
Nei giorni che precedevano la grande festa dell’
Eid al-Adha (Festa del
Sacrificio) non si riusciva nemmeno a camminare al bazar di
Lessa-ye-Mariam da quanta gente c’era. Una calca di persone affollava i
negozi e le bancarelle, bloccando il traffico delle auto. Tutti a
comprare dolci, caramelle, frutta e vestiti da regalare come
eidi, i
doni che ci si scambia in occasione di questa importante festa, la più
importante del nostro calendario islamico, che segna la fine
dell’
Hajji, l’annuale pellegrinaggio alla Mecca, e celebra il momento
in cui Dio, dopo aver messo alla prova Abramo chiedendogli di
sacrificare suo figlio, lo fermò dandogli un agnello da sacrificare al
suo posto.
Voci al bazar. Karima, ventotto anni, coperta dal suo burqa se ne va in
giro per il mercato con suo figlio per mano in cerca di nuovi vestiti
per lui e per i suoi fratellini. “L’
Eid si avvicina e se non compero un
abito nuovo ai miei bambini loro saranno tristi. Ma quest’anno ho pochi
soldi da spendere perché il salario statale di mio marito è basso e io,
con il mio lavoro di sarta, guadagno molto poco”.
Il signor Faizani, negoziante di vestiti conferma che quest’anno la
gente spende molti meno soldi. “Tutta questa folla non deve trarre in
inganno: gli affari vanno male perché tutti hanno meno soldi da
spendere”.
Questa preoccupazione, ovviamente, non sfiora i bambini, che non vedono
l’ora che arrivi il giorno dell’
Eid. Come Mirwais, una bimba di otto
anni, venuta al bazar con sua madre. “Non vedo l’ora di mettermi il
vestito nuovo che compreremo oggi e andare a casa del nonno a ricevere
i miei
eidi”.
Ma quelli messi peggio sono i ragazzi fidanzati, che per tradizione
devono coprire di regali la propria ragazza e la sua famiglia.
Mohammad Rafiq, venticinque anni, è fidanzato da due. “Devo
comprare vestiti, gioielli e dolci per lei e per i suoi, ma quest’anno
non ho abbastanza soldi. Però non posso non comprare i regali perché
poi tutti riderebbero di me. Quindi non ho avuto altra scelta: ho
dovuto chiedere dei prestiti”.
Ricordi di gioventù. Problemi di soldi che una volta non c’erano. Nazi,
una vecchietta di 88 anni, costretta nel letto di casa sua, ricorda gli
Eid della sua infanzia. “Quando ero giovane non si compravano dolci,
biscotti e caramelle: noi donne facevamo il pane fresco e la
shorba, la zuppa di carne rossa. Poi, al mattino presto, portavamo
tutto alla moschea e lo mettevano sulle tovaglie, così che ne potessero
mangiare tutti coloro che venivano a pregare. Non si compravano
neanche i vestiti nuovi: si facevano tagliando e ricucendo quelli
vecchi. Dopo la preghiera gli uomini si mettevano l’abito elegante, si
truccavano gli occhi con il kajal e andavano al parco a giocare con i
loro amici, a carte o al combattimento delle uova, nel quale ognuno
deve cercare di rompere l’uovo sodo dell’avversario”.
Addobbi e sacrifici. In tutte le case di Kabul fervono i preparativi
per la festa che verrà celebrata con parenti e amici: le donne
puliscono e decorano l’abitazione, gli uomini ridipingono le pareti.
E come la casa, anche il corpo è oggetto di abbellimenti, soprattutto
tra i ragazzi e le ragazze, impegnati a decorarsi le mani e a tingersi
i capelli con l’
henné.
E infine, la cosa più importante, i preparativi per il sacrificio
rituale dell’agnello, che verrà sgozzato e dissanguato, per poi venire
cotto e mangiato da tutta la famiglia. Non tutti si possono però
permettere di osservare questa tradizione, perché comprare un animale,
soprattutto sotto l’
Eid, costa parecchio. Viene in soccorso la
tradizione, che prevede un sistema per cui i più ricchi hanno il dovere
di sfamare i più poveri. “Se si sacrifica un agnello o un capretto –
spiega il mullah della moschea Abn-e-Massoud di Kabul – esso va
spartito solo all’interno della famiglia, ma chi sacrifica vitelli,
piccoli bufali o piccoli cammelli è tenuto a farne mangiare a sette
persone, anche non della famiglia”.