
Ha venti anni Mèlanie, e da quasi quattro non vede sua madre,
Ingrid Betancourt,
rapita dalle Forze
armate rivoluzionarie della Colombia il 23 febbraio 2002, mentre si trovava a
Vicente del Caguan, 740 chilometri a sud di Bogotá.
Persona non gradita. Ingrid Bétancourt, candidata ecologista alle
presidenziali, senatrice eletta a furor di popolo nel 99 e da allora bandiera
della lotta alla corruzione e speranza di cambiamento per la Colombia, era da
troppo tempo un personaggio scomodo per tutte le parti in guerra, dai
paramilitari ai guerriglieri. Ma le Farc sono arrivate prima. Giusto un attimo
prima che i sicarios ingaggiati dai paramilitari vicini al governo la
uccidessero. Per i guerriglieri, invece, la Betancourt era un personaggio da usare
come merce di scambio ‘umanitario’: la popolare senatrice in cambio di qualche
capo guerrigliero incarcerato. E da allora è prigioniera della selva, strappata
ai suoi figli e alla sua vita. Di lei si sa solo che sta bene, grazie a due
prove video consegnate dai carcerieri. Niente più.
Ingrid è lontana, ma
non è sola. La sua famiglia sta
lottando dal primo giorno. Lotta contro il governo colombiano, contro i
paramilitari che si intromettono nei tentativi di mediazione, contro i
guerriglieri e contro la colpevole indifferenza internazionale. E lo fa
raccontando in giro per il mondo la storia di quella donna tanto coraggiosa e
innamorata del suo bel Paese da sfidare minacce e intimidazioni pur di far
qualcosa di concreto per cambiarlo.
Innocenza spezzata. Incontriamo Mèlanie nella hall di un albergo di
Milano. Ha un volto dolce, delicato. La fotocopia della madre. Capelli raccolti
in una crocchia, sguardo deciso, tono di voce pacata, idee chiare. Comincia a
parlare. “Come immagino la giornata di mia mamma? Difficile e dura. Non è mai
da sola. Uomini armati la sorvegliano, giorno e notte. La prigione non è mai la stessa. Si spostano continuamente da
un accampamento all’altro. Hanno paura di essere attaccati. Sono sempre in fuga
dai militari e dai paramilitari. E quindi camminano e camminano, per ore, ogni
giorno. Come lo so? Dai racconti dei sequestrati rilasciati. So che i pericoli,
nella giungla, la rincorrono. Ovunque vada. E non parlo soltanto dei fucili: ci
sono tante malattie laggiù. Tanti sequestrati sono morti per questo”.
Una non vita. “Mia madre non sta vivendo. Sopravvive. Quella
non è vita. So che lei è forte, ma dopo tre anni e otto mesi, non so come potrà
andare avanti. Le stanno rubando il tempo. E mai lo riavrà indietro. Nemmeno
noi. Mio fratello Lorenzo era un bambino quando l’hanno portata via. Aveva 13
anni. Lo ha lasciato piccolo e lo ritroverà uomo, quando tornerà”. Parla da
donna, Mèlanie, senza piangersi addosso. Parla per gli altri: per la madre, per
la nonna, per il fratello. Racconta la loro sofferenza, la loro angoscia, senza
pensare a sé, a quella ragazzina sedicenne che era, a quell’adolescente
costretta a crescere troppo in fretta e a essere forte per il bene di tutti.
“So che lei tornerà”, ripete continuamente.
Un passo fra i
ricordi. “Quel maledetto giorno
abbiamo ricevuto una chiamata da mia zia. Era sabato. Ho risposto io al
telefono. Era molto agitata. Voleva parlare con mio padre. Io ho pensato subito
al mio nonno materno, che già stava male. Poi, invece, dalle mezze parole del
babbo ho capito che si trattava di mia mamma: l’avevano rapita. Era il 23
febbraio 2002.
In quel periodo Lorenzo e
io abitavamo a Santo Domingo con mio padre, perché da quando la mamma aveva
iniziato la sua campagna presidenziale era troppo pericoloso per noi restare a
Bogotá. Ma veniva da noi molto spesso. E la sentivamo ogni giorno.
L’ultima volta che l’ho
vista, però, è stato in Colombia. Siamo rientrati per poco tempo, rischiando,
ma avevano ricoverato il nonno, suo padre, in ospedale, e dovevamo salutarlo.
Povero nonno. Quando è morto, la mamma era già in mano alle Farc, da un mese.
Lei lo ha saputo molto dopo, da un vecchio giornale capitatole per caso fra le
mani. Nel suo primo video fa riferimento proprio a questo. Vi rendete conto? Le
è stata tolta anche la possibilità di salutare suo padre per l’ultima volta”.
Parole inequivocabili. “Io
voglio far capire ai guerriglieri che di questo passo non andranno da nessuna
parte. Stanno sbagliando tutto. Rapendo la gente non ottengono il riscatto del
popolo. Quando oltre quaranta anni fa, le Farc hanno cominciato a lottare,
avevano una loro legittimità. Erano contadini che non avevano più niente. Erano
vittime della eclatante ingiustizia sociale che da troppo attanaglia la
Colombia. Ma adesso tutto è degenerato e la vittima di questa guerra è
proprio quel popolo che loro vorrebbero difendere. È ridicolo. È orribile.
Devono rendersene conto”. Analizza lucidamente la dinamica storico-sociale
degli ultimi decenni, senza esitare. “In questi anni, molto è cambiato. Tutto
si è complicato. Per andare avanti anche i gruppi insorgenti hanno dovuto
entrare in affari, cercare di procurarsi fonti di guadagno per sostenere questa
lunga guerra. Fa parte della strategia di uomini belligeranti. E i rapimenti,
chiaramente,
rientrano in questa loro necessità di tirare avanti. Da una parte ci sono i
sequestrati per denaro, che vengono rilasciati dietro il pagamento di un
riscatto più o meno copioso; dall’altra ci sono coloro che vengono presi per
ragioni politiche e che nessun riscatto riporterà indietro. Ecco, la mamma
rientra in questa seconda specie. È una prigioniera politica. Fa parte della
schiera delle persone che il governo Uribe ignora. Quello che le Farc vogliono
è
un accordo umanitario, ma lo stato non le ascolta. Eppure l’85 per cento dei
sequestrati nel mondo sono in Colombia: perché nessuno interviene?”.