Il centro storico di Hebron è spaccato a metà. Nel mezzo, una rete
dal nostro inviato
Christian Elia
La guerra dei nomi. L’idea è quella di una stazione dei taxi. Ma appena arrivati
ad al-Hud, poco fuori Gerusalemme,
sembra di essere capitati in un mercato all’aperto, solo che invece di frutta
e
verdura vengono offerti passaggi ai
viaggiatori per tutte le direzioni. A un prezzo modico . Un ragazzo che avrà poco
più di 10 anni, grandi occhi neri e un
sorriso accattivante, vaga tra la folla con un bricco di caffè per chi ne
desidera una tazza nell’attesa del proprio
sheruth
(i camioncini che lavorano da taxi collettivi).
Bisogna stare attenti a non
distrarsi perché, tra le nubi di polvere che tolgono il respiro e le manovre
inquietanti di macchine e pulmini, si rischia di non sentire la voce
dell’autista che chiama, urlando, la destinazione del mezzo. Per arrivare ad Hebron,
30
chilometri a sud-ovest di Gerusalemme, la voce che si deve individuare è quella
che grida: ”el-Khalil, el-Khalil, el-Khalil”.
Già, perché tra le mille verità
contrapposte della Terra Santa, c’è una battaglia nella battaglia.
Quella dei nomi. La stessa città è Hebron per gli israeliani ed el-Khalil per
i
palestinesi.
Hebron non è un posto qualunque. Qui riposa il padre delle
religioni monoteiste: Abramo. Accanto a lui, come nelle famiglie che si rispettino,
trovano
posto la moglie Sara e i figli Isacco e Giacobbe con le rispettive mogli
Rebecca e Lea. Una cappella di famiglia che è diventata nei secoli uno dei luoghi
più contesi del mondo.
Le loro tombe si trovano nella caverna Macpela, e il
complesso è noto come la Tomba dei Patriarchi.
Sulla grotta è stata edificata
una moschea, l’Haram el-Khalil, che nel corso dei secoli è stata una sinagoga,
poi una moschea, quindi una basilica cristiana e infine ancora una moschea, ma
solo a metà.
La
storia di questa terra, fatta di lotte e conquiste, è raccontata dalle pietre
di questo luogo di culto che ora risulta diviso in due: una parte è una moschea
e l’altra è una sinagoga. Ebrei e musulmani pregano divisi da un muro sottile
e
a volte è possibile, dall’interno di una delle due parti, scorgere i fedeli in
preghiera nell’altra metà dell’edificio. Così vicini eppure così lontani.
La città fantasma. Il
taxi arriva in uno spiazzo dove comincia la città vecchia di Hebron. Un
check-point divide la strada in due: da una parte si entra nella zona araba che
porta alla moschea attraverso il
suq
(mercato), dall’altra si accede alla parte ebraica. La situazione non è sempre
stata questa. Dopo la proclamazione dello stato d’Israele nel 1948, Hebron
rientrava nella parte che sarebbe dovuta essere occupata dal futuro stato
palestinese. Non andò così e, alla fine della prima guerra arabo-israeliana,
Hebron passò sotto il controllo della Giordania che governò qui fino al
conflitto del 1967 e impediva agli ebrei di recarsi alla moschea chiamata anche
Ibrahimiyya (di Abramo).
Una volta
occupata Hebron, il governo israeliano decise di creare accessi
differenti alla
tomba di Abramo e requisì una parte della moschea, facendone una
sinagoga. La
situazione attuale, ma con una differenza di fondo: i coloni. Nel 1967,
seguendo il rabbino Moshes Levinger, un gruppo di ebrei seguaci del
Movimento della Terra (che non accettano di cedere neanche un metro
della
Palestina storica così come questa è citata nella Bibbia) occupò una
parte
della città vecchia con l’intenzione di restarci. Com’è poi accaduto.
All’inizio i
coloni furono sistemati nel fortino dell’esercito israeliano, adesso
occupano una parte della città vecchia.
