03/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una bomba che esplode in una città europea si chiama terrorismo: una che detona in un villaggio afgano si chiama errore
I testimoni oculari raccontano ad Al Jazeera che il bombardamento di cui si è parlato stamattina, avvenuto in realtà ieri alle tre del pomeriggio afgano, non ha colpito una "riunione di talebani", come ha detto la Nato, ma ha raso al suolo un mercato nel villaggio di Shah Ebrahem, vicino a Baghran, nell'Helmand settentrionale, causando moltissime vittime civili. Si parla addirittura di 200 morti. Le nostre fonti afgane confermano che i morti sono tantissimi. Ma la Nato ci spiega che nel raid è morto un importante talebano. Forse per i ministri degli esteri della civile Europa un nemico morto vale 200 civili ammazzati sotto le bombe? E' questa la missione dei buoni, la missione Isaf, che viene contrapposta dal nostro ministro degli Esteri a quella cattiva degli Stati Uniti, la missione Enduring Freedom?
Siamo proprio certi che il defunto e orrendo Mullah Dadullah ci farebbe ancora più orrore di un nostro rappresentante di governo, se vedessimo con i nostri occhi i corpi maciullati di 200 tra donne uomini e bambini, colpiti dalle nostre piccole bombe?
Su che base logica o lessicale una bomba che esplode in una città europea facendo decine e decine di vittime civili si chiama terrorismo, mentre una che detona in un mercato del giovedì in un villaggio afgano si chiama deprecabile errore? Qualcuno crede ancora al fatto che non sia nei piani strategici (criminali), nelle intenzioni (criminali), e nella volontà (criminale) dei comandanti militari occidentali e dei loro mandanti politici l'ammazzare ogni giorno svariate decine di civili inermi? Se qualcuno lo crede è stolto. Ma se per caso fosse vero, molto più stolti sarebbero i nostri rappresentanti di governo a non destituire immediatamente i comandanti militari che ogni giorno compiono tali errori.
Ma siccome alla fola dell'effetto collaterale, dello sbaglio, dell'incidente oramai non si può più credere, è venuto il momento di chiamare le cose con il loro nome: terrorismo, azioni criminali. Altro che esportazione della democrazia. Altro che "guerra umanitaria". Terrorismo, azioni criminali: questo è quello che stiamo facendo in Afghanistan, in Iraq, nei teatri di guerra dove le truppe occidentali sono impegnate.
Ma quando anche un tribunale (penale internazionale o divino per chi ci crede) giudicherà i reati di sangue di cui ci stiamo macchiando (perché l'indifferenza e l'omertà sono complici del terrorismo) sarà tardi per chiedere scusa alle migliaia di persone che abbiamo, nel nome della giustizia e di dio, massacrato in questi primi e sanguinosi anni del nuovo millennio.

Maso Notarianni

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