24/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Quando gli Stati Uniti combattevano la jihad: 25 anni fa l'invasione Urss

Taraki e la bandiera del KhalqLa ‘rivoluzione d’aprile’ del 1978 era stata salutata con gioia dal popolo afgano. Con essa finiva il brutale e oppressivo regime di Mohammad Daoud e nasceva la speranza di un nuovo Afghanistan. Una speranza incarnata dal Partito del Popolo (Khalq) e dal suo leader, Noor Mohammed Taraki.
Duecentomila famiglie contadine ricevettero le terre ridistribuite con la riforma agraria. Fu abolito l’ushur, la decima dovuta dai braccianti ai latifondisti, i prezzi dei beni primari vennero calmierati; i servizi sociali vennero garantiti a tutti dallo stato; i sindacati furono legalizzati. Partì una campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione di massa; nelle aree rurali vennero costruite scuole e cliniche mediche; iniziò un piano di emancipazione delle donne: le bambine finalmente poterono andare a scuola e non furono, per legge, più soggetto di scambio economico nei tradizionali matrimoni combinati.
Nonostante la laicizzazione dello Stato, la religione islamica non venne penalizzata in alcun modo, come riconobbe perfino un’inchiesta dell’Economist che smentì l’imposizione di qualsiasi restrizione. Ciononostante, le gerarchie religiose islamiche afgane iniziarono a denunciare la soppressione della libertà religiosa da parte del governo. In realtà, come spiegavano allora il New York Times e la Bbc, era la riforma agraria ad aver suscitato la loro opposizione, dato che i religiosi erano anche proprietari delle terre e beneficiari delle decime. E furono questi a fomentare l’opposizione armata, la jihad (guerra santa) dei mujaheddin (santi guerrieri) contro ‘il regime dei comunisti atei senza Dio’.

Mujaheddin afgani La provocazione statunitense. Anche negli Usa il regime di Taraki venne etichettato come ‘comunista’, nonostante lo stesso Taraki rifiutasse seccamente questa definizione preferendo quella di ‘rivoluzionario’ e ‘nazionalista’. Anche in politica estera il nuovo governo afgano scelse il non allineamento, limitando i rapporti con l’Urss di Leonid Breznev ad accordi di cooperazione commerciale.
Ma a Washington il caso afgano suscitò grande preoccupazione e molti alla Cia, al Pentagono e al Dipartimento di Stato suggerirono al presidente Jimmy Carter di sostenere la nascente guerriglia afgana in funzione antisovietica. Eliminare il governo di Taraki significava “dimostrare ai paesi del terzo mondo che l'esito socialista della storia sostenuto dall’Urss non è un dato oggettivo” (documento riservato del Dipartimento di Stato, agosto 1979) e procurarsi un nuovo fedele alleato regionale in sostituzione dell’Iran, appena perduto con la rivoluzione khomeinista del gennaio 1979.
Molti alla Casa Bianca osservarono che armare i mujaheddin afgani era rischioso perché si sarebbe provocato un intervento armato dell’Urss, oltre che per la pericolosità potenziale di allevare una simile forza integralista islamica.
Ma presto, l’idea di far impantanare l’Urss in un “suo Vietnam” al fine di causarne l’implosione suscitò sempre più entusiasmi e i dubbi sui rischi del futuro remoto vennero accantonati.
Così, il 3 luglio 1979 Carter firmò la prima direttiva per l’organizzazione degli aiuti bellici ed economici segreti ai mujaheddin afgani, convinto di firmare la condanna a morte del nemico sovietico e certo che in Afghanistan gli Stati Uniti avrebbero definitivamente vinto la guerra fredda prendendosi la rivincita dopo la sconfitta subita in Vietnam.
La Cia costruì praticamente dal nulla un’enorme rete internazionale che coinvolgeva tutti i paesi arabi, Arabia Saudita in testa, allo scopo di far arrivare ai mujaheddin Contraerea mujaheddinafgani fiumi di denaro e di armi, oltre a migliaia e migliaia di volontari della guerra santa. Come base logistica dell’operazione fu scelto il fidato Pakistan e la zona del confine meridionale afgano, a ridosso del Pakistan stesso. Qui la Cia e i servizi segreti militari pachistani costruirono campi di addestramento e centri di reclutamento. Usando una strategia già sperimentata altrove, l’intelligence Usa promosse e gestì direttamente in loco la produzione e il traffico di oppio per autofinanziare ‘in nero’ l’operazione. Fu così che l’eroina afgana iniziò a invadere le strade d’America e d’Europa.
Su consiglio del Pakistan, come uomo di riferimento per portare avanti la guerriglia fu scelto il famigerato Gulbuddin Hekmatyar, noto per il suo vizio di sfigurare con l’acido il volto delle donne che non si attenevano rigidamente ai precetti islamici. La specialità dei suoi uomini era quella di scuoiare vivi, poco a poco, i nemici catturati, amputando loro dita, orecchi, naso e genitali. Oppure di farli a pezzi usandoli, da vivi, come ‘palla’ da buskashi, il tradizionale gioco afgano in cui decine di uomini a cavallo si contendono a strattoni la carcassa di un montone.
Armati con migliaia di fucili Ak-47 nuovi di zecca e con sofisticati lanciarazzi Stinger, rinforzati da migliaia di volontari arabi addestrati di fresco dalla Cia, i mujaheddin afgani di Hekmatyar diventarono rapidamente una potente forza militare capace di minacciare la tenuta del governo di Taraki.
Rifiutando le ripetute richieste d’aiuto militare rivolte da quest’ultimo a Mosca, l’Urss rimase sostanzialmente fuori dalla guerra civile.
Finché Taraki improvvisamente, nel settembre 1979, venne ucciso dal suo vice primo ministro Hafizullah Amin, che salì al potere e subito fece quello che Taraki non aveva mai fatto: perseguitare l’opposizione politica islamica, finendo ovviamente per rafforzarla e radicalizzarla.
Per il Cremlino, Amin era un uomo della Cia (e i suoi trascorsi negli Usa sembravano confermarlo): la sua scelta di uccidere Taraki, amato dagli afgani, era incomprensibile, la sua politica repressiva dannosa, le sue posizioni ideologiche ambigue, i suoi incontri con l’incaricato di affari Usa a Kabul, Bruce Amstutz, un affronto.