Un militare esce dalla
guardiola di
cemento del check point e controlla i documenti. E’molto giovane e,
sotto
l’elmetto, s’intravede la kipah, lo zuccotto simbolo dell’ebraismo. “Potete
raggiungere
la Tomba passando da quella strada”, dice indicando una via del
mercato, “ma
potete visitare solo la parte ebraica perché oggi è venerdì e nella
moschea non si entra”.
Mentre il giovane soldato parla, alle sue spalle si
vedono le
case dei coloni. Davanti ad una di esse arriva una macchina familiare.
Scende
un colono, armato come tutti. Una jeep dell’esercito israeliano gli fa
da
scorta. Sotto l’occhio vigile dei militari l’uomo fa entrare quattro
bambini in
tutta fretta nella macchina e riparte sempre sotto scorta. Sembra di
vedere una
di quelle scene cinematografiche dove una famiglia di testimoni è posta
sotto
protezione dalla polizia. Non una gran bella vita.
Il soldato,
seguendo i nostri sguardi, si
volta e ci sorride con amarezza. “L’Italia è un Paese bellissimo”, dice
il
militare che non avrà neanche venti anni, “cosa ci venite a fare qui?
La vita
è
dura da queste parti”.
La rete dell'odio. La conferma delle parole del militare arriva subito.
Imboccando la strada del mercato sembra di attraversare una città deserta.
Certo è venerdì, giorno di preghiera e di astensione dal lavoro per i
musulmani, ma la sensazione è quella di una città che sta morendo. Un uomo che
spinge un carretto carico di legumi e qualche bambino vestito di stracci che
giocano tra loro sono le uniche presenze umane nella viuzza che si snoda dentro
a un
dedalo di vicoli.
L’attenzione viene subito colpita dalla presenza di una
rete che rende la strada più simile a un tunnel che a una via cittadina. Una
rete metallica, raffazzonata e carica di oggetti pesanti. “Siamo stati
costretti a metterla”, racconta Mohammed che ci fa da guida e lavora per il
Land Reserch Centre, una organizzazione non governativa palestinese che si
occupa di controllare la situazione delle terre che in futuro faranno parte
dello stato palestinese, “questa strada è al confine con la zona ebraica. Con
gli accordi di Oslo, nel centro storico di Hebron furono individuate la zona H1
abitata dagli ebrei e la zona H2 abitata dai palestinesi. Qui ci sono le case
dei coloni. I musulmani passano da questa strada che segna il confine tra le
due zone per arrivare alla moschea e loro ci tirano addosso di tutto”.
La scena
sembra il risultato di una guerriglia urbana. La rete è sfondata in più punti
ed è piena di qualunque cosa si possa lanciare: calcinacci, bastoni, tubi
metallici vasi in quantità, ma ci sono anche pezzi di lavatrici o ingranaggi
meccanici. Mentre osserviamo la rete un bimbo schizza veloce sulla strada.
Facile immaginare cosa potrebbe accadere se fosse colpito da uno di quegli
oggetti.
Difficile convivenza. “La situazione è insostenibile”, racconta Mohammed, “per 400 coloni ci
sono 2000 militari israeliani e occupano il 40 per cento del centro storico di
Hebron. Nell’altra parte ci vivono 70mila persone. Vi rendete conto cosa voglia
dire vivere con una tale concentrazione demografica? E’inumano. Questo posto è
sacro per noi musulmani e per gli ebrei, ma così non si può andare avanti. La
violenza e la tensione ha completamente allontanato i visitatori ed el-Khalil
vive di commercio. Tante, troppe botteghe chiudono e molti vanno a vivere
altrove, soprattutto i giovani. Tutti i ritmi della nostra vita sono scanditi
dal comando militare israeliano: quando c’è una festa ebraica non possiamo
andare in moschea e quando ci andiamo veniamo sottoposti a controlli umilianti.
Ma il vero problema non è il coprifuoco o i controlli, il vero problema è
l’aggressività dei coloni”.
C’è un episodio che ancora oggi viene ricordato
come un simbolo della vita difficile di questa città: il 25 febbraio 1994 il
colono Baruch Goldstein apre il fuoco sui palestinesi. Ne uccide 30. I coloni
sono un problema per i palestinesi, ma non meno per il governo israeliano.
