La ‘rivoluzione d’aprile’ del 1978 era stata salutata con gioia dal popolo afgano.
Con essa finiva il brutale e oppressivo regime di Mohammad Daoud e nasceva la
speranza di un nuovo Afghanistan. Una speranza incarnata dal Partito del Popolo
(Khalq) e dal suo leader, Noor Mohammed Taraki.
Duecentomila famiglie contadine ricevettero le terre ridistribuite con la riforma
agraria. Fu abolito l’ushur, la decima dovuta dai braccianti ai latifondisti, i prezzi dei beni primari
vennero calmierati; i servizi sociali vennero garantiti a tutti dallo stato; i
sindacati furono legalizzati. Partì una campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione
di massa; nelle aree rurali vennero costruite scuole e cliniche mediche; iniziò
un piano di emancipazione delle donne: le bambine finalmente poterono andare a
scuola e non furono, per legge, più soggetto di scambio economico nei tradizionali
matrimoni combinati.
Nonostante la laicizzazione dello Stato, la religione islamica non venne penalizzata
in alcun modo, come riconobbe perfino un’inchiesta dell’Economist che smentì l’imposizione di qualsiasi restrizione. Ciononostante, le gerarchie
religiose islamiche afgane iniziarono a denunciare la soppressione della libertà
religiosa da parte del governo. In realtà, come spiegavano allora il New York Times e la Bbc, era la riforma agraria ad aver suscitato la loro opposizione, dato che i religiosi
erano anche proprietari delle terre e beneficiari delle decime. E furono questi
a fomentare l’opposizione armata, la jihad (guerra santa) dei mujaheddin (santi guerrieri) contro ‘il regime dei comunisti atei senza Dio’.
La provocazione statunitense. Anche negli Usa il regime di Taraki venne etichettato come ‘comunista’, nonostante
lo stesso Taraki rifiutasse seccamente questa definizione preferendo quella di
‘rivoluzionario’ e ‘nazionalista’. Anche in politica estera il nuovo governo afgano
scelse il non allineamento, limitando i rapporti con l’Urss di Leonid Breznev
ad accordi di cooperazione commerciale.
Ma a Washington il caso afgano suscitò grande preoccupazione e molti alla Cia,
al Pentagono e al Dipartimento di Stato suggerirono al presidente Jimmy Carter
di sostenere la nascente guerriglia afgana in funzione antisovietica. Eliminare
il governo di Taraki significava “dimostrare ai paesi del terzo mondo che l'esito
socialista della storia sostenuto dall’Urss non è un dato oggettivo” (documento
riservato del Dipartimento di Stato, agosto 1979) e procurarsi un nuovo fedele
alleato regionale in sostituzione dell’Iran, appena perduto con la rivoluzione
khomeinista del gennaio 1979.
Molti alla Casa Bianca osservarono che armare i mujaheddin afgani era rischioso perché si sarebbe provocato un intervento armato dell’Urss,
oltre che per la pericolosità potenziale di allevare una simile forza integralista
islamica.
Ma presto, l’idea di far impantanare l’Urss in un “suo Vietnam” al fine di causarne
l’implosione suscitò sempre più entusiasmi e i dubbi sui rischi del futuro remoto
vennero accantonati.
Così, il 3 luglio 1979 Carter firmò la prima direttiva per l’organizzazione degli
aiuti bellici ed economici segreti ai mujaheddin afgani, convinto di firmare la condanna a morte del nemico sovietico e certo
che in Afghanistan gli Stati Uniti avrebbero definitivamente vinto la guerra fredda
prendendosi la rivincita dopo la sconfitta subita in Vietnam.
La Cia costruì praticamente dal nulla un’enorme rete internazionale che coinvolgeva
tutti i paesi arabi, Arabia Saudita in testa, allo scopo di far arrivare ai mujaheddin
afgani fiumi di denaro e di armi, oltre a migliaia e migliaia di volontari della
guerra santa. Come base logistica dell’operazione fu scelto il fidato Pakistan
e la zona del confine meridionale afgano, a ridosso del Pakistan stesso. Qui la
Cia e i servizi segreti militari pachistani costruirono campi di addestramento
e centri di reclutamento. Usando una strategia già sperimentata altrove, l’intelligence
Usa promosse e gestì direttamente in loco la produzione e il traffico di oppio
per autofinanziare ‘in nero’ l’operazione. Fu così che l’eroina afgana iniziò
a invadere le strade d’America e d’Europa.
Su consiglio del Pakistan, come uomo di riferimento per portare avanti la guerriglia
fu scelto il famigerato Gulbuddin Hekmatyar, noto per il suo vizio di sfigurare
con l’acido il volto delle donne che non si attenevano rigidamente ai precetti
islamici. La specialità dei suoi uomini era quella di scuoiare vivi, poco a poco,
i nemici catturati, amputando loro dita, orecchi, naso e genitali. Oppure di farli
a pezzi usandoli, da vivi, come ‘palla’ da buskashi, il tradizionale gioco afgano in cui decine di uomini a cavallo si contendono
a strattoni la carcassa di un montone.
Armati con migliaia di fucili Ak-47 nuovi di zecca e con sofisticati lanciarazzi
Stinger, rinforzati da migliaia di volontari arabi addestrati di fresco dalla
Cia, i mujaheddin afgani di Hekmatyar diventarono rapidamente una potente forza militare capace
di minacciare la tenuta del governo di Taraki.
Rifiutando le ripetute richieste d’aiuto militare rivolte da quest’ultimo a Mosca,
l’Urss rimase sostanzialmente fuori dalla guerra civile.
Finché Taraki improvvisamente, nel settembre 1979, venne ucciso dal suo vice
primo ministro Hafizullah Amin, che salì al potere e subito fece quello che Taraki
non aveva mai fatto: perseguitare l’opposizione politica islamica, finendo ovviamente
per rafforzarla e radicalizzarla.
Per il Cremlino, Amin era un uomo della Cia (e i suoi trascorsi negli Usa sembravano
confermarlo): la sua scelta di uccidere Taraki, amato dagli afgani, era incomprensibile,
la sua politica repressiva dannosa, le sue posizioni ideologiche ambigue, i suoi
incontri con l’incaricato di affari Usa a Kabul, Bruce Amstutz, un affronto.
Enrico Piovesana