14/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Malalai Joya, che sfidò i signori della guerra e che ora lo farà in parlamento
Malalai JoyaEra il dicembre 2003. A Kabul era stata convocata la Loya Jirga, il tradizionale gran consiglio afgano, per scrivere la nuova costituzione del Paese. Sotto il grande tendone bianco costruito alla periferia della capitale erano riuniti cinquecento mullah, comandanti mujaheddin, capi tribù e rappresentanti locali provenienti da tutte le province dell'Afghanistan. Tra questi c'era anche una sconosciuta ragazza di 25 anni, Malalai Joya, di Farah, provincia occidentale confinante con l'Iran. Era stata scelta come rappresentante perché lei, assistente sociale, conosceva bene i problemi della sua gente, soprattutto la drammatica condizione delle donne da lei assistite. Stupita per la presenza alla Loya Jirga di tanti famigerati signori della guerra e comandanti fondamentalisti, Malalai prese la parola, cambiando per sempre il corso della sua vita.
“Il mio nome è Malalai Joya della provincia di Farah”, disse Malalai. “ Con il permesso degli stimati presenti, in nome di Dio e dei martiri caduti sul sentiero della libertà, vorrei parlare un paio di minuti. Ho una critica da fare ai miei compatrioti, ovvero chiedere loro perché permettono che la legittimità e la legalità di questa Loya Jirga vengano messe in questione dalla presenza dei felloni che hanno ridotto il nostro Paese in questo stato. (...) Essi sono coloro che hanno trasformato il nostro Paese nel fulcro di guerre nazionali ed internazionali. Nella nostra società sono le persone più contrarie alle donne, e quello che volevano... (clamori, si interrompe). Sono coloro che hanno portato il nostro Paese a questo punto, e intendono continuare nella loro azione. Credo sia un errore dare un'altra possibilità a coloro che hanno già dato tale prova di sé. Dovrebbero essere portati davanti a tribunali nazionali e internazionali. Se pure potrà perdonarli il nostro popolo, il nostro popolo afgano dai piedi scalzi, la nostra storia non li perdonerà mai”.
Si scatenò il putiferio. Il presidente della Loya Jirga, Mojadedi, le tolse la parola, mentre dalla platea si alzarono grida e insulti contro Malalai per aver infangato la reputazione della “gente della jihad”, e richieste di espellerla per “impertinenza”. Alla fine Mojadedi ordinò a Malalai di chiedere pubblicamente scusa e ritrattare le sue parole. Ma lei non lo fece, scatenando l'ira delle barbe lunghe, che iniziarono a urlare di tutto: “infedele”, “prostituta”, “comunista”. Solo l'intervento di altre delegate donne evitò la sua espulsione. Ma non evitarono le minacce di morte che da quel giorno iniziarono a scandire la vita di questa giovane e impavida donna afgana che, invece di ritirarsi nell'anonimato, ha deciso di continuare la sua battaglia contro i signori della guerra con le sue denunce pubbliche. Fino alla decisione più coraggiosa: candidarsi alle elezioni parlamentari. Una decisione che la sua gente ha premiato con 7.813 voti, assegnandole uno dei 249 seggi del futuro parlamento afghano.
 
 
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
Malalai Joya“Sono felice di questo risultato, sono felice di poter continuare la mia lotta in difesa del mio popolo in una sede istituzionale come il parlamento”, dice Malalai nel suo inglese un po' stentato. “Spero solo di arrivare viva a Kabul, perché appena si è saputo della mia elezione i miei nemici hanno emesso un'ennesima condanna a morte nei miei confronti. Ma non sono felice per come sono andate queste elezioni qui a Farah, perché gli altri candidati che sono stati eletti hanno usato la violenza, l'intimidazione e la corruzione per vincere. Prendiamo il caso di Mohammad Naeem Farahi, il candidato che ha preso più voti di tutti. Suo fratello, potente comandante locale, ha mandato i suoi miliziani armati nei villaggi a minacciare e picchiare i capifamiglia per convincerli a votare per Farahi. Suo padre, ricco commerciante, ha invece comprato i voti di interi villaggi per suo figlio. Ma quello che mi ha fatto più male è stato sapere che, nei villaggi, molte donne che volevano votare per me non hanno potuto farlo perché i loro mariti glielo hanno impedito. Molte altre sono state coraggiose e sono andate comunque a votare per me, rischiando le botte, se non peggio”. Malalai si commuove fin quasi alle lacrime.
 
La guerra e la fuga in Pakistan. Le chiediamo di raccontarci qualcosa di lei, della sua vita, della sua storia personale.
“Sono venuta al mondo nel 1978, proprio quando sono iniziate le disgrazie e le guerre che hanno rovinato il mio Paese. Dicono che il nome che mi fu dato, Malalai, abbia segnato il mio destino. Malalai è un'eroina nazionale, una Giovanna D'Arco afgana, che nel 1880, durante la battaglia di Maiwand contro i colonialisti britannici, si tolse il burqa, impugnò la spada e guidò i nostri combattenti alla vittoria. Ma io penso che sia stato quello che ho vissuto a farmi diventare quella che sono. Sono cresciuta in una famiglia povera, assieme a sei sorelle e tre fratelli. Mia madre è un donna umile e analfabeta. Mio padre studiava medicina, ma dovette interrompere gli studi per combattere contro i sovietici. Nel 1982, quando avevo quattro anni, lui perse una gamba in combattimento e decise di portarci tutti in Iran, e tre anni dopo in Pakistan. Lì, in un campo profughi di Quetta, mi resi conto delle sofferenze che la mia gente era costretta a subire, delle disumane condizioni in cui era costretta a vivere. Non capivo perché. Lo chiedevo a mio padre, che non sapeva darmi una risposta. Capii che l'unica risposta era fare qualcosa. Così iniziai ad assistere i malati, soprattutto le donne, nell'ospedale del campo”.
 
