Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
La chiamano 'la via di mezzo'. E' la strada più diretta che collega
Kabul
a Herat, l'est e l'ovest dell'Afghanistan, attraversando gli incantevoli
paesaggi montani del massiccio centrale dell'Hindu Kush, vale a dire la regione
dell'Hazarajat. Ma a questa via sono sempre state preferite quella del sud, che
passa per Kandahar, e quella del nord, per Mazar-e-Sharif. Non solo per la
montuosità delle regioni centrali, ma anche perché queste sono le terre degli
hazara, popolazione da sempre marginalizzata e trascurata, se non peggio, dai
governi che si sono susseguiti a Kabul.
Oltre ad attraversare una delle più spettacoli regioni del
Paese, la via di mezzo è costellata di patrimoni storico-archeologici di valore
insetimabile, non solo dal punto di vista culturale, ma anche dal punto di
vista del potenziale sviluppo economico di questa zona, tra le più depresse
dell'Afghanistan.
Sopra tutti, Bamiyan, la città dei Buddha giganti distrutti
dai talebani.
180 chilometri in
sette ore. Per raggiungere Bamiyan da Kabul bisogna valicare l'Indu Kush
attraverso il magnifico passo dell'Hajigak (Piccolo Pellegrino). Sono in tutto
180 chilometri, ma per precorrerli ci vogliono almeno sette ore. La strada è
una pista sterrata su cui anche i fuoristrada sonocostretti a procedere a rilento.
Se poi la si fa con i taxi
collettivi che usano normalmente gli afgani per viaggiare, raggiungere Bamiyan
diventa davvero un'impresa.
Sulla cima di una collina che si erge dall'altra parte della
vallata di Bamiyan, proprio davanti alle due grandi nicchie vuote dei Buddha,
c'è la sede del governo provinciale. Lì ad aspettarci c'è Habiba Sorabi, la
prima e unica governatrice della storia afgana.
Le promesse degli
italiani. Ci scusiamo subito con lei per le nostre condizioni. Siamo
impresentabili: i vestiti, la faccia e i capelli bianchi di polvere.
“Siete venti in macchina? – chiede sorridendo lei – Mi
dispiace per il disagio. Ma la colpa è del vostro governo. La Cooperazione
Italiana avrebbe dovuto asfaltare la via di mezzo tra Kabul e Herat. Dovevano
iniziare dal tratto Kabul-Bamiyan, per il quale hanno stanziato solo 35 milioni
di euro, utili solamente per 70 dei 180 chilometri complessivi. Dopo vari rinvii
avevano promesso di iniziare i lavori la scorsa primavera, ma fino a oggi non
si è visto ancora nessuno, nemmeno per i sopralluoghi tecnici preliminari. Ora
dicono che inizieranno nel marzo 2006. Speriamo che questa volta mantengano la
promessa. Altrimenti, che siano sinceri e che dicano che ci hanno ripensato.
Almeno così smettiamo di aspettare invano e possiamo rivolgerci ad altri”.
La strada per lo
sviluppo. Habiba, 48 anni, hazara originaria di Mazar-e-Sharif, già
ministro degli Affari Femminili nel governo provvisorio di Karzai, è stata
nominata governatrice di Bamiyan solo sei mesi fa, ma ha le idee molto chiare
in merito alle necessità della gente di questa regione.
Non porta il velo il testa: se lo mette solo per le
fotografie. Il suo sguardo è gentile ma serio. La sua voce è delicata ma
decisa. Dopo averci fatti accomodare nel suo piccolo studio e averci offerto un
tè che ci sciacqua via la povere di bocca, riprende il discorso nel suo
inglese fluente.
“Per la popolazione di Bamiyan e di tutto l'Hazarajat la
pavimentazione di questa strada è di vitale importanza, perché questa è la
nostra strada allo sviluppo, l'unica via per sconfiggere la povertà estrema di
questa regione dimenticata da tutti. La strada asfaltata porterebbe qui il
turismo,
agevolerebbe il commercio e consentirebbe lo sfruttamento
delle risorse naturali locali, soprattutto delle miniere di carbone e di
ferro”.
