
“Uniamo le nostre voci per spezzare il silenzio delle impunità”. E’ con queste
parole che la rete internazionale di solidarietà alle comunità di pace colombiane
ha lanciato la giornata europea a sostegno di San Josè de Apartadó, per non dimenticare
il massacro avvenuto il 21 febbraio scorso, per mano della Brigata 17 dell’esercito
regolamentare della Repubblica colombiana.
A sette mesi esatti, da Roma a Londra, passando per Vienna, Berlino, Madrid e
Lisbona, a decine si riuniranno davanti alle ambasciate della Colombia, “con cartelli,
musica e creatività in modo da portare in piazza i volti, le immagini, le voci
dei martiri” della violenza impietosa rimasta a tutt'oggi impunita. Sarà il momento
per ricordare la scelta di tutte quelle comunità contadine che in un Paese martoriato
da oltre 40 anni di guerra hanno scelto la neutralità, la non violenza, come unica
maniera per sopravvivere. E nonostante queste vengono ammazzate, martoriate, perseguitate.
“La società civile europea manifesta a sette mesi dal massacro in cui sono state
uccise e fatte a pezzi 8 persone, fra le quali 4 bambini e il leader della comunità
– spiega una delle anime della rete di solidarietà alla comunità di pace, Carla
Mariani, di Narni Città di Pace – Manifesteremo per ricordare che ancora oggi
non è stata data nessuna risposta alle innumerevoli richieste di far luce sulla
tragico evento. Anche in questo caso, come nella totalità dei precedenti omicidi,
massacri, violazioni dei diritti umani, l’impunità continua a essere una triste
costante”.
Ma cosa successe quel 21 febbraio? “L’esercito ha assassinato Luis Eduardo Guerra, 35 anni, leader della Comunità
di Pace di San José de Apartado e membro del consiglio interno della stessa comunità.
Ha ucciso anche la sua compagna, Bellanira Areiza Guzman Areiza, 17 anni, alla
quale si era unito solo pochi giorni fa; suo figlio Deiner Andrés Guerra, 11 anni,
che già era stato ferito l’11 agosto del 2004 da una granata lasciata dall’esercito;
Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano, 30 anni, leader di Mulatos e membro del consiglio
di Pace della zona umanitaria di Mulatos; la sua compagna, Sandra Milena Muñoz
Pozo, 24 anni, e i suoi figli Santiago Tuberquia Muñoz di 2 anni e Natalia Andrea
Tuberquia Muñoz di 6 anni”. E’ con queste parole che la
Comunidad de paz san José de Apartadó annunciò quella tragedia.
Luis Eduardo Guerra è stato tra i fondatori della
comunidad, era un riferimento, uno degli ultimi rimasti vivi. Pian piano, a uno a uno,
infatti, tutte le figure simbolo di quello che San José rappresenta sono state
uccise. Lentamente e con pazienza l’esercito e i paramilitari hanno mirato e colpito.
Guerra era stato più volte minacciato prima di quel 21 febbraio, tanto che fu
persino costretto a trasferirsi a Bogotà. Poi intervenne la Corte Interamericana
dei Diritti Umani, l'organismo ufficiale del continente americano che esprime
raccomandazioni ai governi sui diritti umani, e richiese a Uribe le “
medidas cautelares y provisionales”, ossia delle misure speciali di protezione per San José. Luis Guerra tornò
a casa. E fu ucciso. Sì perché, in verità, nessuna di quelle
medidas è mai stata rispettata. Mai.
E così gli amici di sempre lo hanno dovuto letteralmente raccogliere, pezzo per
pezzo, dalla fossa in cui lo avevano gettato assieme alla sua famiglia. Nemmeno
i bambini sono stati risparmiati da un simile scempio. Sono stati gli stessi campesinos a raccontare l’orrore del ritrovamento della testa del piccolo figlio Deiner,
le membra di Santiago, i brandelli della piccola Natalia; a spiegare che dai segni
rinvenuti sulle parti di cadavere, è evidente che Guerra è stato sicuramente torturato
prima di essere ammazzato. Con le lacrime agli occhi, i suoi compagni hanno raccontato
alle telecamere del programma Contravía come i soldati, arrivati sul luogo del ritrovamento dei corpi, fingessero di
inciampare sui resti sparpagliati, approfittando per prenderli a calci, per saltarci
sopra. “Abbiamo più volte implorato che stessero attenti, che rispettassero almeno
la morte. Ma quelli ridevano e ridevano”, ha spiegato una giovane donna che ha
partecipato alla ricerca dei corpi.
Senza pace per la pace. E, da quel momento, per le famiglie di San José, non c’è mai più stato un momento
di serenità. È la necessità di giustizia a farla da padrone, è la smania di vedere
i colpevoli dietro le sbarre ad alimentare la loro voglia di denunciare tutte
le atrocità subite, ormai da troppo tempo. In aprile, sono stati perfino costretti
a sfollare. Dal 30 marzo, infatti, la polizia ha cominciato a entrare nel piccolo
villaggio con un seguito di psicologi, sociologi, persone che distribuivano volantini
in cui si proponeva di collaborare con la polizia. Il tutto motivato dalla filosofia
politica del presidente della Repubblica Alvaro Uribe, secondo il quale “nelle
società democratiche non esiste la neutralità dei cittadini di fronte al crimine.
Non c’è nessuna distinzione tra poliziotti e cittadini”. Quindi per loro nessun
altra scelta: il 1° aprile è iniziato l’esodo. Un esodo che li vede in continuo
movimento, senza pace per la pace.
Uno per tutti. Ma non sono soli.
Il massacro del 21 febbraio è arrivato anche sui banchi della Corte Penale Internazionale
come crimine di lesa umanità e atto di genocidio, su iniziativa di un gruppo di
parlamentari colombiani. Non solo. L'efferato crimine ha avuto una forte risonanza
internazionale grazie al lavoro di denuncia di vari mass media alternativi e di
cooperanti come
Cristiano Morsolin, redattore dell’Osservatorio Indipendente sulla Regione Andina
Selvas.org e collaboratore di PeaceReporter, il quale per aver osato infastidire i "signori
della guerra" con i suoi articoli sulla mobilitazione e sull'indignazione europea
e italiana in seguito al massacro, ha ricevuto a Bogotà pesanti minacce dai paramilitari.
E da oggi per loro si manifesta in tutta Europa, in una giornata che vuol simboleggiare
il primo passo concreto della rete di solidarietà internazionale che non si stancherà
di sostenerli nel denunciare le impunità e nel chiedere verità, giustizia e riparazione.