Nessun governo di Tel Aviv si assume la responsabilità di risolvere una
situazione che è sempre più complessa. Qui non è come a Gaza dove ai coloni
s’impone di lasciare una terra priva di tutto, qui c’è la tomba di Abramo, qui
c’è un pezzo della stessa identità ebraica.
Poco prima della moschea c’è un
caffè, pieno di gente. Si fuma, si beve - the o caffé - e si fanno quattro
chiacchiere. L’arredamento è ridotto al minimo.
Non si fa a tempo a sedersi,
che una folla di ragazzini arriva e cerca di vendere qualcosa alle rare persone
che passano di lì. Vendono qualunque cosa e gridano prezzi a caso, quasi come
se la trattativa non fosse fra l’acquirente e il venditore, ma si risolvesse in
una competizione tra loro. Una sfida a vendere qualcosa per sopravvivere o solo
per dimostrare di esserne capaci.
Donne non se ne vedono per strada, ma Hebron
è diversa da Gerusalemme o da Ramallah, città molto più laiche e
cosmopolite.
Tra i Palestinesi si raccontano delle barzellette su quelli di
Hebron, un po’come per i carabinieri in Italia. Adesso però nessuno scherza
più, adesso per i Palestinesi c’è la rete e quindi tutta la solidarietà del
mondo per gli abitanti di Hebron.
Osservatori impotenti. A proposito di carabinieri, per le strade di
Hebron può capitare d’incontrarne qualcuno. Come Nino. “Vivo da anni a Rimini”,
racconta il maresciallo dell’Arma, “ma sono meridionale, sono lucano. Sono qui
da tre mesi, ma è molto dura”. Nino è inquadrato nel TIPH (Temporary
International Presence in Hebron), l’unico contingente internazionale
d’interposizione che il governo israeliano abbia mai accettato. Sono qui come
osservatori. “Mi chiedo spesso cosa ci sto a fare qui”, racconta Nino, 40 anni
e la faccia da padre di famiglia, “mi sento impotente…come se fossi legato. Noi
dobbiamo stare sullo sfondo come parte del paesaggio. Non riusciamo a entrare
minimamente in contatto con la popolazione: i coloni sono aggressivi con noi,
perché per loro siamo qui per i palestinesi e basta. Gli arabi invece sono
delusi da noi perché ci vedono assistere impotenti alle umiliazioni quotidiane
che subiscono. Hanno ragione. Io sono un carabiniere, per me è naturale
intervenire se vedo qualcosa che non và.
Ma non posso fare nulla, né se vedo un
militare trattare male un vecchio o un bambino, né se vedo un caso di violenza
domestica in una famiglia palestinese. E vi assicuro che vivendo in 8 in una
stanza, sempre chiusi e senza lavoro, la tensione si tocca con mano. Sono
sincero, non vedo l’ora di andare via. Io ho dei figli e quando vedo la vita
che fanno i bambini palestinesi e quelli dei coloni, costretti entrambi a
vivere reclusi, mi si stringe il cuore”.
Nino oggi è di guardia al check point
che c’è davanti alla moschea, dalla parte araba. Un cancello e un metal
detector sono il passaggio obbligato per i palestinesi che si recano a pregare.
La moschea è piena. I ritardatari si sistemano per strada, dove capita, tra i
fucili e gli scarponi degli israeliani che li guardano con sufficienza. Ogni
tanto i soldati fermano qualcuno per un controllo dei documenti, ma oggi la
situazione è tranquilla, anche perché Nino fa notare che la presenza di
macchine fotografiche garantisce una certa calma.
E’ possibile visitare la sinagoga, per vedere da vicino
l’oggetto della contesa, la Tomba dei Patriarchi. All’ingresso innumerevoli
controlli dei militari, quasi tutti molto giovani. “Ebreo? Cristiano?
Musulmano?”, chiede petulante una soldatessa israeliana. Si potrebbe spiegargli
che per Abramo non faceva nessuna differenza, ma non c’erano reti ai tempi dei
Patriarchi.