Un nuovo aeroporto,
per chi? “Ma la comunità internazionale – spiega Habiba – sembra
interessata soltanto a ristrutturare il piccolo aeroporto di Bamiyan per
rendere più agevoli i voli del personale delle Nazioni Unite e delle Ong
straniere. Tra l'altro con un prestito che quindi alla fine andrà ripagato dalla
nostra gente. Ma alla popolazione locale questo aeroporto non serve a nulla:
quello di cui c'è bisogno è ben altro. Nel piano regolatore a cui stiamo lavorando
– continua la governatrice – abbiamo previsto la costruzione di un grande
aeroporto fuori città nell'unico luogo che consentirebbe l'atterraggio di aerei
passeggeri e che quindi, assieme alla strada, in futuro consentirebbe l'arrivo
dei turisti, non solo dei diplomatici. L'idea, fortemente sostenuta dalla popolazione
ma osteggiata dall'estero, è di costruire
un aeroporto nella piana di Shibertu, 35 chilometri fuori città, tra Bamiyan e
il futuro parco nazionale dei laghi di Band-e-Amir, l'altra grande attrattiva
turistica di questa regione”.
Archeologia minata.
“L'altro grande ostacolo allo sviluppo turistico, quindi economico e sociale,
di Bamiyan è rappresentato dalle migliaia di mine disseminate dai russi, dai
mujaheddin e dai talebani nei siti archeologici della zona”, dice Habiba. “Da
settimane i Buddha sono chiusi al pubblico e anche i lavori di restauro sono
bloccati perché gli ultimi scavi hanno portato alla luce decine di nuove mine.
E il 16 settembre, due giorni prima delle elezioni, un soldato ha perso le
gambe saltando su una mina a Shahr-e-Zohak, la Città Rossa, l'altro importante
sito di Bamiyan risalente al regno islamico della dinastia Ghoride (XIII sec,
ndr). Fino a quando non inizierà una seria, sistematica e duratura operazione
di bonifica di queste zone, non potremo pretendere di far venire qui i turisti
a rischiare la loro vita”.
Ricostruire i Buddha?
A proposito dei lavori di restauro dei Buddha, chiediamo alla governatrice se
è
vero o no che si pensa di ricostruire le due gigantesche statue.
“Non è stato ancora deciso niente in proposito perché prima
bisogna finire di raccogliere i frammenti” risponde la governatrice. “Solo
quando questo difficile lavoro sarà terminato si deciderà cosa fare in base a
quanto sarà rimasto di riutilizzabile. Perché ovviamente nessuno pensa di
ricostruire i Buddha ex novo: solo se ci saranno abbastanza frammenti potremo
ricostruirne uno, quello con più resti, lasciando l'altro distrutto, a memoria
della follia dei talebani. I criteri dell'Unesco, che avrà l'ultima parola su
questa decisione in quanto i Buddha sono nella sua lista del patrimonio
dell'umanità, sono molto rigidi: per procedere con la ricostruzione deve essere
rimasto il 60 per cento dell'originale. Sarà difficile arrivare a questa
percentuale. Ma è quello che speriamo. Ed è quello che spera la gente di
Bamiyan, per ovvi motivi”.
Un buon segnale per
le donne. Prima di salutare Habiba e di andarci a fare una doccia, una
domanda doverosa: come hanno reagito le donne di Bamiyan alla sua nomina e
quali effetti ha avuto, se li ha avuti, sulla condizione femminile nella
provincia?
La risposta è tutt'altro che scontata.
“Le donne di qui sono
state felici per la mia nomina, non tanto perché sono una donna, ma perché non
sono né un signore della guerra né un fondamentalista islamico, come sono
invece la media dei governatori in questo Paese. Ovviamente il fatto che una
donna, in una società come quella afgana, ricopra un posto di governo e abbia
alle sue dipendenze dei collaboratori maschi ha rappresentato per le donne di
qui un segnale di speranza che ha dato loro coraggio, che ha dimostrato loro
che le cose possono cambiare, che le donne non sono destinate a un ruolo
subalterno ma possono arrivare anche dove arrivano gli uomini. Per il resto,
perché cambi veramente la condizione femminile, non basta certo una
governatrice donna: ci vuole lo sviluppo. E la strada per lo sviluppo la devono
asfaltare gli italiani!”.
Un responsabile del progetto strade di Cooperazione Italiana risponde alla governatrice:
“Quella strada si farà”