27/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il centro storico di Hebron è spaccato a metà. Nel mezzo, una rete
dal nostro inviato
Christian Elia
 
check-point di hebron - foto di simone manzoLa guerra dei nomi. L’idea è quella di una stazione dei taxi. Ma appena arrivati ad al-Hud, poco fuori Gerusalemme, sembra di essere capitati in un mercato all’aperto, solo che invece di frutta e verdura vengono offerti passaggi ai viaggiatori per tutte le direzioni. A un prezzo modico . Un ragazzo che avrà poco più di 10 anni, grandi occhi neri e un sorriso accattivante, vaga tra la folla con un bricco di caffè per chi ne desidera una tazza nell’attesa del proprio sheruth (i camioncini che lavorano da taxi collettivi).
Bisogna stare attenti a non distrarsi perché, tra le nubi di polvere che tolgono il respiro e le manovre inquietanti di macchine e pulmini, si rischia di non sentire la voce dell’autista che chiama, urlando, la destinazione del mezzo. Per arrivare ad Hebron, 30 chilometri a sud-ovest di Gerusalemme, la voce che si deve individuare è quella che grida: ”el-Khalil, el-Khalil, el-Khalil”.
Già, perché tra le mille verità contrapposte della Terra Santa, c’è una battaglia nella battaglia. Quella dei nomi. La stessa città è Hebron per gli israeliani ed el-Khalil per i palestinesi.
Hebron non è un posto qualunque. Qui riposa il padre delle religioni monoteiste: Abramo. Accanto a lui, come nelle famiglie che si rispettino, trovano posto la moglie Sara e i figli Isacco e Giacobbe con le rispettive mogli Rebecca e Lea. Una cappella di famiglia che è diventata nei secoli uno dei luoghi più contesi del mondo.
Le loro tombe si trovano nella caverna Macpela, e il complesso è noto come la Tomba dei Patriarchi.
Sulla grotta è stata edificata una moschea, l’Haram el-Khalil, che nel corso dei secoli è stata una sinagoga, poi una moschea, quindi una basilica cristiana e infine ancora una moschea, ma solo a metà.
La storia di questa terra, fatta di lotte e conquiste, è raccontata dalle pietre di questo luogo di culto che ora risulta diviso in due: una parte è una moschea e l’altra è una sinagoga. Ebrei e musulmani pregano divisi da un muro sottile e a volte è possibile, dall’interno di una delle due parti, scorgere i fedeli in preghiera nell’altra metà dell’edificio. Così vicini eppure così lontani.
 
le strade deserte del suq di hebron - foto di simone manzoLa città fantasma. Il taxi arriva in uno spiazzo dove comincia la città vecchia di Hebron. Un check-point divide la strada in due: da una parte si entra nella zona araba che porta alla moschea attraverso il suq (mercato), dall’altra si accede alla parte ebraica. La situazione non è sempre stata questa. Dopo la proclamazione dello stato d’Israele nel 1948, Hebron rientrava nella parte che sarebbe dovuta essere occupata dal futuro stato palestinese. Non andò così e, alla fine della prima guerra arabo-israeliana, Hebron passò sotto il controllo della Giordania che governò qui fino al conflitto del 1967 e impediva agli ebrei di recarsi alla moschea chiamata anche Ibrahimiyya (di Abramo).
Una volta occupata Hebron, il governo israeliano decise di creare accessi differenti alla tomba di Abramo e requisì una parte della moschea, facendone una sinagoga. La situazione attuale, ma con una differenza di fondo: i coloni. Nel 1967, seguendo il rabbino Moshes Levinger, un gruppo di ebrei seguaci del Movimento della Terra (che non accettano di cedere neanche un metro della Palestina storica così come questa è citata nella Bibbia) occupò una parte della città vecchia con l’intenzione di restarci. Com’è poi accaduto.
All’inizio i coloni furono sistemati nel fortino dell’esercito israeliano, adesso occupano una parte della città vecchia.
 