Malalai JoyaIl ritorno in Afghanistan. “Intanto nel mio Paese – continua a raccontare Malalai – la guerra contro i russi aveva lasciato il posto a quella tra i vari signori della guerra afgani che si contendevano il potere sulla pelle del mio popolo. Finché non ebbero la meglio i talebani. Mio padre decise di tornare in Afghanistan. Nel 1998 ci stabilimmo a Herat. Furono anni bruttissimi, soprattutto per noi donne, costrette a subire le peggiori umiliazioni. Dopo la cacciata dei talebani tornammo a Farah, dove decisi di iniziare a lavorare per le donne. Divenni direttrice locale dell'Opawc (Organizzazione per la Promozione delle Capacità delle Donne Afghane), un'associazione che aiuta le donne afghane nei campi dell'istruzione, della sanità e del lavoro. Poi fui mandata alla Loya Jirga, e la mia vita cambiò”.
 
Sempre gli stessi criminali. “Capii che la mia missione era far sentire la voce del mio sofferente popolo – dice Malalai – contro quei criminali che in nome dell'islam hanno distrutto le nostre case, ucciso la nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che continuano a farlo in nome della democrazia e con il sostegno dei governanti americani ed europei, che hanno abbattuto un regime criminale solo per sostituirlo con un altro regime criminale. Sono le stesse persone, le stesse facce, che ieri bombardavano le nostre case, violentavano le nostre donne, uccidevano i nostri bambini, e oggi sono al governo e domani siederanno in parlamento. Bisogna che questa gente venga estromessa dal governo, bisogna che i governi stranieri smettano di sostenere questi criminali, perché loro non faranno mai il bene di questo Paese”.
 
Malalai Joya“Riprenderò da dove sono stata interrotta”. Malalai spiega cosa farà ora che è stata eletta. “In parlamento continuerò la mia battaglia contro di loro, riprenderò la parola che mi è stata tolta due anni fa alla Loya Jirga per denunciare i crimini passati e presenti di queste persone. Spero che questa volta non sarò da sola. Spero che alla mia voce si unisca quella di altri veri rappresentanti del nostro popolo, delle sue sofferenze e delle sue legittime aspettative. So che questo significa mettere ulteriormente a rischio la mia vita, ma penso che ne valga la pena. Orami ci sono abituata. Da una anno e mezzo non dormo più a casa, cambio posto ogni due tre giorni. Ma la mia gente, i miei amici, la mia famiglia sono con me e mi appoggiano. E in più ora ho anche il sostegno di mio marito, che studia agronomia a Kabul. Ha un anno più di me. Ci siamo sposati da poco, lo scorso 8 marzo, il giorno della festa delle donne. E' stato un matrimonio d'amore, non deciso dalle famiglie. Per ora non avremo figli perché voglio dedicarmi al mio lavoro: difendere i diritti del mio popolo”.
Categoria: Donne, Elezioni
Luogo: Afghanistan
Articoli correlati:
12/11/2005 Il più votato: Intervista a Mohaqiq, ex signore della guerra leader degli hazara sciiti, ora parlamentare
05/10/2005 Hanno vinto i signori della guerra: Primi risultati delle elezioni: un parlamento di criminali di guerra
03/10/2005 Nel cuore dell'Afghanistan / 3: La terza parte del reportage dal nostro inviato
28/09/2005 Nel cuore dell'Afghanistan / 2: La seconda parte del reportage del nostro inviato
27/09/2005 Nel cuore dell'Afghanistan / 1: Viaggio in un villaggio dell'Hazarajat. Il reportage del nostro inviato
19/09/2005 Candide elezioni: Qualche tessera elettorale a testa, un po' di candeggina, e la democrazia è fatta
18/09/2005 Elezioni d'occupazione: Afgani alle urne dopo 30 anni di guerra. Tanti dubbi e poche speranze
12/09/2005 Vigilia elettorale: Ultimi preparativi per le votazioni di domenica. Anche nelle province più remote
01/08/2005 L’eco della democrazia: Afghanistan, nei villaggi di montagna si discute di elezioni e pace
31/05/2005 Carima non si arrende: Una donna coraggiosa sfida le tradizioni di un Paese che non cambia
20/05/2005 Quali elezioni?: Un operatore elettorale Onu raccoglie i dubbi degli anziani di un villaggio di montagna
03/06/2004 Scuole d'Afghanistan: Tra i banchi delle scuole afgane, sovraffollate e povere
02/06/2004 L'oppio dei poveri: Un viaggio tra le piantagioni afgane di papaveri da oppio
22/05/2004 Il carcere della vergogna: Nella prigione di Shebergan, dove nessun giornalista era mai entrato prima
19/05/2004 Sul fronte afgano: Il racconto del terribile mestiere dello sminatore in Afghanistan
17/05/2004 Un ministro mujaheddin: Il ministro per i Martiri e gli Invalidi dello Stato Islamico Provvisorio dell'Afghanistan
14/05/2004 Fortezze nel deserto: La millenaria Lashkargah, fondata dai turchi, culla dell'Islam afgano
13/05/2004 Torture afgane: Testimonianze dalla base Usa di Grishk
08/05/2004 Nella terra di Dostum: Un viaggio attraverso le province settentrionali dell’Afghanistan
04/05/2004 L'ombra lunga della guerra: In Afghanistan venticinque anni di guerra hanno portato il caos
04/05/2004 Welcome to Kabul: Viaggio nella capitale afghana, per capire la situazione del Paese "liberato"
Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti: