Com’era una volta da noi per la vendemmia, quando in autunno tutti abbandonavano
temporaneamente i lavori usuali per ritrovarsi tutti tr a i filari a raccogliere e chiacchierare, cantare e mangiare assieme, così è
in queste settimane di inizio maggio in Afghanistan, tempo di raccolta dell’oppio.
Orti, cantieri, botteghe e stalle di tutto il paese subiscono un’emorragia di
lavoratori che per un po’ di giorni si trasferiscono nelle coltivazioni di papaveri
da oppio di parenti e amici. Per dare una mano, per socializzare, per divertirsi,
e soprattutto per riportare a casa un piccolo tesoro che gioverà non poco alle
sempre troppo magre finanze familiari.
Provincia di Kandahar, Afghanistan sud-occidentale. Qui la diffusione dei campi
di papaveri è simile a quella dei vigneti in Italia centrale: dai piccoli campicelli
familiari, fazzoletti di poche decine di metri quadri, alle grandi piantagioni
dei latifondisti che si estendono a perdita d’occhio. Ahmad, Rahmat, Najib, Muahmed,
Gulumnabi, Sheriaga e i loro amici sono al lavoro tra i papaveri. Molti sono ancora
in fiore, ornati da bellissimi petali bianco-rosa. Ma la maggior parte sono nudi,
con la capsula verde gonfia e dura, pronta per essere incisa.
Questa operazione avviene di sera. Con dei piccoli arnesi di legno su cui sono
stati applicate cinque piccole lamette parallele, i raccoglitori girano per il
campo incidendo una ad una le teste dei papaveri. Dai tagli fuoriesce un lattice
bianchiccio che durante la notte si rapprende e si scurisce. Il mattino dopo è
pronto per essere raccolto, raschiato via con una specie di piccolo falcetto.
La sera, ogni capsula viene nuovamente incisa, per essere poi raschiata la mattina
dopo. La raccolta prosegue così per alcuni giorni, finché i papaveri iniziano
a seccarsi. A quel punto sono pronti per essere tagliati e accatastati. Le capsule
vengono aperte per prenderne i semi per la prossima stagione. Dentro ad ogni papavero
ci sono centinaia di granelli chiari, simili al sesamo. Sono considerati una prelibatezza,
che i raccoglitori mangiano con gusto alla fine della giornata lavorativa. Questo
è l’unico utilizzo che gli afgani fanno dell’oppio, o meglio dei papaveri.
Quasi nessuno in Afghanistan fuma oppio, anche se adesso alcuni giovani stanno
iniziando, soprattutto nelle periferie delle grandi città. A Kabul, tra le macerie
dei quartieri occidentali, i più devastati dalla guerra e i più poveri, molti
giovani si ritrovano per drogarsi con l’oppio. Il punto di spaccio principale sono i locali abbandonati e diroccati di un vecchio cinema. Un problema emergente,
per fortuna ancora non paragonabile alla piaga che invece affligge il Pakistan
e l’Iran, dove la gente si vende anche le pentole per comprarsi un po’ di oppio
da fumare. Un po’ come per l’uva, che qui in Afghanistan viene coltivata non per
farne vino, ma solo per produrre uva passa. Il fatto che gli afgani non vivano
sulla loro pelle, per ora, i devastanti effetti sociali prodotti dall’oppio è
una delle ragioni per cui questa cultura tradizionale viene vissuta come innocua
e quindi mantenuta.
Ma il motivo principale è ovviamente quello economico. Quest’anno un chilo di
oppio viene venduto ai ‘trafficanti’ per cento dollari (contro i cinquanta dell’epoca
talebana, prima che la produzione venisse interrotta facendo schizzare i prezzi
a cinquecento dollari al chilo). Contando che il più piccolo campicello familiare
può produrre almeno una decina di chili e quindi fruttare un migliaio di dollari, una fortuna in questo paese, è facile capire perché
i papaveri vengono preferiti ad altre colture, come il grano, che frutta all’incirca
un decimo. Una grande piantagione come quella in cui lavorano Ahmad e i suoi amici
produce anche cento chili di oppio, cioè diecimila dollari circa. Di questi, una
parte va ai raccoglitori, una parte al proprietario della piantagione e una percentuale,
una sorta di tassa di produzione che varia dal dieci al venti per cento, alle
autorità locali.