Un militare esce dalla guardiola di cemento del check point e controlla i documenti. E’molto giovane e, sotto l’elmetto, s’intravede la kipah, lo zuccotto simbolo dell’ebraismo. “Potete raggiungere la Tomba passando da quella strada”, dice indicando una via del mercato, “ma potete visitare solo la parte ebraica perché oggi è venerdì e nella moschea non si entra”.
Mentre il giovane soldato parla, alle sue spalle si vedono le case dei coloni. Davanti ad una di esse arriva una macchina familiare. Scende un colono, armato come tutti. Una jeep dell’esercito israeliano gli fa da scorta. Sotto l’occhio vigile dei militari l’uomo fa entrare quattro bambini in tutta fretta nella macchina e riparte sempre sotto scorta. Sembra di vedere una di quelle scene cinematografiche dove una famiglia di testimoni è posta sotto protezione dalla polizia. Non una gran bella vita.
Il soldato, seguendo i nostri sguardi, si volta e ci sorride con amarezza. “L’Italia è un Paese bellissimo”, dice il militare che non avrà neanche venti anni, “cosa ci venite a fare qui? La vita è dura da queste parti”.
 
la rete costruita dai palestinesi per impedire il lancio di oggetti da parte dei coloni - foto di simone manzoLa rete dell'odio. La conferma delle parole del militare arriva subito. Imboccando la strada del mercato sembra di attraversare una città deserta. Certo è venerdì, giorno di preghiera e di astensione dal lavoro per i musulmani, ma la sensazione è quella di una città che sta morendo. Un uomo che spinge un carretto carico di legumi e qualche bambino vestito di stracci che giocano tra loro sono le uniche presenze umane nella viuzza che si snoda dentro a un dedalo di vicoli.
 
L’attenzione viene subito colpita dalla presenza di una rete che rende la strada più simile a un tunnel che a una via cittadina. Una rete metallica, raffazzonata e carica di oggetti pesanti. “Siamo stati costretti a metterla”, racconta Mohammed che ci fa da guida e lavora per il Land Reserch Centre, una organizzazione non governativa palestinese che si occupa di controllare la situazione delle terre che in futuro faranno parte dello stato palestinese, “questa strada è al confine con la zona ebraica. Con gli accordi di Oslo, nel centro storico di Hebron furono individuate la zona H1 abitata dagli ebrei e la zona H2 abitata dai palestinesi. Qui ci sono le case dei coloni. I musulmani passano da questa strada che segna il confine tra le due zone per arrivare alla moschea e loro ci tirano addosso di tutto”.
La scena sembra il risultato di una guerriglia urbana. La rete è sfondata in più punti ed è piena di qualunque cosa si possa lanciare: calcinacci, bastoni, tubi metallici vasi in quantità, ma ci sono anche pezzi di lavatrici o ingranaggi meccanici. Mentre osserviamo la rete un bimbo schizza veloce sulla strada. Facile immaginare cosa potrebbe accadere se fosse colpito da uno di quegli oggetti.
 
i fedeli in preghiera sotto il controllo dei militari israeliani - foto di simone manzoDifficile convivenza. “La situazione è insostenibile”, racconta Mohammed, “per 400 coloni ci sono 2000 militari israeliani e occupano il 40 per cento del centro storico di Hebron. Nell’altra parte ci vivono 70mila persone. Vi rendete conto cosa voglia dire vivere con una tale concentrazione demografica? E’inumano. Questo posto è sacro per noi musulmani e per gli ebrei, ma così non si può andare avanti. La violenza e la tensione ha completamente allontanato i visitatori ed el-Khalil vive di commercio. Tante, troppe botteghe chiudono e molti vanno a vivere altrove, soprattutto i giovani. Tutti i ritmi della nostra vita sono scanditi dal comando militare israeliano: quando c’è una festa ebraica non possiamo andare in moschea e quando ci andiamo veniamo sottoposti a controlli umilianti. Ma il vero problema non è il coprifuoco o i controlli, il vero problema è l’aggressività dei coloni”.
 
