Nuovi fatti di sangue in Colombia minano la credibilità delle trattative di pace con gli attori armati

Colombia, la guerra
continua. Morti e sfollati continuano a essere gli attori principali della
storia di violenza infinita che caratterizza il Paese Sudamericano da decenni.
Nonostante il presidente della repubblica, Alvaro Uribe, faccia di tutto per
vendere all’estero un’immagine pulita di uno Stato in via di stabilizzazione,
la realtà parla un’altra lingua. E gli ultimi episodi lo testimoniano.
Il fatto. Domenica 14 agosto, nel cuore della regione Norte
de Santander, nel nord est colombiano, al confine con il Venezuela, sono state
ammazzate quattro persone: due sacerdoti cattolici, Vicente Rozo e Ramón Emilio
Mora, e due uomini che lavoravano alla costruzione della locale stazione di
polizia, Miguel Carrascal e Edgar Vergel. Tutti a bordo della stessa auto.
Erano le 11.30 della mattina, in pieno giorno. A quanto pare un gruppo armato
non ancora ufficialmente identificato ha sparato dalla folta vegetazione ai
lati della strada che conduce al piccolo paese di Teorema, distante circa venti
chilometri da El Diviso, il luogo dell’agguato. La versione del comando di
polizia della zona parla di un attacco delle Farc, compiuto come rappresaglia
contro chiunque stia lavorando alla messa in opera della caserma.
Ci sono però due versioni
dell’accaduto, entrambe riportate da monsignor Fabián Marulanda, segretario
generale della Conferenza episcopale colombiana, che nel condannare fermamente
l’accaduto ha precisato: “Qualcuno dice che l’attacco fosse destinato a un
sospetto veicolo di paramilitari e che quindi l’uccisione dei due preti sia un
gravissimo sbaglio; qualcun altro invece che si tratti di un vero e proprio
agguato ai due religiosi, attirati nella zona dalla proposta di un dialogo coi
guerriglieri”.
Normale routine. Purtroppo questa vicenda, ancora tutta da
chiarire, si inserisce in una lunga lista che ogni giorno cresce. Da una parte
all’altra dello schieramento i morti ammazzati si moltiplicano. La nuda cronaca
della settimana scorsa dice tutto: il 7, una bicicletta carica di esplosivo
è saltata in aria
davanti alla cattedrale di Arauca, capoluogo del dipartimento che porta lo
stesso nome: sei
i feriti. Si
tratta di quattro passanti e due poliziotti La bici-bomba
è stata parcheggiata in pieno centro della città, nel parco Simon Bolivar, a
poca distanza dalla cattedrale di Santa Barbara. Il comandante della polizia ha
indicato che simili attentati vengono in generale organizzati dai guerriglieri
delll'Eln o delle Farc. Il 9, invece, alcuni
scontri
tra guerriglieri dell'Esercito di liberazione nazionale
(Eln) e paramilitari delle Autodifese unite della
Colombia (Auc) scoppiati nel settore Madre Seca (dipartimento
colombiano di Antioquia) hanno causato sette morti e
tre feriti. E
la settimana precedente non è andata diversamente: il primo agosto, nella
zona meridionale di Putumayoil, gravissimi
scontri fra le Farc e l'esercito regolare colombiano hanno causato la morte di
2 campesinos che
facevano parte di un gruppo di una trentina di civili in fuga dagli scontri. Altri
11 sarebbero dispersi. Il 2
all’indomani della possibile
apertura del dialogo fra Farc e Governo, un
ordigno è esploso al passaggio di un convoglio dell'esercito
regolare colombiano, sulle montagne della Sierra Nevada, nella provincia di
Cesar, causando la morte di 14
militari e il ferimento di almeno altri 15. Dalle prime
informazioni pare che l’attentato sia da attribuire al gruppo rivoluzionario
delle Farc.
