Scritto per noi da
Milana Abuyeva*

Per festeggiare l'anno nuovo, la scuola del villaggio organizza una grande festa
da ballo. Siamo alla fine del dicembre 2004. Una ragazza di 14 anni balla davanti
allo specchio, indossando l'abito da principessa che sua madre le ha comprato
per la festa. Già si vede danzare, sognando le eroine di Tolstoì e Lermontov,
riscaldata da progetti per il futuro senza senso.
Quel vestito infatti non l'ho mai indossato e non ci fu nessun ballo, né quell'anno,
né i seguenti. La guerra aveva fatto il suo ingresso nelle nostre vite, bruscamente.
L'esercito russo aveva appena invaso la Cecenia. E con lui, sono arrivate ad abbattersi
su di noi la morte, la disperazione, la distruzione e soprattutto la solitudine.
La guerra non ha solamente distrutto le città, i villaggi e le case, ma ha inquinato
le nostre anime. Da quel giorno di dicembre del 2004 la nostra vita è diventata
una lotta continua per serbare un'apparenza umana e restare almeno un poco i ragazzini
che eravamo prima.
Continuare a vestirsi "chic", truccarsi, studiare è continuare a vivere. Ma la
guerra soffoca ogni essere in uno stato di dubbio infinito e persino i più credenti
fra noi si sono rivolti al Cielo per chiedere a Dio perché avesse lasciato a questa
peste di rovinare le nostre famiglie.
E' una cosa veramente difficile da credere. Non avevo la minima idea di cosa
potesse essere la guerra: per me era un fatto lontano, di cui parlava talvolta
la televisione. Un fatto totalmente estraneo alla ragazzina che ero.
Sono nata in un piccolo villaggio. Circondata dalla famiglia, la mia infanzia
è stata spensierata, felice. Amavo il mio villaggio ma ancor di più Grozny, la
capitale. Mia zia mi ci ospitava spesso. Ricordo le strade illuminate di notte,
i parchi, i musei, e soprattutto i cinema, dove mi rifugiavo di nascosto per vedere
i film sconsigliati ai bambini.

Ora, a Grozny, non ci sono che rovine. L'esercito russo ha interamente raso al
suolo la città più ricca e moderna della Regione, nota un tempo come la "Parigi
del Caucaso". Dei suoi cinema, musei, biblioteche, non restano che scheletri abitati
da fantasmi.
Durante la prima guerra, dal 1994 al 1996, il nostro piccolo villaggio fu letteralmente
inondato dai rifugiati. All'epoca non avevamo ancora finito di costruire la nostra
casa, e in sedici ci stipammo in due stanze.
Dovevamo andare a cercare l'acqua al fiume e fare luce con le lampade ad olio.
E' stato come un violento ritorno al Medio Evo, ma i problemi materiali non sembravano
importanti allora. Segnavamo con una pietra bianca ogni giorno trascorso senza
la notizia della morte di un parente o di un conoscente. Gli adulti passavano
il loro tempo partecipando a funerali, fino a quando non ci andò più nessuno, perché era diventato troppo pericoloso ma anche perché ci venne negato il diritto
di seppellire i nostri morti.
Dopo Grozny, l'esercito russo attaccò il nostro villaggio, e fuggii con mia madre
verso la capitale. Ci ho terminato il liceo, in una scuola mezza distrutta. Nonostante
tutto ho serbato dei bei ricordi, malgrado i soldi che bisognava versare ai militari
per recuperare i cadaveri e i racconti atroci dei prigioneri scampati ai "campi
di filtraggio" , ormai disseminati ovunque.
Nel 1996, l'esercito russo si è ritirato. Finalmente la pace. Eravamo felici,
sollevati. Ma ovunque c'erano questi bambini resi storpi e persone impazzite per
la morte dei genitori o dei figli. Mi ricordo degli occhi di quei piccoli esseri
feriti, che ci impedivano di festeggiare veramente la pace.
Sono entrata all'Università. La guerra si allontanava a poco a poco dal mio animo,
anche se tutto sembrava annunciare un nuovo conflitto.

