21/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sit-in europei per chiedere giustizia per il massacro di San Josè de Apartadó
bambino colombiano, triste. Foto di Jesús Abad Colorado“Uniamo le nostre voci per spezzare il silenzio delle impunità”. E’ con queste parole che la rete internazionale di solidarietà alle comunità di pace colombiane ha lanciato la giornata europea a sostegno di San Josè de Apartadó, per non dimenticare il massacro avvenuto il 21 febbraio scorso, per mano della Brigata 17 dell’esercito regolamentare della Repubblica colombiana.
A sette mesi esatti, da Roma a Londra, passando per Vienna, Berlino, Madrid e Lisbona, a decine si riuniranno davanti alle ambasciate della Colombia, “con cartelli, musica e creatività in modo da portare in piazza i volti, le immagini, le voci dei martiri” della violenza impietosa rimasta a tutt'oggi impunita. Sarà il momento per ricordare la scelta di tutte quelle comunità contadine che in un Paese martoriato da oltre 40 anni di guerra hanno scelto la neutralità, la non violenza, come unica maniera per sopravvivere. E nonostante queste vengono ammazzate, martoriate, perseguitate.
“La società civile europea manifesta a sette mesi dal massacro in cui sono state uccise e fatte a pezzi 8 persone, fra le quali 4 bambini e il leader della comunità – spiega una delle anime della rete di solidarietà alla comunità di pace, Carla Mariani, di Narni Città di Pace – Manifesteremo per ricordare che ancora oggi non è stata data nessuna risposta alle innumerevoli richieste di far luce sulla tragico evento. Anche in questo caso, come nella totalità dei precedenti omicidi, massacri, violazioni dei diritti umani, l’impunità continua a essere una triste costante”. 
 
un ragazzo piange su una tomba. Foto di Jesús Abad ColoradoMa cosa successe quel 21 febbraio? “L’esercito ha assassinato Luis Eduardo Guerra, 35 anni, leader della Comunità di Pace di San José de Apartado e membro del consiglio interno della stessa comunità. Ha ucciso anche la sua compagna, Bellanira Areiza Guzman Areiza, 17 anni, alla quale si era unito solo pochi giorni fa; suo figlio Deiner Andrés Guerra, 11 anni,  che già era stato ferito l’11 agosto del 2004 da una granata lasciata dall’esercito; Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano, 30 anni, leader di Mulatos e membro del consiglio di Pace della zona umanitaria di Mulatos; la sua compagna, Sandra Milena Muñoz Pozo, 24 anni, e i suoi figli Santiago Tuberquia Muñoz di 2 anni e Natalia Andrea Tuberquia Muñoz di 6 anni”. E’ con queste parole che la Comunidad de paz san José de Apartadó annunciò quella tragedia.
Luis Eduardo Guerra è stato tra i fondatori della comunidad, era un riferimento, uno degli ultimi rimasti vivi. Pian piano, a uno a uno, infatti, tutte le figure simbolo di quello che San José rappresenta sono state uccise. Lentamente e con pazienza l’esercito e i paramilitari hanno mirato e colpito. Guerra era stato più volte minacciato prima di quel 21 febbraio, tanto che fu persino costretto a trasferirsi a Bogotà. Poi intervenne la Corte Interamericana dei Diritti Umani, l'organismo ufficiale del continente americano che esprime raccomandazioni ai governi sui diritti umani, e richiese a Uribe le “medidas cautelares y provisionales”, ossia delle misure speciali di protezione per San José. Luis Guerra tornò a casa. E fu ucciso. Sì perché, in verità, nessuna di quelle medidas è mai stata rispettata. Mai.
E così gli amici di sempre lo hanno dovuto letteralmente raccogliere, pezzo per pezzo, dalla fossa in cui lo avevano gettato assieme alla sua famiglia. Nemmeno i bambini sono stati risparmiati da un simile scempio. Sono stati gli stessi campesinos a raccontare l’orrore del ritrovamento della testa del piccolo figlio Deiner, le membra di Santiago, i brandelli della piccola Natalia; a spiegare che dai segni rinvenuti sulle parti di cadavere, è evidente che Guerra è stato sicuramente torturato prima di essere ammazzato. Con le lacrime agli occhi, i suoi compagni hanno raccontato alle telecamere del programma Contravía come i soldati, arrivati sul luogo del ritrovamento dei corpi, fingessero di inciampare sui resti sparpagliati, approfittando per prenderli a calci, per saltarci sopra. “Abbiamo più volte implorato che stessero attenti, che rispettassero almeno la morte. Ma quelli ridevano e ridevano”, ha spiegato una giovane donna che ha partecipato alla ricerca dei corpi.
 
Donna contadina con fucile, di spalle, con fucile a tracolla. Foto di Jesús Abad ColoradoSenza pace per la pace. E, da quel momento, per le famiglie di San José, non c’è mai più stato un momento di serenità. È la necessità di giustizia a farla da padrone, è la smania di vedere i colpevoli dietro le sbarre ad alimentare la loro voglia di denunciare tutte le atrocità subite, ormai da troppo tempo. In aprile, sono stati perfino costretti a sfollare. Dal 30 marzo, infatti, la polizia ha cominciato a entrare nel piccolo villaggio con un seguito di psicologi, sociologi, persone che distribuivano volantini in cui si proponeva di collaborare con la polizia. Il tutto motivato dalla filosofia politica del presidente della Repubblica Alvaro Uribe, secondo il quale “nelle società democratiche non esiste la neutralità dei cittadini di fronte al crimine. Non c’è nessuna distinzione tra poliziotti e cittadini”. Quindi per loro nessun altra scelta: il 1° aprile è iniziato l’esodo. Un esodo che li vede in continuo movimento, senza pace per la pace.
 
Bambina piange al passaggio di un militare con pistola in pugno. Foto di Jesús Abad ColoradoUno per tutti. Ma non sono soli. Il massacro del 21 febbraio è arrivato anche sui banchi della Corte Penale Internazionale come crimine di lesa umanità e atto di genocidio, su iniziativa di un gruppo di parlamentari colombiani. Non solo. L'efferato crimine ha avuto una forte risonanza internazionale grazie al lavoro di denuncia di vari mass media alternativi e di cooperanti come  Cristiano Morsolin, redattore dell’Osservatorio Indipendente sulla Regione Andina Selvas.org e collaboratore di PeaceReporter, il quale per aver osato infastidire i "signori della guerra" con i suoi articoli sulla mobilitazione e sull'indignazione europea e italiana in seguito al massacro, ha ricevuto a Bogotà pesanti minacce dai paramilitari.
E da oggi per loro si manifesta in tutta Europa, in una giornata che vuol simboleggiare il primo passo concreto della rete di solidarietà internazionale che non si stancherà di sostenerli nel denunciare le impunità e nel chiedere verità, giustizia e riparazione.

Stella Spinelli

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