La guerra porta con sè il dramma dei profughi. Due storie come tante
scritto per noi da
Augusta De Piero*
2 puntata. Si è scritto di ragazze e ragazzi coinvolti nell’iniziativa
Art Installation: Advocacy Tool for Youth Concerns. Ma non sono i soli giovani di cui parlare; infatti altri hanno reso possibile
la realizzazione del progetto. Anton Stephan, il coordinatore, e Raghad Mukarker-Faddul,
la segretaria. A loro è stata affidata la continuità mentre i due esperti coinvolti
nella fase iniziale (un domenicano e uno statunitense di origine palestinese)
hanno lavorato solo per il tempo necessario alla formazione degli insegnanti.
Raghad si presenta radiosa nella sua incipiente maternità, di cui è fiera e,
insieme ad Anton, mi parla della vita nella piccola prigione cui è stata ridotta
Betlemme. Della disoccupazione e dell’assenza di scelte di vita professionale
(sono entrambi laureati: Anton è architetto e Raghad biologa, esperta d’informatica),
della mancanza di luoghi di divertimento per i giovani. Il lavoro che svolgono
con passione diventa evidente motivo di gioia. Non oso chiedere cosa faranno quando
il progetto, che li ha impegnati e ancora li impegna, a luglio finirà.

Mentre parliamo dei matrimoni misti fra cristiani e musulmani (pochi e comunque
difficilissimi da affrontare) fra i due si accende una discussione. Secondo Raghad
l’ostacolo ad una libera scelta anche in questo campo è dato dalla religione islamica,
mentre per Anton la situazione sociale e la chiusura creano ed esasperano i conflitti
interni.
E così, discutendo di ciò che accade in questo piccolo mondo imprigionato, viene
fuori la storia di Anton. Quando chiedo loro dove abitano, mi dicono entrambi
a Beit Jala (una cittadina nel distretto di Betlemme). Ma mentre Raghad mi dice
di essere nata in Kuwait, Anton afferma :“I’m a refugee”, “Sono un rifugiato”.
E precisa: “Dal 1948”.
E’ evidente che i conti non tornano, l’incongruenza della data rispetto alla
giovane età di Anton richiede una spiegazione. E la spiegazione è semplice: i
suoi nonni paterni sono stati costretti ad andarsene da Ain Karem, un villaggio
alle porte di Gerusalemme nel 1948. Il papà di Anton allora aveva dieci anni,
è vissuto a Beit Jala dove si è sposato e dove Anton è nato.

“Il 30 dicembre 2004, dopo aver ottenuto il relativo permesso”, spiega Anton,
“sono andato con il mio amico Omar a Ain Karem. E’ il mio paese d’origine dove
viveva la mia famiglia prima di essere costretta ad andarsene nel 1948. Abbiamo
girato per il paese e visitato la mia casa natale.
Il paese è bello, calmo… molto spirituale. La casa è favolosa e porta ancora
il nome della mia famiglia sopra l’architrave della porta principale, ma ora è
occupata da uno studio di architetti israeliani. Mi fa piacere condividere con
voi qualche immagine di quella bellezza perduta.”
La scrivania di Omar, che ha accompagnato Anton nella sua unica visita alla casa
con il suo nome scolpito nella pietra, è ormai vuota. Omar ha staccato dalle pareti
dell’ufficio le mappe che hanno accompagnato la realizzazione del suo progetto
annuale (una piccola pubblicazione informativa su Betlemme chiamata
O Little Town of Bethlehem. What is its future? e se ne torna dagli Stati Uniti da dove è venuto. Figlio di una palestinese
e di un cittadino statunitense, rappresenta la seconda generazione della diaspora.
Prima di andare a casa si fermerà in Giordania per far visita alla famiglia di
sua madre.