27 dicembre 1979: l'occupazione sovietica del palazzo reale di KabulLa reazione sovietica. Il 24 dicembre 1979 Leonid Breznev ordinò all’Armata Rossa di invadere l’Afghanistan. Tre giorni dopo le truppe russe erano a Kabul, dove attaccarono il palazzo presidenziale, uccidendo Amin e installando al potere Babrak Karmal, ex vicepresidente di Taraki.
La gente di Kabul accolse la deposizione di Amin festeggiando per le strade. “Se Karmal non avesse sostituito Amin con l’aiuto dei sovietici, sarebbe stato considerato un eroe dalla popolazione”, scrisse in quei giorni sul Times di Londra un diplomatico occidentale.

Negli Usa il nuovo presidente Ronald Reagan iniziò a suonare la grancassa della propaganda: i mujaheddin, chiamati dagli americani ‘combattenti per la libertà’, godevano del più totale sostegno della popolazione afgana, desiderosa di vivere in uno stato islamico; le forze russe usavano armi chimiche contro i civili (esemplare la storia della ‘pioggia gialla’, in realtà feci impollinate di sciami d'api); il governo di Karmal e il successivo di Najibullah erano una farsa (mentre invece ripresero con discreti successi la politica sociale di Taraki).
Intanto in Afghanistan continuavano ad affluire da tutto il mondo arabo frotte di volontari della jihad, molti dei quali già noti terroristi. A Washington la cosa non destava preoccupazione: se del sanguinario dittatore nicaraguense Somoza nei corridoi della Casa Bianca si diceva “è il nostro figlio di p…”, dei mujaheddin afgani si diceva “sono i nostri fanatici terroristi”.
La guerra afgano-sovietica, iniziata venticinque anni fa, finì con gli accordi di Ginevra del 14 aprile del 1988 che avviarono il ritiro dell'Armata Rossa. Finì lasciandosi dietro un milione e mezzo di afgani morti, tre milioni di disabili e mutilati, cinque milioni di profughi e milioni di mine. Oltre che una guerra civile tra contrapposte fazioni di mujaheddin che si contenderanno per anni il controllo del paese.
Sulla pelle degli afgani, gli Stati Uniti avevano vinto la loro jihad contro l’Urss, senza immaginare che presto la jihad si sarebbe rivoltata contro di loro.
Pochi anni dopo, nel febbraio del 1993, un gruppo di ex mujaheddin si fece esplodere dentro una delle Torri Gemelle di New York. Dietro a loro c’era Osama Bin Laden, uomo di fiducia della Cia durante il conflitto afgano.

 

Enrico Piovesana

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