Una mostra d'arte di giovani palestinesi. Per comunicare e per capire
scritto per noi da
Augusta De Piero*
1.puntata In questi ultimi tempi i mezzi di comunicazione sono stati invasi dalla voglia
preoccupante di assoluto. I funerali del papa (lo tsunami mistico, li ha spiritosamente
definiti un amico) sembrano aver offerto al dibattito politico un utile alibi
per allontanare l’attenzione dai tanti, troppi problemi irrisolti, che lo scorrere
del tempo sembra rendere irresolubili, ma continuano a tormentare ogni giorno
interi popoli.
Così, lasciando perdere slogan e dichiarazioni di principio, provo a seguire
i miei giovani amici palestinesi che stanno realizzando un programma dal titolo
solleticante:
Art Installation: Advocacy Tool for Youth Concerns. Il programma, sostenuto da
Tamkeen, una agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, è iniziato nel mesi
di maggio 2004 e si concluderà il prossimo mese di giugno.
Dicono gli operatori: “Lavorando con i giovani, specialmente con i giovani delle
aree rurali e dei campi di rifugiati, il progetto si rivolge ad un settore della
società palestinese tanto importante quanto trascurato e nello stesso tempo si
occupa della futura classe dirigente di questo Paese”.
Tutti insieme, con scorta abbondante di bibite e dolcetti, arriviamo a Dar Salah,
un villaggio dell’area rurale ad est di Betlemme, dove la presenza musulmana assolutamente
maggioritaria è manifesta nei veli che coprono i capelli di quasi tutte le ragazze.

Il progetto ha coinvolto 15 ragazze della scuola locale (governativa e femminile),
che, sostenute da un’insegnante di discipline artistiche appositamente assunta,
hanno saputo dire di sé e della propria vita, attraverso diverse espressioni artistiche,
facendo uso dei mezzi mediatici più vari (anche l’educazione all’uso degli strumenti
di espressione tradizionali e informatici fa parte del progetto). All’ingresso
della scuola –che ospita circa 500 allieve distribuite in 12 classi - è stato
dipinto un murale che rappresenta il sogno: la cupola d’oro di Gerusalemme, Al-Quds,
la santa, che certamente la maggioranza di queste ragazze non ha mai visto. Vivere
a pochi chilometri dalla città non è un motivo valido per avere il permesso di
visitarla. E’ una situazione che mi dà un sottile turbamento ogni volta che il
mio “privilegio” di straniera mi consente di passare l’odioso check-point. Attraverso
le immagini che guardiamo emergono i problemi più vari che le protagoniste ci
illustrano – abbigliate con le bellissime tuniche ricamate, proprie della tradizione
locale, ma di sotto spuntano dei jeans - esprimendosi spesso in un discreto inglese.
La mostra si snoda lungo il percorso delle aule, disposte su tre lati di un grande
quadrato; al centro uno spazio aperto verso i colli del deserto, ormai invasi
dalle abitazioni che l’intensità crescente della popolazione impone. Nella prima
stanza una ragazzina chiarisce subito che gli orologi di varie fogge e grandezze
penzolanti dal soffitto segnano tutti ore diverse, indicano l’affanno della giornata
dello studente.
Poco più in là ci viene aperta una tenda nera che contiene, appeso come un impiccato,
un abito da sposa bianco, di foggia occidentale, mentre sul pavimento giacciono
alcuni bambolotti.
Non sono immagini di gioia, ma di dolorosa preoccupazione ed esprimono efficacemente
uno degli incubi del futuro: i matrimoni precoci. Le ragazze ne parleranno nel
dibattito finale, interpellate da compagne e compagni per nulla inibiti dalla
presenza di autorità (c’è anche un rappresentante del ministero dell’educazione
dell’Autorità Palestinese) che dimostrano di aver capito il senso dell’iniziativa
muovendosi con apprezzabile discrezione.

Il riferimento ai matrimoni precoci (purtroppo ancora diffusi) è il primo segnale
dall’attenzione di queste ragazze all’ambiente che le circonda: per descriverlo
si fanno autoironiche, esibendo, sotto il titolo “ambiente”, bidoni e cassonetti,
traboccanti spazzatura (che, purtroppo, rappresentano la realtà), e infine si
rivelano ferocemente critiche nella proposta del charity box che appare ad un
angolo del muro. Potrebbe sembrare la cassetta per la raccolta di denaro a sostegno
delle spese sostenute, se un tubo di scarico, che compare al di sotto e si muove
oltre l’angolo del muro, non ci introducesse nella tasca della giacca nera di
un pupazzo, rappresentante un arcigno signore. Per curiosa coincidenza, sull’ultimo
numero di
This Week in Palestine, c’è un articolo di forte critica alla politica degli aiuti umanitari.
Questa è una pubblicazione mensile che, presentando informazioni utili al turista,
offre un’immagine della vita culturale nei Territori Occupati e propone anche
alcuni articoli che, pur nella loro stringatezza, consentono di capire molto di
più di quanto i media italiani normalmente illustrino.
Il culmine e il senso profondo dell’esibizione nella scuola si manifesta quando
raggiungiamo una ragazza che si trova al centro di una cornice metallica, intersecata
dai fili di una rete che può richiamare una ragnatela: il titolo è “I miei problemi”.
Il dialogo con la protagonista ci chiarirà che sono i problemi personali, tipici
dell’adolescenza, irrimediabilmente connessi a quelli economici, politici, sociali
che in Palestina si esprimono con quotidiana, ossessiva drammaticità.
Sarà molto interessante vedere la sintesi delle dieci esperienze in atto e in
questo senso è in preparazione un filmato che sarà presentato in maggio.
Comunque, se non ci sarà una risposta onesta e coraggiosa nella politica internazionale
lo sforzo, anche della più responsabile progettualità, resterà inutile e sarà
una tragica indicazione per un futuro non di pace.