
Luis Sifredo ha poco meno di cinquant’anni. E’ un contadino dalle mani grandi
e il volto bruciato dal sole. A causa di un incidente sul lavoro, la sua mano
destra è rimasta completamente paralizzata, non puó afferrare oggetti nè stringere
la nostra mano protesa quando lo visitiamo nella remota regione della Colombia
dove vive. Jean Charles è un elettricista ventisettenne, di nazionalità brasiliana.
Vive a Londra, dove è emigrato qualche tempo fa in cerca di fortuna. Non l’abbiamo
mai incontrato, ma chi lo conosce, lo descrive come un tipo tranquillo, uno dei
molti che la mattina, in metropolitana, legge il giornale in distribuzione gratuita.
Il caso di Jean Charles è sui giornali di tutto il mondo. Il giovane muore nella stazione del metro di Stockwell il 22 di Luglio, ucciso
da cinque colpi di pistola sparati dalla squadra speciale So-19 della polizia
britannica. I testimoni presenziali ricostruiscono un’immagine insolita per la
metropoli inglese: gli agenti in borghese gettano a terra il giovane brasiliano,
lo immobilizzano e gli scaricano addosso vari colpi di arma da fuoco. Scotland
Yard si affretta a dichiarare che l’uomo sarebbe stato direttamente coinvolto
negli attentati in luglio, e le edizioni serali dei quotidiani inglesi non perdono
tempo a chiamarlo terrorista, invitando la forza dell’ordine a non avere pietà
verso i ‘bombaroli’ al pari di Jean Charles.
Cambiamo di continente. Due settimane dopo la morte del ventisettenne brasiliano. E’ l’alba nella regione
colombiana di Antioquia, e Luis Sifredo sta iniziando la sua tipica giornata campesina
dando da bere al suo cavallo. Nella regione, è in corso un'operazione militare
condotta dalla forze della Brigata 17 dell’esercito, e noi osservatori internazionali
sorvegliamo la zona affinchè vengano rispettati, nonostante il conflitto, i diritti
fondamentali degli abitanti. A sei mesi dall’inizio delle operazioni, c’è molta
tensione, a cui si aggiunge l’affanno di mostrare alcuni ‘risultati’ nei bollettini
ufficiali che registrano il numero di ‘terroristi’ abbattuti. Perchè la politica
di sicurezza democratica propiziata dal presidente Alvaro Uribe Velez non tollera
l’assenza di risultato.
Sedici militari e un civile ‘paramilitare’ irrompono nella casa di Luis Sifredo
e, a forza di insulti e abusi, lo conducono in un bosco a trecento metri dalla
sua fattoria. Si sentono otto colpi di arma da fuoco e una scarica di mitra. Le
persone che assistono da lontano alla scena raccontano di aver visto l’esercito
trasportare il cadavere di Luis Sifredo, in uniforme, in direzione di un altro
luogo conosciuto come ‘El Telefono’. A poche ore dall’accaduto, un maggiore della
Brigata 17 si affretta a informarci che in un combattimento sostenuto tra guerriglieri
del’Esercito Nazionale di Liberazione (ELN) e l’esercito avrebbe incontrato la
morte un ‘terrorista’. Luis Sifredo, appunto.
Diversi ma vicini. Il destino di questi due uomini presenta un evidente tragico punto di contatto:
in due punti così diversi del planeta, a pochi giorni di distanza, Luis Sifredo
y Jean Charles sono entrambi vittime innocenti della guerra mondiale al terrorismo.
In nessun caso siamo di fronte a un semplice o tragico incidente, poichè le paure,
le tensioni estreme e le pressioni create dallo spettro della lotta al terrorismo
hanno generato modelli sistematici di attacco ai civili.
Ma è a questo punto che le due storie si allontanano irreparabilmente.
La vicenda di Jean Charles è sulle pagine di tutti i giornali. L’inglese The
Guardian rivela che il capo della polizia britannica Ian Blair avrebbe tentato
di bloccare un'inchiesta indipendente sull'omicidio, preoccupato dall'impatto
negativo che questa avrebbe avuto sulla sicurezza nazionale. Di fatto, però, già
36 ore dopo l’esecuzione a freddo del giovane brasiliano, un ufficiale della Commissione
interna di indagine della polizia parlava di un tragico errore in relazione al
caso di Jean Charles, mentre i familiari e l’opinione pubblica internazionale
reclamavano la verità sull’accaduto.
Tutto tace. Sarà l’assuefazione a questo tipo di casi, o qualche tipo di (auto?)censura,
ma non si trova una riga sui giornali locali o nazionali colombiani sul caso di
Luis Sifredo. Eppure non mancano i testimoni oculari e la famiglia ha già presentato
la denuncia presso le autorità giudiziarie corrispondenti. A nessuno sembra strano
quel particolare di una mano destra paralizzata, inutilizzabile per stringere
un machete, figuriamoci un’arma.
Se la Colombia fosse quel paese autenticamente democratico che il presidente
Uribe si vanta di rappresentare, dovrebbe almeno provare imbarazzo di fronte
agli atti e alle dichiarazioni dei suoi ufficiali. E la storia di Luis Sifredo
troverebbe spazio sulle pagine di qualche giornale.