11/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra porta con sè il dramma dei profughi. Due storie come tante
 
scritto per noi da
Augusta De Piero*
 
 
raghad2 puntata.  Si è scritto di ragazze e ragazzi coinvolti nell’iniziativa Art Installation: Advocacy Tool for Youth Concerns. Ma non sono i soli giovani di cui parlare; infatti altri hanno reso possibile la realizzazione del progetto. Anton Stephan, il coordinatore, e Raghad Mukarker-Faddul, la segretaria. A loro è stata affidata la continuità mentre i due esperti coinvolti nella fase iniziale (un domenicano e uno statunitense di origine palestinese) hanno lavorato solo per il tempo necessario alla formazione degli insegnanti.
Raghad si presenta radiosa nella sua incipiente maternità, di cui è fiera e, insieme ad Anton, mi parla della vita nella piccola prigione cui è stata ridotta Betlemme. Della disoccupazione e dell’assenza di scelte di vita professionale (sono entrambi laureati: Anton è architetto e Raghad biologa, esperta d’informatica), della mancanza di luoghi di divertimento per i giovani. Il lavoro che svolgono con passione diventa evidente motivo di gioia. Non oso chiedere cosa faranno quando il progetto, che li ha impegnati e ancora li impegna, a luglio finirà.
il villaggio di AntonMentre parliamo dei matrimoni misti fra cristiani e musulmani (pochi e comunque difficilissimi da affrontare) fra i due si accende una discussione. Secondo Raghad l’ostacolo ad una libera scelta anche in questo campo è dato dalla religione islamica, mentre per Anton la situazione sociale e la chiusura creano ed esasperano i conflitti interni.
E così, discutendo di ciò che accade in questo piccolo mondo imprigionato, viene fuori la storia di Anton. Quando chiedo loro dove abitano, mi dicono entrambi a Beit Jala (una cittadina nel distretto di Betlemme). Ma mentre Raghad mi dice di essere nata in Kuwait, Anton afferma :“I’m a refugee”, “Sono un rifugiato”. E precisa: “Dal 1948”.
E’ evidente che i conti non tornano, l’incongruenza della data rispetto alla giovane età di Anton richiede una spiegazione. E la spiegazione è semplice: i suoi nonni paterni sono stati costretti ad andarsene da Ain Karem, un villaggio alle porte di Gerusalemme nel 1948. Il papà di Anton allora aveva dieci anni, è vissuto a Beit Jala dove si è sposato e dove Anton è nato.

l'ingresso della casa di famiglia di anton nel villaggio natale di anton“Il 30 dicembre 2004, dopo aver ottenuto il relativo permesso”, spiega Anton, “sono andato con il mio amico Omar a Ain Karem. E’ il mio paese d’origine dove viveva la mia famiglia prima di essere costretta ad andarsene nel 1948. Abbiamo girato per il paese e visitato la mia casa natale.
Il paese è bello, calmo… molto spirituale. La casa è favolosa e porta ancora il nome della mia famiglia sopra l’architrave della porta principale, ma ora è occupata da uno studio di architetti israeliani. Mi fa piacere condividere con voi qualche immagine di quella bellezza perduta.”
La scrivania di Omar, che ha accompagnato Anton nella sua unica visita alla casa con il suo nome scolpito nella pietra, è ormai vuota. Omar ha staccato dalle pareti dell’ufficio le mappe che hanno accompagnato la realizzazione del suo progetto annuale (una piccola pubblicazione informativa su Betlemme chiamata O Little Town of Bethlehem. What is its future? e se ne torna dagli Stati Uniti da dove è venuto. Figlio di una palestinese e di un cittadino statunitense, rappresenta la seconda generazione della diaspora. Prima di andare a casa si fermerà in Giordania per far visita alla famiglia di sua madre.
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Israele - Palestina
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