Fino a quando bussò di nuovo alle nostre porte nell'ottobre del 1999, restammo
a lungo increduli su una nuova guerra. Non poteva ricominciare! Ma così fu, e
fu anche peggio.
Ci rifugiammo in Inguscezia, assieme a decine di migliaia di ceceni. Poi, rientrammo
a Grozny ed io ripresi gli studi, ma la città non assomigliava più a nulla. La
"Parigi del Caucaso" era diventata "Griazny Grozny" -Grozny la Sporca- un caos
di corruzione, rapimenti, di "zatchistka" ("pulizie"). Sono decine le sporche storie di una sporca guerra a venirmi
in mente. Ed eccone una fra tutte.
Un uomo di circa quarant'anni veniva di tanto in tanto a suonare la "balalayka",
uno strumento simile alla cetra, nel mio cortile. La guerra gli aveva preso tutto,
anche il senno. Vagabondava per la città, solo con il suo strumento e la sua musica,
il suo unico tesoro. L'ho conosciuto assieme a un'amica, e gli piaceva raccontarci
che "prima" suonava in un'orchestra e aveva viaggiato in molte regioni. Le sue
storie terminavano sempre con queste parole, pronunciate a bassa voce: "Ma poi,
la guerra...".
Un giorno, arrivò nel nostro cortile senza musica. Un gruppo di uomini voleva
imporgli "la protezione". Siccome non aveva denaro, decisero di prendergli la
balalayka. Così, per non consegnar loro il suo tesoro, la spezzò, perdendo così
anche la sua ultima ragione di vita. La mia amica ed io raccogliemmo così dei
soldi

per compragli una nuova balalayka, e andammo a cercarne una al mercato. Ma quando
tornammo, era troppo tardi. I russi avevano fucilato il povero musicista pazzo
con altri otto giovani del quartiere. Il giorno dopo la televisione russa annunciava
che: "...nove terroristi ceceni erano stati eliminati dall'esercito".
Grozny è così, colma di morti e menzogne. E sono le menzogne ancor più dei morti
a contaminare la mia città, il mio paese, la Russsia e persino il mondo. Così
si chiamano "terroristi" o "banditi" i giovani andati sulle montagne per difendere
la loro terra o semplicemente vendicare i propri cari. Io non li idealizzo: fra
i combattenti ci sono arrivisti e fanatici islamici, ma molto più numerosi sono
i giovani che amano la vita e che lottano per la propria casa e libertà, o semplicemente
per non morire in prigione, dopo essere stati portati via senza un motivo. Questi
ragazzi della mia età, con i quali condividevo l'amore per gli stessi film e canzoni,
hanno dovuto seppellire i loro amici di notte, scavando con dei semplici coltelli,
e ora sono chiamati "banditi".

Oggi il mio paese è minato dall'odio. Io stessa ricordo di aver provato per la
prima volta quest'odio tornando al mio villaggio durante la prima guerra: tutto
era distrutto. Ho trovato i miei disegni bruciati in mezzo ai rifiuti e agli escrementi
dei soldati. E ho capito in quel momento i sentimenti espressi da Tolstoì in "Hadji
Mourat", il libro sulle guerre caucasiche dell'Impero Russo: "Una volta partito
il nemico, si fa ritorno al villaggio. La casa è stata saccheggiata, il tetto
ha ceduto, le porte sono state bruciate e gli interni insudiciati. Il cadavere
del figlio giace sul soglio della moschea... Il pozzo è stato sporcato, affinché
gli abitanti non possano più attingervi l'acqua. Anche la moschea è stata sporcata.
Nessuno parla o esprime il proprio disgusto per i russi. I sentimenti condivisi
da tutti i ceceni, dal più piccolo al più anziano, erano del resto ben più forti
del disprezzo".
Ecco come cent'anni fa un grande scrittore russo ha dipinto nel miglior modo
possibile i sentimenti estremi che albergano nel mio popolo oppresso.