C’è un episodio che ancora oggi viene ricordato come un simbolo della vita difficile di questa città: il 25 febbraio 1994 il colono Baruch Goldstein apre il fuoco sui palestinesi. Ne uccide 30. I coloni sono un problema per i palestinesi, ma non meno per il governo israeliano. Nessun governo di Tel Aviv si assume la responsabilità di risolvere una situazione che è sempre più complessa. Qui non è come a Gaza dove ai coloni s’impone di lasciare una terra priva di tutto, qui c’è la tomba di Abramo, qui c’è un pezzo della stessa identità ebraica.
 
Poco prima della moschea c’è un caffè, pieno di gente. Si fuma, si beve - the o caffé - e si fanno quattro chiacchiere. L’arredamento è ridotto al minimo.
Non si fa a tempo a sedersi, che una folla di ragazzini arriva e cerca di vendere qualcosa alle rare persone che passano di lì. Vendono qualunque cosa e gridano prezzi a caso, quasi come se la trattativa non fosse fra l’acquirente e il venditore, ma si risolvesse in una competizione tra loro. Una sfida a vendere qualcosa per sopravvivere o solo per dimostrare di esserne capaci.
Donne non se ne vedono per strada, ma Hebron è diversa da Gerusalemme o da Ramallah, città molto più laiche e cosmopolite.
 
Tra i Palestinesi si raccontano delle barzellette su quelli di Hebron, un po’come per i carabinieri in Italia. Adesso però nessuno scherza più, adesso per i Palestinesi c’è la rete e quindi tutta la solidarietà del mondo per gli abitanti di Hebron.
 
palestinese fermato per un controlloOsservatori impotenti. A proposito di carabinieri, per le strade di Hebron può capitare d’incontrarne qualcuno. Come Nino. “Vivo da anni a Rimini”, racconta il maresciallo dell’Arma, “ma sono meridionale, sono lucano. Sono qui da tre mesi, ma è molto dura”. Nino è inquadrato nel TIPH (Temporary International Presence in Hebron), l’unico contingente internazionale d’interposizione che il governo israeliano abbia mai accettato. Sono qui come osservatori. “Mi chiedo spesso cosa ci sto a fare qui”, racconta Nino, 40 anni e la faccia da padre di famiglia, “mi sento impotente…come se fossi legato. Noi dobbiamo stare sullo sfondo come parte del paesaggio. Non riusciamo a entrare minimamente in contatto con la popolazione: i coloni sono aggressivi con noi, perché per loro siamo qui per i palestinesi e basta. Gli arabi invece sono delusi da noi perché ci vedono assistere impotenti alle umiliazioni quotidiane che subiscono. Hanno ragione. Io sono un carabiniere, per me è naturale intervenire se vedo qualcosa che non và.
Ma non posso fare nulla, né se vedo un militare trattare male un vecchio o un bambino, né se vedo un caso di violenza domestica in una famiglia palestinese. E vi assicuro che vivendo in 8 in una stanza, sempre chiusi e senza lavoro, la tensione si tocca con mano. Sono sincero, non vedo l’ora di andare via. Io ho dei figli e quando vedo la vita che fanno i bambini palestinesi e quelli dei coloni, costretti entrambi a vivere reclusi, mi si stringe il cuore”.
 
Nino oggi è di guardia al check point che c’è davanti alla moschea, dalla parte araba. Un cancello e un metal detector sono il passaggio obbligato per i palestinesi che si recano a pregare.
La moschea è piena. I ritardatari si sistemano per strada, dove capita, tra i fucili e gli scarponi degli israeliani che li guardano con sufficienza. Ogni tanto i soldati fermano qualcuno per un controllo dei documenti, ma oggi la situazione è tranquilla, anche perché Nino fa notare che la presenza di macchine fotografiche garantisce una certa calma.
E’ possibile visitare la sinagoga, per vedere da vicino l’oggetto della contesa, la Tomba dei Patriarchi. All’ingresso innumerevoli controlli dei militari, quasi tutti molto giovani. “Ebreo? Cristiano? Musulmano?”, chiede petulante una soldatessa israeliana. Si potrebbe spiegargli che per Abramo non faceva nessuna differenza, ma non c’erano reti ai tempi dei Patriarchi.

Christian Elia

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