26/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Mèlanie parla di sua madre, Ingrid Betancourt, rapita in Colombia
Mèlanie BetancourtHa venti anni Mèlanie, e da quasi quattro non vede sua madre, Ingrid Betancourt, rapita dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia il 23 febbraio 2002, mentre si trovava a Vicente del Caguan, 740 chilometri a sud di Bogotá.
 
Persona non gradita. Ingrid Bétancourt, candidata ecologista alle presidenziali, senatrice eletta a furor di popolo nel 99 e da allora bandiera della lotta alla corruzione e speranza di cambiamento per la Colombia, era da troppo tempo un personaggio scomodo per tutte le parti in guerra, dai paramilitari ai guerriglieri. Ma le Farc sono arrivate prima. Giusto un attimo prima che i sicarios ingaggiati dai paramilitari vicini al governo la uccidessero. Per i guerriglieri, invece, la Betancourt era un personaggio da usare come merce di scambio ‘umanitario’: la popolare senatrice in cambio di qualche capo guerrigliero incarcerato. E da allora è prigioniera della selva, strappata ai suoi figli e alla sua vita. Di lei si sa solo che sta bene, grazie a due prove video consegnate dai carcerieri. Niente più.
 
Ingrid BetancourtIngrid è lontana, ma non è sola. La sua famiglia sta lottando dal primo giorno. Lotta contro il governo colombiano, contro i paramilitari che si intromettono nei tentativi di mediazione, contro i guerriglieri e contro la colpevole indifferenza internazionale. E lo fa raccontando in giro per il mondo la storia di quella donna tanto coraggiosa e innamorata del suo bel Paese da sfidare minacce e intimidazioni pur di far qualcosa di concreto per cambiarlo.
 
Innocenza spezzata. Incontriamo Mèlanie nella hall di un albergo di Milano. Ha un volto dolce, delicato. La fotocopia della madre. Capelli raccolti in una crocchia, sguardo deciso, tono di voce pacata, idee chiare. Comincia a parlare. “Come immagino la giornata di mia mamma? Difficile e dura. Non è mai da sola. Uomini armati la sorvegliano, giorno e notte. La prigione non è  mai la stessa. Si spostano continuamente da un accampamento all’altro. Hanno paura di essere attaccati. Sono sempre in fuga dai militari e dai paramilitari. E quindi camminano e camminano, per ore, ogni giorno. Come lo so? Dai racconti dei sequestrati rilasciati. So che i pericoli, nella giungla, la rincorrono. Ovunque vada. E non parlo soltanto dei fucili: ci sono tante malattie laggiù. Tanti sequestrati sono morti per questo”.
 
Una non vita. “Mia madre non sta vivendo. Sopravvive. Quella non è vita. So che lei è forte, ma dopo tre anni e otto mesi, non so come potrà andare avanti. Le stanno rubando il tempo. E mai lo riavrà indietro. Nemmeno noi. Mio fratello Lorenzo era un bambino quando l’hanno portata via. Aveva 13 anni. Lo ha lasciato piccolo e lo ritroverà uomo, quando tornerà”. Parla da donna, Mèlanie, senza piangersi addosso. Parla per gli altri: per la madre, per la nonna, per il fratello. Racconta la loro sofferenza, la loro angoscia, senza pensare a sé, a quella ragazzina sedicenne che era, a quell’adolescente costretta a crescere troppo in fretta e a essere forte per il bene di tutti. “So che lei tornerà”, ripete continuamente.
 
Mèlanie BetancourtUn passo fra i ricordi. “Quel maledetto giorno abbiamo ricevuto una chiamata da mia zia. Era sabato. Ho risposto io al telefono. Era molto agitata. Voleva parlare con mio padre. Io ho pensato subito al mio nonno materno, che già stava male. Poi, invece, dalle mezze parole del babbo ho capito che si trattava di mia mamma: l’avevano rapita. Era il 23 febbraio 2002.
In quel periodo Lorenzo e io abitavamo a Santo Domingo con mio padre, perché da quando la mamma aveva iniziato la sua campagna presidenziale era troppo pericoloso per noi restare a Bogotá. Ma veniva da noi molto spesso. E la sentivamo ogni giorno. 
L’ultima volta che l’ho vista, però, è stato in Colombia. Siamo rientrati per poco tempo, rischiando, ma avevano ricoverato il nonno, suo padre, in ospedale, e dovevamo salutarlo. Povero nonno. Quando è morto, la mamma era già in mano alle Farc, da un mese. Lei lo ha saputo molto dopo, da un vecchio giornale capitatole per caso fra le mani. Nel suo primo video fa riferimento proprio a questo. Vi rendete conto? Le è stata tolta anche la possibilità di salutare suo padre per l’ultima volta”.
 
Ingrid BetancourtParole inequivocabili. “Io voglio far capire ai guerriglieri che di questo passo non andranno da nessuna parte. Stanno sbagliando tutto. Rapendo la gente non ottengono il riscatto del popolo. Quando oltre quaranta anni fa, le Farc hanno cominciato a lottare, avevano una loro legittimità. Erano contadini che non avevano più niente. Erano vittime della eclatante ingiustizia sociale che da troppo attanaglia la Colombia. Ma adesso tutto è degenerato e la vittima di questa guerra è proprio quel popolo che loro vorrebbero difendere. È ridicolo. È orribile. Devono rendersene conto”. Analizza lucidamente la dinamica storico-sociale degli ultimi decenni, senza esitare. “In questi anni, molto è cambiato. Tutto si è complicato. Per andare avanti anche i gruppi insorgenti hanno dovuto entrare in affari, cercare di procurarsi fonti di guadagno per sostenere questa lunga guerra. Fa parte della strategia di uomini belligeranti. E i rapimenti, chiaramente, rientrano in questa loro necessità di tirare avanti. Da una parte ci sono i sequestrati per denaro, che vengono rilasciati dietro il pagamento di un riscatto più o meno copioso; dall’altra ci sono coloro che vengono presi per ragioni politiche e che nessun riscatto riporterà indietro. Ecco, la mamma rientra in questa seconda specie. È una prigioniera politica. Fa parte della schiera delle persone che il governo Uribe ignora. Quello che le Farc vogliono è un accordo umanitario, ma lo stato non le ascolta. Eppure l’85 per cento dei sequestrati nel mondo sono in Colombia: perché nessuno interviene?”.
 
prima parte 

Stella Spinelli

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