Questo è un altro grosso ostacolo a ogni programma di sradicamento delle colture
di papaveri. Il governo centrale non ha alcun potere al di fuori di Kabul. Per
gli afgani il presidente Hamid Karzai non rappresenta altro che il sindaco della
capitale. Il resto del paese, a due anni e mezzo dalla caduta dei talebani, è
ancora governato dai signori della guerra locali restii a sottomettersi al potere
centrale, con cui hanno un solo tipo di rapporto: quello tributario. Come i feudatari
con il re nel medioevo, questi signorotti versano a Kabul parte dei tributi raccolti
nelle province da essi controllate. Tributi che però, per l’appunto, provengono
in gran parte dalle tasse sull’oppio. Secondo le più recenti stime delle Nazioni
Unite, l’oppio rappresenta quasi il cinquanta per cento del Pil afgano. Estirpare
l’oppio porterebbe quindi alla bancarotta nazionale e al precario equilibrio politico
che regna in Afghanistan.
A denunciare pubblicamente questa situazione è stato nei giorni scorsi addirittura
il ministro degli Interni afgano. "Rappresentanti del governo e signori della
guerra locali sono pesantemente coinvolti nella produzione e nel traffico illecito
di oppio, e stanno trasformando il nostro paese in un narcostato ", ha dichiarato il ministro in un'intervista Kabul Times, unico quotidiano
della capitale. "Non posso dire chi fa cosa, ma posso affermare che il mio ministero ha raccolto prove sufficienti per dimostrare che funzionari
del governo, compresi i ufficiali dell'esercito e della polizia, sono implicati
nel narcotraffico. Quelli che non sono direttamente coinvolti nel business, offrono
protezione a produttori e commercianti in cambio di denaro. Sappiamo nomi e cognomi
dei funzionari colpevoli, ma solo in pochi casi siamo riusciti a intervenire e
ad arrestarli".
In queste condizioni di contiguità tra potere politico e potere crimine è ovvio
che ogni programma di sradicamento finisce con l'essere solo una messa in scena
ad uso e consumo della comunità internazione, che colpisce solo i contadini, i
pesci più piccoli del sistema, senza intaccare il grande business gestito dai
pesci grossi, magari gli stessi che assistono e plaudono a queste operazioni.
Operazioni che vedono solitamente impegnati alcuni trattori che dissodano il terreno
estirpando i papaveri, scortati da centinaia di soldati armati di mitra e lanciarazzi.
Se durante questi blitz non si sono ancora registrate rivolte dei contadini è
solo perché i locali signori della guerra e dell'oppio, che per il quieto vivere
accettano di sacrificare qualche campo, le scoraggiano. Se il programma di sradicamento
non fosse solo una finta ma una vera guerra l'oppio, questi signori non ci metterebbero
molto a distribuire kashnikov e lanciarazzi ai contadini e a chiamarli alla rivolta
armata contr o il governo.
Se poi si considera che l'Afghanistan è anche in piena vigilia elettore è facile
intuire perché Karzai, che punta la conferma del suo mandato provvisorio, preferisca
non pestare troppo i piedi ai notabili locali e non alienarsi le simpatie delle
masse contadine del paese. Quindi i suoi recenti proclami di jihad, di guerra
santa contro l'oppio, lasciano il tempo che trovano. Così come i suoi propositi
di portare avanti la lotta la droga distinguendo tra i contadini e i trafficanti.
Parole che contrastano in maniera stridente con la realtà dei fatti. I fatti sono
quelli riportati dal già citato ministro degli Interni. "A Kabul stiamo arrestando
moltissimi trafficanti, ma questo avviene solo per un motivo: perché lo smercio
di oppio, grezzo o lavorato, sta assumendo dimensioni tali da non riuscire più
a rimanere invisibile. Quindi qualcuno finisce nella nostra rete. Ma è solo la
punta di un iceberg che sta crescendo, e cresce per colpa della corruzione, del
malaffare e della criminalità che dilaga nel governo presieduto da Hamid Karzai
e sostenuto dagli Stati Uniti".
Rahmat, il contadino, risponde con una gran risata quando gli si chiede perché
gli afgani non smettono di coltivare oppio. "Perché dovremmo smettere? Lo facciamo
da sempre. E' l'unica fonte di reddito decente che abbiamo. E' grazie l'oppio
se non moriamo di fame e riusciamo a pagare la decima ai signori locali. Se coltivassimo
riso, saremmo ancora più poveri di quello che già siamo. Certo, se il governo,
invece di distruggere le coltivazioni senza nemmeno compensare adeguatamente i
contadini, facesse qualcosa per noi, se ci fornisse in cambio sementi e concimi,
buoni impianti di irrigazione e macchinari agricoli decenti, dei trattori ad esempio,
noi potremmo campare anche coltivando altro, perché la produttività e dunque i
guadagni sarebbero buoni anche coltivando grano o riso per esempio. Ma finché
non avremo un vero governo, un governo che pensa al benessere della gente, finché
a comandare saranno i signori e i comandanti militari locali che pensano solo
ad arricchirsi sulla nostra pelle, non ci possiamo permettere di smettere con
l'oppio".