
Stava cogliendo i limoni nel campo sotto casa. La ragazza, 15 anni, madre di
un bimbo di un mese che teneva in braccio, era intenta nella raccolta, assieme
alla sorellina. D’un tratto, accanto a un albero di mango, vede una camicia colorata,
buttata là, come dimenticata da qualcuno. Nell’afferrarla, il dramma. Era una
trappola costruita ad arte da paramilitari o guerriglieri durante una delle tante
battaglie per il controllo della zona, durante uno degli innumerevoli scontri
della lunga guerra che sta insanguinando la Colombia da oltre 40 anni. Istantanea
si è innescata una mina “quiebrapatas”, spaccagambe, come sono soliti chiamarla
i colombiani, e la giovane mamma è finita in ospedale, con la gamba destra maciullata.
Molte ferite in diverse parti del corpo anche per la figlia neonata che portava
in braccio. Indenne la sorellina.
William, John Jairo e Javier avevano rispettivamente 5, 8 e 9 anni. Lo scorso
13 febbraio stavano giocando nei dintorni delle loro case, come erano soliti fare
ogni giorno. Sono morti, saltati su una mina che li ha ridotti in brandelli.
Senza soluzione di continuità. Ecco: sono due delle tante storie di ordinaria follia in un Paese senza pace,
storie di violenza e di sangue che coinvolgono ogni ora tanti, troppi bambini.
Vite disperate, episodi di assurda crudeltà, in un Paese in guerra da decenni.
Negli ultimi 15 anni gli incidenti di questo tipo sono stati 6.021. Su 32 regioni,
30 sono piene di ordigni sotterrati. Nel 37 per cento dei casi, le vittime sono
civili, per la maggior parte bambini e donne. Nel 2004, in media una persona al
giorno è saltata su una mina. I feriti e i menomati continuano a crescere, ma
i centri medici di emergenza, di riabilitazione e di reintegrazione sociale restano
carenti. E questo nonostante sia in vigore dal marzo del 2001 la Convenzione di
Ottawa firmata il 3 dicembre del 1997, che impegna i firmatari a mettere fine
alla produzione, all’uso, alla commercializzazione, al trasferimento e allo sviluppo
tecnologico delle mine, e a prestare la dovuta attenzione alle vittime.
Sottostimati. Nonostante Ottawa, dunque, l’uso delle mine negli ultimi quattro anni è cresciuto.
Secondo il rapporto pubblicato dall’
International Campaign to ban landmines (Icbl), nel 2003 si sono registrati 668 vittime, di cui 156 deceduti per la gravità
delle ferite riportate: 195 erano civili, compresi 19 donne e 49 bambini. Nel
2004, si sono verificati picchi di due vittime al giorno. E sono tutti dati approssimati
per difetto, visto che una volta ricoverati molti sono restii a dichiarare la
natura delle ferite riportate. I campi minati sono, infatti, opera di guerriglieri
e paramilitari e saltarci su in qualche modo attira addosso il sospetto di essere
collusi con gli attori armati. Dunque si preferisce tacere. Inutile dire che il
monitoraggio si complica quando a saltare in aria sono paramilitari o magari uomini
delle Forze armate rivoluzionarie (Farc). E se si pensa che non tutti riescono
a raggiungerlo un ospedale, il conto è presto fatto. Infatti, scrigni inconsapevoli
dei micidiali ordigni sono perlopiù le aree rurali, luoghi impervi e del tutto
mal serviti dai quali raggiungere un centro medico significa camminare per giorni.
Aree agricole infestate dunque, campi coltivati, unico sostentamento per interi
villaggi, che si trasformano in trappole mortali, in roulette russe pronte a colpire
il primo venuto. E per non morire si è costretti a lasciare tutto, a sfollare.
Desplazados da mina, frotte di famiglie in cammino per non finire carne da macello.
Chi le usa. Ad usare le mine antiuomo (Ap) o fabbricate artigianalmente (Ied) sono, come
già detto, i vari gruppi guerriglieri di sinistra e i paramilitari filogovernativi,
che da almeno quindici anni vanno avanti minando ettari ed ettari di terra. I
perché? Perché sono armi poco costose, di facile reperimento, di veloce assemblaggio
(le Ied) e molto efficaci. Da quanto riportato dai media locali le Farc le usano
continuamente, in particolare nel Caquetá, Meta e Antioquia. Dato, questo, non
smentito neppure dalle stesse Farc. Viene considerato un metodo indispensabile
per difendersi durante le ritirate, per salvaguardare postazioni strategiche o
per tendere imboscate al nemico. Essendo destinate a colpire i paramilitari o
i militari, il ferimento di civili è considerato un ‘effetto collaterale’ non
ancora così grave da spingerli a bandirle. Le mine si mettono lungo le principali
vie di comunicazione, nei pressi di ponti, fonti d’acqua, coltivazioni di coca
e lungo gli oleodotti, e la strategia di guerra sembra non possa essere concepita
altrimenti.
Stesso copione per l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), che agisce molto
nella zona meridionale del dipartimento Bolívar. Qui l’Eln ha però pensato quantomeno
a segnalarne la presenza. “Le usiamo come strumento di protezione, è un arma popolare
di facile fabbricazione e molto valida per tener testa allo sviluppo tecnologico
delle armi del nemico”, ha dichiarato il portavoce dei guerriglieri al Monitor
de Minas terrestres, organo statale che controlla l’applicazione del Trattato
di Ottawa. “Le denuncie politiche dell’uso delle mine non risolvono il nostro
problema di doverci in qualche modo difendere”, spiegano, dicendosi però disposti
ad accordarsi per poter informare la società civile sulla presenza dei campi minati,
creando mappe dettagliate. Nel gennaio di quest’anno si sono anche detti pronti
a sminare 15 chilometri di strada del sud del Bolivar, grazie alle pressioni della
Campagna colombiana contro le mine, organo dell’Icbl, che lavora di concerto con
la ong svizzera Geneva Call, la quale sembra avere aperto una tavola di discussione
anche con le Farc.
Paramilitari. A infestare i passi strategici sono, di contro, anche i paramilitari, in particolare
le Autodifese unite della Colombia (Auc). Nonostante non si abbiano dati recenti
a testimoniarlo, il rapporto dell’Icbl sottolinea come non si possa nemmeno garantire
che le stiano usando con meno frequenza. Per esempio, poco più di un terzo degli
incidenti registrati in Arauca tra il 1990 e il 2002 furono provocati da gruppi
armati non ben identificati, classificati come ‘sconosciuti’. Nel 2001-2002, però,
questa percentuale ha raggiunto il 60 per cento e si tratta proprio del periodo
di maggior concentrazione delle incursioni paramilitari nel dipartimento. Inoltre,
a raccontare cosa erano soliti fare gli uomini filogovernativi illegalmente armati
ai civili che incontravano sulle loro strade è un gruppo umanitario che nell’agosto
del 2001 si trovava nel sud del Bolívar. “Durante le operazioni di controguerriglia
- dicono - i paramilitari forzavano i contadini a entrare nei campi minati a dorso
di mulo per bonificare loro la via. Non solo. Spesso usavano gli abitanti dei
villaggi come veri e propri scudi umani per penetrare in zone pericolose”.
Il processo di pace iniziato col governo Uribe nel settembre del 2004 non ha
mai previsto la questione delle mine antiuomo. Una spiegazione potrebbe essere
che finora la smobilitazione paramilitare ha interessato per lo più gruppi urbani
che non hanno mai avuto modo di usare questo tipo di arma.