incontro cui parteciparono
alcuni comandanti talebani che poi, tre mesi dopo, a settembre, avrebbero dato
vita alla nuova fazione talebana che rinnegava la leadership del mullah Omar”.
Talebani di secondo piano. “Secondo i miei informatori – continua Shahzad – a quell’incontro erano presenti agenti
della Cia e dell’Fbi, agenti dell’Isi pachistana (i servizi segreti) e, in rappresentanza
dei talebani, il mullah Syed Mohammad Akbar Agha e l’ex ministro degli Interni del
regime talebano, mullah Abdul Razzak, che sarebbe stato il primo contatto dell’Fbi
in funzione anti-Omar”.
“Maulana Yusuf, direttore del famosa madrasa pachistana di Chaman, Jamia-tul-Islamia, mi disse che però, alla fine di quell’incontro, il mullah Razzak si rifiutò
di stare al gioco degli americani, abbandonando il progetto. Secondo Yusuf, nessun
esponente della vecchia guardia talebana aderì a questo movimento a parte Akbar
Agha, figlio dell’anziano Maulana Abdul Ghani, recentemente accusato da Karzai
di essere tra i maggior ispiratori della resistenza anti-americana”.
Il debutto del movimento. “Nel settembre 2003 – racconta ancora Shahzad – Akbar Agha ufficializzò nella
città pachistana di Peshawar la nascita del Jaish-ul-Muslimeen e nel suo primo annuncio alla stampa chiamò gli afgani alla jihad contro ‘gli infedeli invasori americani’ criticando però la tendenza ‘accentratrice’
del mullah Omar. Un nuovo volto dei talebani era nato”.
“Questo nuovo gruppo, che successivamente si presentò anche con il nome di Taliban Jamiat Jaish-e-Muslimeen (Esercito islamico della società talebana), riuscì a guadagnare un crescente
consenso tra i papaveri talebani più critici verso il mullah Omar. Il colpo grosso
lo fecero con il mullah Sabir Momin, cui Omar aveva appena affidato il coordinamento
della resistenza nel sud dell’Afghanistan. Il movimento di Agha mise radici soprattutto
nelle province di Zabul e Helmand, iniziando a presentarsi come l’unica vera resistenza
talebana, l’unico vero movimento di liberazione dell’Afghanistan dall’occupante
americano. Non si sa con quale coraggio – si domanda Shahzad – visto che dietro
di loro ci sono proprio gli americani e i loro soldi”.
Il sequestro del 28 ottobre. “Sono convinto che il sequestro dei tre operatori Onu, compiuta proprio mentre
Karzai sta formando il suo nuovo governo (cui i pashtun si aspettano di veder
partecipare rappresentanti talebani), non sia altro che una manovra volta alla
liberazione (altrimenti ingiustificabile) di un certo numero di ‘buoni talebani’,
che forse sono gli stessi 26 della lista fornita dai sequestratori. L’ennesimo
passo, insomma, sulla strada della riabilitazione e della cooptazione politica
di quei talebani necessari per garantire a Karzai il sostegno della maggioranza
pashtun. Non posso dire che la Cia sia direttamente coinvolta in questa particolare
operazione. Non ho elementi per affermare una cosa così grave”, ammette Shahzad.
“Ma le informazioni da me raccolte in questi ultimi due anni mi consentono di
dire che tutto questo fa sicuramente parte di un grande e spregiudicato gioco
politico che l’intelligenze Usa ha iniziato un anno e mezzo fa con la creazione
del
Jaish-ul-Muslimeen”.
Blowback. Spesso accade che le creature partorite dall’intelligence americana si trasformino
da docili e fedeli strumenti di giochi politici a incontrollabili e pericolosi
frankenstein che, drogati dai dollari e dalla sete di potere, si rivoltano contro
i propri creatori. Accade così spesso che alla Cia hanno coniato un termine per
definire questi casi: blowback (rinculo).