Quale pace? Si può parlare di un Paese in via di
pacificazione dunque? Eppure il presidente lo va facendo da quando è salito al
governo, sia sventolando il Plan Patriota sia lodando l’accordo di
smobilitazione stretto coi paramilitari. A smentirlo si vanno rincorrendo da
anni voci di cooperanti, difensori di diritti umani, accompagnatori
internazionali, che ogni giorno toccano con mano le vittime della guerra in
Colombia. Tutte grida inascoltate, soffocate dalla totale indifferenza. Ma
adesso è sceso in campo Human Rights Watch, uno degli osservatori più
autorevoli sui diritti umani nel mondo. Hrw ha denunciato senza mezzi
termini che il fiore all’occhiello del presidente non è che una farsa, un mero
trucco per lavare i panni sporchi dei paramilitari colpevoli di vere e
proprie stragi di civili. Sono quasi seimila coloro che finora hanno
partecipato alla smobilitazione collettiva iniziata nel 2003, eppure fino ad
aprile del 2005 soltanto 25 sono stati detenuti per le migliaia di atrocità
commesse.
Un rapporto di 64 pagine, dal titolo: “L’apparenza
inganna”, riporta una serie di interviste a paramilitari smobilitati, dalle
quali emerge come questo processo non stia contribuendo a costruire la pace,
bensì stia lavando la fedina penale di assassini impuniti che ricominceranno a
combattere, a uccidere, a fare la guerra, questa volta legalmente.
Lavare i panni sporchi
in famiglia. “E’ una farsa. È un
modo per far tacere il sistema e voltarsi dall’altra parte, ricominciando
dall’altro lato”, ha affermato a Hrw un paramilitare dopo aver partecipato alla
cerimonia pubblica di rinuncia alle armi e a quella divisa mimetica con banda
nera che tanta violenza ha seminato. Com’è documentato nella relazione, inoltre
“nessuno dei paramilitari ‘pentiti’ sta confessando o restituendo la quantità
dei beni estorti, né rivelando informazioni importanti sulle reti criminali e
le
fonti di finanziamento su cui si basano i gruppi paramilitari. Né tanto meno
stanno rispettando il cessate il fuoco teoricamente imposto dall’accordo. Al
contrario, risale a solo due settimane fa l’ultimo massacro a firma
paramilitare che ha visto l’assassinio di 29 contadini della zona rurale di
SanMiguel, nel Putumayo, regione a sud della Colombia, al confine con
l’Ecuador. Si tratta di un’area molto ben controllata dai guerriglieri, tanto
che le Farc vi hanno imposto un blocco armato, isolandola dal resto del Paese.
La mancanza di viveri e la distruzione di fonti di energia elettrica stanno
poi creando una vera e propria crisi umanitaria, resa ancor più grave dagli
scontri fra le parti rivali, che sempre di più travolgono civili innocenti e
inermi. Sono centinaia le famiglie contadine sfollate, in fuga dalla violenza,
in cammino per cercare di sopravvivere.
Garanzie e condizioni. E il processo di distensione con le Farc?
In pausa. I guerriglieri di sinistra, che continuano intanto a mettere a segno
i loro attacchi a obiettivi militari, uccidendo a destra e a manca, hanno
accettato la proposta fatta dai familiari degli ostaggi da anni nelle loro
mani, accettando di scambiarli in cambio della liberazione dei loro compagni
dalle carceri governative. Proposta alla quale ha detto sì anche Uribe. Unica
condizione, imposta dalle Farc: che lo scambio avvenga in un territorio
smilitarizzato, quindi totalmente neutrale. Per questo, in un documento datato
14 agosto e scritto dalle Montagne della Colombia, il segretariato dello Stato
maggiore centrale delle Forze armate rivoluzionarie chiede alle famiglie
impegnate nella promozione di questo “scambio umanitario” di suggerire al
governo l’area compresa fra i municipi di Florida e Pradera, che dovrà essere
resa
neutrale e sicura per trenta giorni. Con questa dichiarazione, dunque, le Farc
rifiutano il territorio suggerito in un primo momento, vale a dire il municipio
di Calcedonia, adducendo ragioni militari. “Sempre e senza eccezioni – dicono
–
e nonostante l’accompagnamento internazionale, gli avvicinamenti fra le Farc e
i differenti governi sono stati oggetto di provocazioni militari che oggi più
che mai dobbiamo evitare, dato che potrebbero complicare definitivamente
qualsiasi possibilità”. Quindi hanno concluso: “Siamo i più interessati a
precisare i termini e materializzare lo scambio, ma con piene garanzie”.
Non resta che attendere la risposta del governo.