PeaceReporter sta provando, voce isolata, a raccontare quello che accade in Afghanistan,
dove la Nato, quella buona secondo il nostro ministro degli esteri, sta bombardando
i villaggi del sud, facendo ogni giorno una strage di civili inermi.
I rapporti delle missioni aeree parlano sempre di talebani uccisi, talebani colpiti,
assembramenti di truppe nemiche.
Questo permette ai giornali, e ai politici di conseguenza, di distinguere tra
due missioni: quella cattiva, Enduring freedom, a cui partecipano gli Usa, la Gran Bretagnia e altri alleati minori e quella
Isaf, a cui partecipa anche l'Italia, e che ci viene spacciata per una missione
di pace.
Venerdì abbiamo pubblicato le
fotografie, terribili, dei feriti di un raid della
Nato di cui quasi nessuno ha dato notizia. Un raid in cui, secondo le testimonianze
locali, la Nato avrebbe provocato tra le trecento e le cinquecento vittime, tra morti e feriti.
Oggi pubblichiamo questa testimonianza. A parlare è Abdullah, attraverso il racconto
di un ortopedico di Emergency, Danilo Ghirelli, che lo ha incontrato nell'ospedale
di Lashkargah.
Eccolo dunque, il pericoloso capo talebano colpito dalle bombe della nostra
Nato.
Stamattina il giovane
Abdullah, 12 anni portati bene, è in vena di confidenze e dopo la
parte ufficiale della visita medica mattutina al ward “A” che dai
sorrisi e gli sbadigli dello staff nazionale e internazionale si
intuisce abbia trovato il ragazzino in buone condizioni, per la prima
volta racconta la sua storia.
Seduto sulla carrozzina con uno scialle
bianco sulle spalle inizia a parlare come se fosse l’insegnante
della madrassa, accompagnando le parole con gesti misurati e
una mimica che non gli avevo mai visto durante i giorni duri delle
medicazioni delle tante ferite e del tempo passato a guardare il
soffitto della camerata.
La audience ammutolisce si commuove
e si diverte ad ascoltare il pischello che con parole da adulto fa la
cronaca di un giorno iniziato come tanti altri e finito con il
bilancio di due fratelli uccisi e una gamba in meno.
Racconta di un
campo di granturco che quella mattina stava irrigando insieme ai due
fratelli un po’ più grandi di lui.
Gli chiedo se le piante erano
ancora piccole e lui con lo sguardo interroga gli altri ascoltatori,
interdetto da una domanda così stupida. Mi risponde che le sue
piante sono più alte di me, con l’aria fiera di un vecchio
contadino e la compassione verso un dichiarato incompetente. Aveva
quasi finito il suo lavoro.
Un rumore prima lontano e poi più
distinto e familiare lo aveva fatto sobbalzare. Mentre il tuono degli
aerei si avvicinava, ha guardato il cielo blu fra le foglie e le
pannocchie verdi. Nell’istante successivo, il boato delle bombe e
il dolore della sua gamba massacrata si fondevano in una cosa sola.
Adesso, a quel ricordo, si ferma e guarda nel vuoto.
Vorremmo sapere se
ha visto i suoi fratelli in quei momenti. Senza piangere e con l’aria
di non volerne parlare mi risponde di no. Solo il giorno dopo aveva saputo
da suo padre che erano morti sotto le bombe.
Abdullah si aggiusta lo scialle e
capiamo che vuole essere lasciato solo.